RES PVBLICAE
C’è un’attrazione fatale verso le cose della politica, come se fosse una prova sapienziale ineludibile – del resto la dimensione pubblica e comunitaria è fondante. Ciascuno è uno ed è molti, ciascuno è nodo di infinite relazioni possibili con gli altri.
Quanto a esercizio sapienziale, la politica è indubbiamente la sfida più interessante e divertente. Non solo per attori e comparse, ma anche per copione e trama.
39. In nomine populi
Quando qualcuno – di questi tempi succede quotidianamente – dice pubblicamente di parlare a nome del popolo, di dare voce ai sentimenti del popolo, di interpretare gioie, dolori, fatiche e speranze del popolo, non posso frenare la tendenza istintiva a immaginarlo cosparso di melassa su cui si siano versate piume d’oca – un modo tutto sommato non violento per manifestare fisicamente (e non solo a parole) l’insofferenza per profeti, indovini e maghi della politica.
La voglia di melassa e piume d’oca per costoro si radica in due ragioni. La prima è una domanda alla quale gli interessati non rispondono mai e cioè: a quale titolo si considerano gli interpreti delle intenzioni del popolo e sulla base di quale mandato esplicito tocca proprio a loro esserlo?
In assenza di titolo e di mandato si tratta di appropriazione indebita.
Di conseguenza, melassa con piume d’oca senza risparmio mi pare giusta mercede per coloro che se ne macchiano, siano essi autocostituitisi rappresentanti del popolo, tribuni del popolo, avvocati del popolo, ingegneri del popolo eccetera. Purtroppo le tifoserie non sentono il fetore ideologico che esala dai proclami del salvatore di turno che le fa sognare, perché a loro non interessa che siano ideologia – solitamente di basso o bassissimo conio – ma che facciano sognare. Di solito il salvatore indica ricette semplicissime per situazioni complicatissime, ma non perché ha la genialità di vedere semplicità dove gli altri vedono complicazione, ma perché i suoi tifosi sono incapaci di pensiero complesso.
La seconda ragione – più profonda e universale – è che in verità il popolo non esiste. Il Popolo, nell’accezione con cui oggi la politica assume il termine, è un’invenzione. Viene codificata in età illuministica soprattutto dai francesi e fornirà la base ideologica a tutte le nefandezze totalitarie dei successivi due secoli.
Fino a prima dei Voltaire e dei Rousseau, il popolo designava tutti coloro che non erano nobiltà e clero. Era – come nobiltà e clero – sostanzialmente mera denominazione di singoli accomunati da una condizione, da un contrassegno, da una investitura.
Con l’Illuminismo, francese prima e tedesco poi, nasce il Popolo, quello con la P maiuscola. Perché i Voltaire e i Rousseau cominciano a far assumere al Popolo una consistenza autonoma, una fisionomia indipendente dai singoli che raccoglie sotto la denominazione.
Nel primo mezzo secolo dell’Ottocento si compie l’inversione nefanda, per cui il Popolo diventa soggetto, persona, interlocutore, mentre i singoli smettono di esserlo: il Popolo nasce proprio da questa scellerata trasmissione di essenza per cui l’interesse del Popolo può non coincidere affatto con l’interesse dei singoli che sono raccolti nel popolo. E se è così, allora i singoli che lo formano possono essere spudoratamente e impunemente sacrificati in nome del Popolo. Il Popolo come persona e non più i singoli che lo formano come persone (il popolo con la p minuscola) è diventato l’interlocutore della politica. E siccome i singoli potrebbero anche non essere d’accordo con ciò che la politica vorrebbe fare di loro, semplifica molto le cose avere a che fare con il Popolo, il quale non può mai essere in disaccordo con chi si autoelegge a suo portavoce.
C’è stato un tempo in cui la politica era consapevole della differenza fra il popolo (p minuscola: nome comune che raccoglie persone) e il Popolo (P maiuscola: nome proprio di ciò che è diventato persona al posto delle persone).
Tutti i totalitarismi sono figli primogeniti del Popolo che ha preso il posto del popolo.
Gli ultimi ottant’anni – che, con tutti i loro difetti, rimpiangeremo amarissimamente – sono iniziati con il popolo che teneva a bada il Popolo. Da quell’inizio, il Popolo ha continuato a logorare progressivamente e discretamente il popolo fino a consumarlo. Oggi siamo entrati di nuovo nell’età del Popolo, anzi, con i sovranismi, nell’età dei Popoli.
Dopo un’età dell’oro, viene sempre un’età del ferro.
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Whenever someone—these days it happens daily—publicly claims to speak in the name of the people, to give voice to the feelings of the people, to interpret the joys, sorrows, struggles, and hopes of the people, I cannot restrain the instinctive urge to imagine them covered in molasses with goose feathers poured over them—a not altogether violent way of physically (and not only verbally) expressing one’s intolerance for prophets, soothsayers, and magicians of politics.
