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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

Precarietà degli Immortali (1/3)

Hybris. Davvero è credibile che sia colpa solo dei mortali?
A quale mortale è mai anche solo balenata l’ipotesi di sfidare Dio – il Dio teologale di Agostino e Tommaso? Si è dovuta coniare la pessima favola di Lucifero per dare seguito teologico a qualcosa che già la Grecia arcaica, all’inizio dell’Occidente, non sapeva più riconoscere.
Manca a Dio lo phtonos theon che invece della hybris era il corrispettivo – già così indicante una sorta di corresponsabilità nella hybris anthropou – sul lato degli dei che non potevano essere Dio.
Come può il Dio teologale essere geloso di un Mortale, qualunque cosa questo Mortale possa essere o agire?
Un dio geloso è un dio fragile. Un dio aggressivo è un dio precario. Un dio fragile e precario è, semplicemente, un Immortale. C’è fragilità e precarietà nell’immortalità, se l’immortalità è un moto uniforme che continua indefinitamente uguale a se stesso a meno che non intervenga qualcosa che, alterandolo, ne segni fine.
Così i Mortali hanno peccato di hybris perché hanno intravisto – oscuramente all’inizio – il limite radicale dei loro dei che non erano dio: il loro essere semplicemente e solo Immortali. Nulla più.
Specie dominante rispetto a quella dei Mortali. Nessuna assolutezza.
Un dio geloso è un dio sulla difensiva. E un dio sulla difensiva è un dio strutturalmente fragile e precario. E se non gli è dato di evolvere, la sua fine – non solo metafisica – è inesorabilmente segnata.
Se gli uomini hanno peccato – hanno potuto peccare – di hybris è perché è stato loro possibile e concesso. E nessuno ha potuto impedirlo, nemmeno gli dei – salvo colpire dopo, come vendetta.
Ma se gli uomini hanno peccato di hybris, gli dei che non erano dio hanno peccato di phtonos, di gelosia. Peccato imperdonabile, non perché colpa rispetto a un nomos violato, ma perché scopre irrevocabilmente la commensurabilità fra Mortali e Immortali – quasi specie e inferiore e specie superiore di un medesimo genere. Non c’è gelosia se non c’è commensurabilità.
A un certo punto, scoperta la commensurabilità, gli dei si sono visti ridotti a Immortali perché non hanno più potuto reggere ciò che l’evolvere dei Mortali suggeriva e richiedeva all’esser-dio di qualcosa o di qualcuno – ancora Senofane lo getta brutalmente non in faccia agli uomini, ma in faccia agli dei ormai irreversibilmente caduti e decaduti.
(Segue)

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