The urge for molasses and goose feathers in their case is rooted in two reasons. The first is a question to which those concerned never respond: by what right do they consider themselves interpreters of people’s intentions, and on the basis of what explicit mandate is it up to them to do so? In the absence of title and mandate, it amounts to embezzlement. Consequently, molasses with goose feathers, applied without restraint, seems to me a fitting reward for those who stain themselves with it—whether they have self-appointed themselves as representatives of the people, tribunes of the people, lawyers of the people, engineers of the people, and so on. Unfortunately, the fan bases do not perceive the ideological stench that emanates from the proclamations of the savior of the moment who makes them dream, because they are not interested in whether these are ideologies—usually of low or very low quality—but in the fact that they make them dream. Typically, the savior offers extremely simple solutions to extremely complex situations, not because he has the genius to see simplicity where others see complexity, but because his supporters are incapable of complex thought.
The second reason—deeper and more universal—is that, in truth, the People do not exist. The People, in the sense in which politics uses the term today, is an invention. This invention was codified in the Enlightenment, especially by the French, and would provide the ideological basis for all the totalitarian atrocities of the following two centuries.
Before the time of the Voltaires and the Rousseaus, the people referred to all those who were neither nobility nor clergy. It was—like nobility and clergy—essentially a mere designation of individuals united by a condition, a mark, a status.
With the Enlightenment, first French and then German, the People—with a capital P—was born. For Voltaire and Rousseau began to endow the People with an autonomous consistency, an identity independent of the individuals gathered under that designation.
In the first half of the nineteenth century, a pernicious inversion took place, whereby the People became a subject, a person, an interlocutor, while individuals ceased to be so: the People as a concept arises precisely from this reckless transfer of essence, whereby the interest of the People may not coincide at all with the interest of the individuals who are gathered in the people. And if that is the case, then the individuals who compose it can be shamelessly and with impunity sacrificed in the name of the People. The People as a person—and no longer the individuals who compose it as persons (the people with a lowercase p)—has become the interlocutor of politics. And since individuals might not agree with what politics intends to do with them, it greatly simplifies matters to deal with the People, which can never be in disagreement with those who appoint themselves as its spokesperson.
There was a time when politics was aware of the difference between the people (lowercase p: a common noun that gathers single persons) and the People (uppercase P: a proper noun for what has become a person in place of persons).
All totalitarianisms are firstborn children of the People that has taken the place of the people.
The last eighty years—despite all their defects, we will bitterly regret—began with the people holding the People in check. From that beginning, the People has continued to wear down the people progressively and quietly, until consuming it. Today we have once again entered the age of the People—indeed, with sovereigntisms, the age of Peoples.
After an age of gold, there always comes an age of iron.
38. Il paradosso del predatore – The Predator Paradox
Le acrobazie del Governo Meloni nelle complicazioni sempre più complicate della politica estera hanno ragioni di logica prima e più che di politica.
Si possono trovare solide motivazioni a ogni complicazione ulteriore, ma la questione è strutturale. E come tale destinata a complicarsi sempre di più, fino a raggiungere il punto di rottura. La questione si può riassumere nel paradosso del sovranismo. È dubbio e quanta consapevolezza vi sia di questo paradosso, tanto a destra quanto a sinistra, ma se c’è, è molto ben nascosta.
Semplifichiamo: se io sono sovranista e per questo faccio quello che più mi conviene senza guardare in faccia a nessuno e se tu sei sovranista e fai quello che più ti conviene senza guardare in faccia nessuno, prima o poi, perseguendo entrambi esattamente la stessa linea, è inevitabile il caso che io faccia quello che conviene a me senza guardare in faccia a te e che tu faccia quello che conviene a te senza guardare in faccia a me.
Un mondo fatto di soli Paesi sovranisti sarebbe un mondo di soli predatori senza più prede. Il problema è che, alla lunga, il predatore può sopravvivere solo in un contesto a prevalenza di prede. Se il contesto è di soli predatori o a prevalenza di predatori, il problema della sopravvivenza si fa drammatico. La ragione è semplice: un mondo di soli predatori non regge, mentre regge benissimo un mondo di sole prede – che poi smettono di essere prede, se non ci sono predatori.
È questione di mera logica. Kant diceva che l’imperativo categorico, cioè il massimo della moralità, è quella norma che può essere universalizzata – cioè avere valore universale, cioè per tutti – senza controindicazioni. Esempio banale: aiutare chi è nel bisogno è morale perché se tutti avessero questo comportamento tutti ne guadagneremmo; invece, sopprimere il vicino perché è fastidioso, è immorale perché se tutti avessero questo comportamento, tutti avremmo da perderci.
Banale. Ma in politica è noto che la logica non ha gran seguito. In parte per la qualità mediamente così-così dei politici ma in gran parte per l’assenza di qualità del popolo-bue, che a tutto è sensibile fuorché alla logica e che quindi si merita senza sconti i politici che lo governano.
Il sovranismo è lo stile preferito dalle scimmie urlatrici della politica perché illude potentemente il popolo-bue di essere popolo-lupo in un mondo di popoli-bue, l’unico predatore possibile in un mondo di sole prede.
Il problema è che la logica chiede inesorabilmente il conto. E quando, nel caso in esame, la logica chiede il conto, ai predatori di terza o quarta o quinta fila come l’Italia di oggi, tocca la parte dell’acrobata da circo. Non è menzogna, non è finzione: è semplicemente l’asino di Buridano in tensione fra due forze di uguale entità che tirano da parti opposte: per la Destra meloniana e salviniana il sovranismo è strutturale e quindi imprescindibile, ma altrettanto non prescindibili sono gli interessi del Paese a cui non si può chiedere di stappare champagne per brindare con gioia i dazi sovranistici di Trump. Trazioni uguali e opposte, nessuna delle due ignorabile a favore dell’altra.
Il rischio più reale della Presidenta Meloni e del suo vice Salvini – peraltro alle prese adesso con il suo capolavoro di strategia politica che lo ha bellamente scaricato – è finire prima o poi politicamente squartati. Non da una Sinistra la cui unica fortuna politica è quella di non essere al governo, ma da una contraddizione strutturale interna. Appunto dal paradosso del sovranismo, cioè dal sovranismo come paradosso.
Come se ne esce?
Non se ne esce. Nemmeno se la Sinistra, vinto magari il referendum e magari anche le elezioni anticipate che potrebbe chiedere al Paese dopo la vittoria, prendesse il posto della Destra. Facile e immediato scaricare Trump se le cose andassero così, ma non andrebbe dimenticato che, rinunciando sdegnosamente al sovranismo, da predatori di terza o quarta o quinta fila precipiteremmo nella condizione di prede. Con Putin lì sulla porta, in attesa di entrare fra gli inni e cantici del pacifismo da operetta di cinquestellati ed estremosinistri. Dal sovranismo al sudditismo.
Per chi, indignato dalle acrobazie della Presidenta, gradisce il cambio, l’occasione è imperdibile.
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The acrobatics of the Meloni Government amid the ever more complicated complications of foreign policy have reasons of logic before—and more than—reasons of politics.
One can find solid motivations for every additional complication, but the issue is structural. And as such it is destined to become increasingly complicated, until it reaches a breaking point. The issue can be summed up in the paradox of sovereignism. It is doubtful how much awareness there is of this paradox, both on the Right and on the Left; but if there is any, it is very well hidden.
Let us simplify: if I am a sovereignist and therefore do whatever benefits me most without looking anyone in the face, and if you are a sovereignist and do whatever benefits you most without looking anyone in the face, sooner or later—both of us pursuing exactly the same line—it is inevitable that I will do what benefits me without looking you in the face, and you will do what benefits you without looking me in the face.
A world made up only of sovereignist countries would be a world of predators without any prey left. The problem is that, in the long run, a predator can survive only in a context where preys predominate. If the context consists only of predators—or mostly predators—the problem of survival becomes dramatic. The reason is simple: a world of predators alone cannot endure, whereas a world of preys alone functions perfectly well—because they cease to be preys if there are no predators.
It is simply a matter of logic. Immanuel Kant said that the categorical imperative—that is, the highest level of morality—is a rule that can be universalized, meaning it can have universal value, for everyone, without negative consequences. A banal example: helping someone in need is moral because if everyone behaved this way we would all benefit; whereas eliminating a neighbor because he is annoying is immoral, because if everyone behaved that way we would all lose out.
Simple. But in politics it is well known that logic does not enjoy much support. Partly because of the so-so average quality of politicians, but largely because of the lack of quality of the cattle-people, which is sensitive to everything except logic and therefore deserves—without discount—the politicians who govern it.
Sovereignism is the preferred style of the howler monkeys of politics because it powerfully deceives the cattle-people into believing it is a wolf-people in a world of cattle-peoples—the only possible predator in a world made entirely of preys.
The problem is that logic inevitably presents the bill. And when, in this case, logic presents the bill, third-, fourth-, or fifth-rank predators like today’s Italy are forced into the role of circus acrobats. It is not lying, it is not pretense: it is simply Buridan’s donkey stretched between two forces of equal magnitude pulling in opposite directions. For the Melonian and Salvinian Right, sovereignism is structural and therefore indispensable; but the country’s interests are equally indispensable, and one cannot ask the country to pop champagne bottles to joyfully toast the sovereignist tariffs of Donald Trump. Equal and opposite pulls, neither of which can be ignored in favor of the other.
The most realistic risk for Prime Minister Giorgia Meloni and her Vice P.M. Matteo Salvini—the latter now grappling with his own masterpiece of political strategy who has unceremoniously dumped him—is sooner or later to end up politically torn apart. Not by a Left whose only political fortune is that it is not in government, but by an internal structural contradiction: precisely the paradox of sovereignism, that is, sovereignism as a paradox.
How does one get out of it?
One does not get out of it. Not even if the Left—perhaps after winning the incoming referendum and perhaps also the early elections it might then call—were to take the place of the Right. It would be easy and immediate to drop Donald Trump if things went that way, but it should not be forgotten that, by indignantly renouncing sovereignism, we would fall from being third-, fourth-, or fifth-rank predators into the condition of prey. With Vladimir Putin already at the door, waiting to enter amid the hymns and chants of the operetta-style pacifism of the Cinque Stelle movement and the extreme Left. From sovereignism to subjectism.
For those who, outraged by the acrobatics of Prime Minister Giorgia Meloni, welcome such a change, the opportunity would be irresistible.
37. I dolori del (non più) giovane Werther – the sorrows of the (no-longer-)young Werther
Un recente commento di Luigi Manconi (La sinistra italiana e i dittatori, La Repubblica, 5 gennaio 2026) ripropone per l’ennesima volta i tormenti della Sinistra nostrana di fronte a quello che succede – che ha sempre la colpa imperdonabile di essere così sfacciatamente incongruo con le la visione della storia distillata nei due secoli che vanno dall’Ottantanove francese all’Ottantanove (ex) sovietico.
L’occasione è offerta dal caso Maduro, nel quale – per semplificare con un po’ di brutalità – un avventuriero a stelle e strisce ha bastonato un bandito falce e martello.
Ovvio che la Sinistra si senta chiamata in causa.
Bertinotti, storico reperto archeologico del radicalismo più chic della sinistra de noantri e caso umano prima che politico, si commuove rimpiangendo l’impeto rivoluzionario di Chavez e mostra comprensione solidale verso il Caudillo (ma non era l’epiteto con cui era indicato il Fascistissimo Francisco Franco?) venezuelano.
Manconi, nel suo sobrio commento su Repubblica, tenta un minimo di coscienza critica sostenendo la mirabolante ovvietà che Maduro non diventa San Francesco perché uno come Trump gli ha messo le mani addosso. Fatica inane. Il radicalscicchismo della Sinistra si dimostrerà come al solito inossidabile, come è successo anche qualche giorno fa, quando, di fronte all’arresto di un sospetto fiancheggiatore di Hamas e alla conseguente inevitabile equazione fra terrorismo e pro-palestinismo, le sue bronzee sfingi hanno evitato accuratamente di entrare nel merito e si sono limitate a una prudente indignazione contro chi, sull’altra sponda, nel merito invece è entrato. Del resto, il bertinottismo radical-chic è largamente maggioritario nel sinistrapensiero.
In fondo però l’incapacità a distinguere quando non conviene farlo, è la cifra fondante del sinistrismo di casa nostra, che altrimenti non esisterebbe. Basta ricordare la strategia su cui ha costruito la propria sopravvivenza dopo la rimpatriata della Bolognina: chiudere in un unico contenitore ideologico chiamato Destra sia i neofascisti sia i liberali, in modo da recuperare lo spazio perso inventandosi un centro(-sinistra). In questo modo la Sinistra si è riciclata al suo popolo bue, che aveva allevato fino alla Caduta del Muro a base di salsicce delle Feste dell’Unità ed eurocomunismo in salsa berlingueriana – intendiamoci: nessuna comprensione e nessuna scusa per il popolo bue: il popolo bue non è solo chi alla fine paga i debiti di quelli a cui ha creduto, ma anche chi crede a quelli di cui poi sarà costretto a pagare i debiti.
Chiamare destra allo stesso modo fascisti e liberali, o distinguere gli uni dagli altri solo per intensità – destra moderata, destra estrema – era la via più breve per tenere assieme quello che assieme non può stare e così ha fatto credere che alzando la temperatura ideologica dell’uno si ottiene l’altro per semplice trasmutazione fisica. Il che significa non aver capito niente né dell’uno né dell’altro, ma è stato assolutamente efficace per nasconder cosa sia la Sinistra oggi: veterocomunismo a temperatura ideologica più o meno diminuita a seconda dei casi.
In questo modo, la Sinistra è riuscita a raccontarsi di aver fatto i conti con il proprio passato falce-e-martello e que-viva-la-revolución, e così, in pace con se medesima, può oggi beatamente inneggiare a Sanders, Ocasio-Cortez e Mamdani.
Il che dovrebbe indurre l’ottimo Manconi a risparmiarsi il gridolino di dolore al prossimo inciampo della superiorità morale degli ex falce-e-martello. Giusta la sentenza dell’immenso Parmenide, la Sinistra non potrà far altro che essere quello che è e che non può non essere.
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A recent commentary by Luigi Manconi (The Italian Left and Dictators, La Repubblica, 5 January 2026) once again brings back, for the umpteenth time, the torments of our homegrown Italian Left when confronted with what is happening—events that always bear the unforgivable fault of being so brazenly incongruous with the vision of history distilled over the two centuries spanning from the French ’89 to the (former) Soviet ’89.
The occasion is provided by the Maduro case, in which—simplifying with a bit of brutality—an adventurer under the Stars and Stripes has beaten up a bandit with hammer and sickle.
It is obvious that the Left should feel called into question.
Fausto Bertinotti, a historical archaeological relic of the best chic-radicalism of the Italian Left and a human case before being a political one, is moved while lamenting the revolutionary outburst of Chávez and displays sympathetic understanding toward the Venezuelan Caudillo (but wasn’t that the epithet used for the ultra-fascist Francisco Franco?).
Manconi, in his sober commentary, attempts a minimum of critical conscience by upholding the astonishing obviousness that Maduro does not become Saint Francis simply because someone like Trump laid hands on him. A futile effort. The radical-chic Left’s attitude will once again prove stainless, as happened only a few days ago, when, faced with the arrest of a suspected Hamas sympathizer and the consequent inevitable equation between terrorism and pro-Palestinianism, its bronze sphinxes carefully avoided engaging with the substance of the matter and confined themselves to a prudent indignation against those who, on the other side, did engage with it. After all, radical-chic Bertinottism is largely predominant in left-wing thinking.
After all, however, the inability to distinguish—when it would not be convenient to do so—is the founding hallmark of our domestic leftism, without which it would not exist at all. One need only recall the strategy on which it built its survival after the Bolognina reunion: to lock both neo-fascists and liberals into a single ideological container called the Right, thereby recovering lost ground by inventing a center (-left). In this way the Left recycled itself for its docile masses, whom it had reared until the Fall of the Wall on a diet of sausages at the Feste dell’Unità and Eurocommunism in Berlinguerian sauce—let us be clear: no understanding and no excuses for the docile masses: the docile masses are not only those who ultimately pay the debts of those they believed in, but also those who believe in those whose debts they will later be forced to pay.
To call fascists and liberals “the right” in the same way, or to distinguish them only by degree—moderate right, extreme right—was the shortest path to holding together what cannot be held together, and thus to making people believe that by raising the ideological temperature of one you obtain the other through a simple physical transmutation. This means having understood nothing of either, but it has been absolutely effective in concealing what the Left is today: old-style communism at an ideological temperature more or less reduced depending on circumstances.
In this way, the Left has managed to tell itself that it has come to terms with its hammer-and-sickle and que-viva-la-revolución past, and thus, at peace with itself, it can today blissfully cheer for Sanders, Ocasio-Cortez, and Mamdani.
Which should lead the excellent Manconi to spare himself the little cry of pain at the next stumble of the moral superiority of the former hammer-and-sickle crowd. As the great Parmenides rightly teaches, the Left can do nothing other than be what it is and what it cannot not be.
36. PAUVRETÉ, ÉGALITÉ, FRATERNITÉ
Sopravvissuto all’ennesima lamentazione giornalistica sul caro-tutto e la conseguente impossibilità dei redditi più bassi a esercitare il proprio diritto all’ombrellone causa le diseguaglianze reddituali, mi è tornata alla memoria una discussione di qualche anno fa con un amico proprio sull’idea di uguaglianza. Convinto egualitarista lui, convinto antiegualitarista io, siamo ovviamente rimasti ciascuno della propria opinione. Ho provato allora a raccogliere la mia opinione in una forma leggibile, così da poter indurre qualcuno a qualche riflessione in proposito
Disuguaglianza significa banalmente differenza. Se il mio reddito è 1000 e lo confronto con un reddito di 5.000, la disuguaglianza sarà dell’80% (in meno). La disuguaglianza aumenta se il mio reddito rimane 1000 e l’altro reddito va per esempio a 10.000 (passa dall’80% al 90%). Chiaro: aumenta il reddito più alto e il reddito più basso rimane uguale. Disuguaglianza ancora maggiore se il reddito più basso diminuisce. Poniamo invece il caso che il reddito più basso passi da 1.000 a 1.500 e il reddito più alto passi da 5.000 a 15.000: anche in questo caso la differenza passa dall’80 al 90% e quindi aumenta la diseguaglianza, ma la disuguaglianza è aumentata nonostante il reddito più basso sia aumentato.
Banale, ovviamente, ma decisivo, perché c’è chi non accetta a prescindere che qualcuno guadagni più di qualcun altro e c’è chi invece si preoccupa di avere ciò che gli serve per una vita almeno dignitosa: a mio padre, operaio metalmeccanico e cottimista impenitente, non interessava assolutamente niente quanta disuguaglianza ci fosse fra il suo reddito e quello del suo padrone: gli interessava costruire una casa tutta sua e far studiare i suoi figli e il suo problema era la povertà, non la disuguaglianza. E proprio grazie alla disuguaglianza degli Anni Sessanta del Novecento lui ha potuto farsi una casa tutta sua e far studiare i suoi figli, mentre oggi, grazie alla lotta per l’eguaglianza, nessun operaio metalmeccanico è più in grado di farsi una casa tutta sua e a fatica riesce a far studiare i figli.
È una questione di giustizia, obietta qualcuno: una troppo grande disparità nei redditi grida vendetta al cospetto di Dio (così si diceva una volta). A parte la difficoltà insuperabile nel definire un limite oltre a cui la disparità diventa troppa (chi lo può definire? su quali basi? ecc.), sarebbe bene non dimenticare mai che giustizia è dare a ciascuno il suo, non a ciascuno la stessa cosa.
Proviamo a sintetizzare:
1) l’idea di disuguaglianza è relativa, per non dire equivoca;
2) la disuguaglianza può aumentare anche se aumentano i redditi più bassi;
3) disuguaglianza e povertà non coincidono;
4) uguaglianza e povertà sono grandezze inversamente proporzionali;
5) scegliere l’uguaglianza significa optare per la povertà;
6) scegliere la lotta alla povertà significa accettare la disuguaglianza.
I regimi comunisti di ogni tempo hanno colto perfettamente il punto: siccome è impossibile per lo statalismo di Stato realizzare l’uguaglianza arricchendo tutti, perché non realizzarla impoverendo tutti? Sempre uguaglianza è ed è infinitamente meno impegnativo. Se poi si riesce a chiamarla essenzialità, sobrietà, rifiuto del superfluo, ne facciamo anche una virtù morale, raccogliendo il consenso cattolico dei fan Papa Francesco. Così si compie anche l’ideale cattolico della fratellanza – che per i predetti fan consiste non nel dovere della solidarietà ma nell’essere uguali davanti a Dio come davanti alla legge.
La questione drammatica che il perbenismo ideologico del politicamente corretto non vede è che, politicamente, o si sceglie di combattere la diseguaglianza o si sceglie di combattere la povertà.
Se si sceglie di combattere la diseguaglianza, si opta per la povertà – che può andare bene a Maurizio Landini e a Papa Francesco ma non andava bene a mio padre, proletario metalmeccanico di lunghissimo corso e cottimista impenitente.
Se si sceglie di combattere la povertà, bisogna mettere in conto la disuguaglianza, perché creare ricchezza è affidato all’iniziativa del singolo: il singolo a sua volta, per creare ricchezza deve coinvolgere a vario titolo e in vario grado anche gli altri, rendendoli partecipi della ricchezza prodotta in misura proporzionale al loro apporto. Di qui le inevitabili diseguaglianze.
Non è possibile combattere contemporaneamente povertà e disuguaglianza. Ovvio quindi che questo sia diventato il sogno segreto della sinistra (e inconfessabile perché dicono che il comunismo sia morto): lo Stato che quadra il cerchio, lo Stato che combatte la povertà combattendo le disuguaglianze, lo statalismo come principio guida dell’economia, omettendo di dire che tutte le economie a pianificazione statale sono miseramente fallite. Ma tant’è. Non è vietato sognare né vendere l’elisir dell’eterna giovinezza al popolo bue. Il che permette a Elly Schlein di continuare a giocare con le bambole nel suo mondo fantastico e al popolo bue di credere nella salvezza che viene dallo Stato. Per questo, chi a Sinistra non è bue, non è fan di Papa Francesco e ha passato l’età delle Barbie, preferisce parlare di disuguaglianze senza nemmeno provare a parlare di povertà.
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Having survived yet another journalistic lament about the high cost of everything and the resulting inequality for lower-income earners, due not only to rising prices but also to income inequality, I recalled a discussion I had with a friend a few years ago about the very idea of equality. He, a committed egalitarian, and I, a committed anti-egalitarian, obviously both of us held our own opinions. Then I decided to put my opinion into a readable format so I could inspire someone to reflect on the matter.
Inequality means trivially difference. If my income is 1,000 and I compare it to an income of 5,000, the inequality will be 80% (less). Inequality increases if my income remains 1,000 and the other income goes for example to 10,000 (from 80% to 90%). It’s clear: the higher income increases, and the lower income stays the same. It’s clear that inequality becomes greater even if the lower income decreases.
Now let’s say, however, that the lower income goes from 1,000 to 1,500 and the higher income goes from 5,000 to 15,000: in this case too, the difference goes from 80 to 90%, thus increasing inequality, but the point is that inequality has increased despite the increase in the lower income. Trivial, of course, but crucial, because there are those who simply don’t accept that someone earns more than someone else, and there are those who, completely uninterested in comparisons, are concerned with having what they need for at least a decent life.
My father, a metalworker and an unrepentant pieceworker, cared nothing about the inequality between his income and that of his boss: he was interested in building his own house and sending his children to school. His problem was poverty, not inequality. And it was precisely thanks to the inequality of the 1960s that he could build a home of his own and send his children to school, while today, thanks to the great strides toward equality, no metalworker is able to build a home of his own and barely manages to send his children to school. It’s a question of justice, some could object that a too great income disparity cries out to God for vengeance (so they used to say). Aside from the insurmountable difficulty in defining a limit beyond which the difference becomes too much (who can define it? On what basis? etc.), it would be good to never forget that justice means to give each person their due, not to give each person the same.
So let’s try to summarize:
1) the idea of inequality is relative, or rather ambiguous;
2) inequality can increase even if lower incomes increase;
3) inequality and poverty do not coincide;
4) equality and poverty are inversely proportional quantities;
5) Choosing equality means to opt for poverty;
6) Choosing to fight poverty means to accept inequality.
Communist regimes of all times got the point perfectly: since it’s impossible for State statism to achieve equality by enriching everyone, why not achieve it by impoverishing everyone? Equality is still there, and it’s infinitely less bothering. If we can then call it essentiality, sobriety and rejection of the superfluous, we also make it a moral virtue, garnering the Catholic consensus of Pope Francis’s fans. This also fulfills the Catholic ideal of brotherhood – which for the aforementioned fans consists not in having solidarity but in being equal before God and before the law.
The dramatic issue that ideological respectability of politically correct fails to see is that, from the political point of view, you either choose to fight inequality or you choose to fight poverty. If we choose to fight inequality, we opt for poverty—which may be fine with a leftist labor leader like Maurizio Landini and Pope Francis, but wasn’t fine with my father, a longtime proletarian metalworker and an unrepentant pieceworker.
If we choose to fight poverty, we must take inequality into account, because creating wealth is entrusted to the initiative of the individual: the individual, in turn, to create wealth must involve others in various ways and to varying degrees, making them share in the wealth produced in proportion to their contribution. Hence the inevitable inequalities.
It’s impossible to fight poverty and inequality simultaneously. It’s obvious, then, that this has become the Left-wing’s secret dream (and unmentionable because they say communism is dead): the State that squares the circle, the State that fights poverty by fighting inequality, statism as the guiding principle of the economy, omitting to mention that all state-planned economies have failed miserably. But so it is. It’s not forbidden to dream or sell the elixir of eternal youth to the common sheep-like people. This allows Elly Schlein to continue playing with dolls in her fantasy world, and the sheep-like people to believe in the salvation that comes from the State. For this reason, the Left-wing politicians who are not sheep-like, who are not fans of Pope Francis, and who are too old for dolls, prefer to talk about inequality without even trying to talk about poverty.
35. Lettera aperta di una pecorella al suo Pastore – Open Letter from a Sheep to Its Pastor
Le confesso un moto spontaneo di simpatia e ammirazione quando L’ho vista comparire sul balcone della basilica, quel pomeriggio di maggio. Non avevo ragioni particolari per sentire quello che sentivo, ma lo sentivo. Le ragioni arrivarono poi.
La prima arrivò quando cominciò a circolare il Suo curriculum vitae. Statunitense e frate agostiniano, dottorato in matematica, filosofia e poi in diritto canonico – che Lei non sia ancora esploso finora, è in un forte argomento a favore dell’esistenza di Dio e merita quindi tutta l’attenzione possibile.
La seconda ragione fu quando mi resi conto, dopo l’emozione iniziale, che Lei aveva portato mozzetta e stola su quel balcone, proprio come si addice a un Papa neoeletto – le forme contano almeno come la sostanza e la scarsa considerazione per le forme è sempre indice di altrettanto scarsa considerazione per la sostanza. Poi ne sono venute anche altre, ma queste due sono quelle decisive.
E decisive anche per motivare la preghiera che affido a questa lettera aperta, la preghiera di un fedele purtroppo non troppo devoto, ma che è totalmente e irreversibilmente figlio di quella Chiesa che Lei è stato chiamato a guidare.
La premessa è l’ossessività con cui nei giorni immediatamente prima e immediatamente dopo il Conclave si è esaltata la figura del Suo Predecessore come uno di noi, uno che annullava le distanze, che cancellava le differenze, che predicava quell’egualitarismo francescano che tanto commuove sempre giornalisti, politici e uomini di spettacolo – sempre saldamente dall’alto della loro posizione, ovviamente.
Ecco, la mia preghiera si riassume in un’unica, accorata, sentitissima supplica: Santità NON sia uno di noi! Non annulli le distanze, non cancelli le differenze, non assecondi l’egualitarismo dell’intercambiabilità.
La ragione è banalissima ed è che di quelli come me, come noi, se ne trovano dappertutto: di uni di noi il mondo trabocca, di uni come noi ce ne sono già dappertutto. Siamo troppi e non se ne può più. Perché da quelli come me, come noi, dagli uni di noi e dagli uni come noi, so perfettamente cosa mi devo aspettare: cioè che dica e che faccia esattamente quello che diciamo e facciamo tutti noi. È esattamente quello di cui NON abbiamo bisogno. Quello che diciamo e facciamo tutti noi uni-di-noi basta e avanza. Abbiamo disperatamente bisogno di qualcuno che non sia come noi, perché solo se non è come noi, forse abbiamo qualche speranza. Se anche Lei diventa uno di noi, uno come noi, per noi, per tutti noi uni-di-noi, è finita. Sia diseguale, Santità, non perda occasione per marcare la Sua differenza rispetto a ciò che siamo noi, a ciò che sono tutti gli uni-di-noi.
Se vuol dare speranza al mondo, non si omologhi, Santità.
Se è vero che Nostro Signore ha voluto pecore e pastori, non si faccia pecora fra le pecore, perché se tutti siamo pecore finiamo come i maiali di Gerasa – annegati in fondo al lago della nostra imbecillità.
Ho finito la mia perorazione. Aggiungo solo che distanze e differenze si marcano con le forme. E le forme sono segno di identità. Se le ignoriamo, perdiamo identità e ci omologhiamo. La Chiesa perde identità e si omologa. E se nella Chiesa cerchiamo speranza, non abbiamo bisogno di una Chiesa omologata.
Le proporrei in prima battuta di riprendere il triregno. Ma capirei le sue esitazioni di fronte al prevedibilissimo ragliare inconsulto di chi è convinto che siamo tutti intercambiabili perché ciascuno vale uno. Da ultima delle pecore del Suo gregge, mi permetterò solo di suggerirLe di riprendere, oltre a mozzetta e stola, anche le scarpe rosse rottamate dal Suo Predecessore insieme a tutto il resto. Un Papa in talare bianco con gli scarponi è come un Presidente della Repubblica in giacca e cravatta ma con i bermuda: prima di tutto fanno ridere. Non c’è niente di male, ma quelli come me, tutti noi uni-di-noi, ricevono un segnale contraddittorio e avvertono in qualche modo che chi manda quel segnale è il primo a non credersi, o a non sapere esattamente chi o cosa sia.
Le auguro di tutto cuore ogni bene, Santità, confermandoLe la mia personale stima e simpatia per come ha esordito nel suo pontificato. Ed è mia convinzione che più di qualche pecorella, se Lei saprà davvero essere diseguale, tornerà alla casa del Padre che ha lasciato.
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I confess to you a spontaneous sentiment of sympathy and admiration when I saw You to appear on the balcony of the basilica that late afternoon of May. I had no particular reason to feel what I felt, but I felt it. The reasons came later.
The first came when Your curriculum vitae began to circulate: American and Augustinian friar, doctorates in mathematics, philosophy, and then in canon law — the fact that you haven’t exploded so far is a strong argument in favor of the existence of God, and therefore deserves all possible attention.
The second reason was when I realized, after the initial emotion, that You wore the mozzetta and stole on that balcony, exactly as it befits a newly elected Pope — form means at least as much as substance, and a lack of regard for form always indicates an equal lack of regard for substance.
Other reasons followed, but these two are decisive.
And decisive also in motivating the prayer I entrust to this open letter — the prayer of a believer who is unfortunately not very devout, but who is totally and irreversibly a child of that Church you have been called to lead.
The premise is the obsessive way in which, during the days immediately before and after the Conclave, your Predecessor was exalted as one of us, someone who erased distances, eliminated differences, who preached that Franciscan egalitarianism that always so deeply moves journalists, politicians, and entertainers — always firmly from their lofty positions, of course.
So, my prayer can be summed up in a single, heartfelt, urgent plea: Your Holiness, do NOT be one of us! Do not erase distances, do not eliminate differences, do not encourage the egalitarianism of interchangeability.
The reason is very simple: the world is full of ones like me, like us — the ones of us are everywhere. There are too many of us, and frankly, we’ve had enough. Because from people like me, like us, from the one-of-us types, I know exactly what to expect: namely, that they will say and do exactly what we all say and do. And that is precisely what we do NOT need. What we already say and do is more than enough. We desperately need someone who is not like us — because only if he is not like us, can we perhaps still have a bit of hope.
If You too become one of us, someone like us, then for us — for all of us — it’s over. Be unequal, Your Holiness; never miss a chance to underscore your difference from what we are, from what all the one-of-us people are. If You want to bring hope to the world, do not conform, Your Holiness.
If it is true that Our Lord wanted sheep and shepherds, do not become a sheep among sheep — because if we are all sheep, we will end up like the swine of Gerasa: drowned at the bottom of the lake of our own stupidity.
I have finished my plea. I will only add that distances and differences are marked by forms. Form is a sign of identity. If we ignore it, we lose identity and we conform. The Church loses identity and conforms. And if we look to the Church for hope, we do not need a conformed Church.
As a first proposal, I would suggest restoring the papal tiara. But I would understand Your hesitation in the face of the predictable, mindless braying of those who are convinced that we are all interchangeable because everyone is worth one. As the last of the sheep in your flock, I will only dare to suggest that You also bring back, together with the mozzetta and the stole, the red shoes, discarded by Your Predecessor along with everything else. A Pope in white cassock wearing hiking boots is like a President of the Republic in jacket and tie but with Bermuda shorts: first and foremost, it’s ridiculous. There’s nothing wrong with it, but people like me — all of us one-of-us types — receive a conflicting signal and somehow feel that the one sending that signal is the first not to believe in himself, or not to know exactly who or what he is.
I sincerely wish you all the best, Your Holiness, and reaffirm my personal esteem and sympathy for the way You began Your pontificate. And I firmly believe that, if You truly manage to be unequal, more than one sheep will return to the Father’s house they once left.
34. Fondatat sul lavoro. Dipendente – Founded on Labor. Dependent Labour.
Per i cattolici, maggio è il mese della Madonna. A destra si ricorda l’inizio della Grande Guerra (il 24, quando il Piave mormorò). A Sinistra è il mese in cui si celebra il lavoro. Verso la Madonna i cattolici si sono drammaticamente intiepiditi e la Grande Guerra è ormai solo un capitolo sui manuali di storia. È rimasto il lavoro. Ed è rimasto perché interessa tutti, mentre la Madonna e la Grande Guerra magari no. Può essere utile però capire perché sia solo qualcuno – la Sinistra – a celebrare qualcosa che interessa tutti.
Bisogna partire un po’ da lontano. Dal Quarantotto, più o meno. L’anno in cui viene promulgata la Costituzione Repubblicana. Nella Costituzione Italiana il termine lavoro viene menzionato in dodici articoli: in due (1 e 120) per fare filosofia; in uno (il 38) per indicare l’inabilità al lavoro; nei restanti nove (articoli 35, 36, 37 38, 39, 46, 51, 52, 117) per indicare il lavoro dipendente. La parola lavoratore(/trice) ricorre sette articoli. In uno (in 3) per fare filosofia, negli altri sei (35, 36, 37, 38, 43, 46) per indicare il lavoratore(/trice) dipendente. E allora?
Allora bisognerebbe ricordarsi che il socialismo, un paio di secoli fa, nasce grazie a borghesissimi figli di papà tormentati da un irrisolto complesso di Edipo e convertitisi alla causa del proletariato per espiare la colpa di essere nati borghesi. Nel loro favoloso mondo di Amélie, il proletario è eticamente (e quindi politicamente) superiore perché l’unico lavoro che non è sfruttamento e oppressione dell’uomo sull’uomo – che è poi il lavoro del borghese – è il lavoro dipendente. E siccome il lavoro dipendente a partire dal compagno Marx, è la salvezza del mondo, per tutto l’Ottocento si sognò una Nazione finalmente alle complete dipendenze dello Stato – cioè del Partito. Con l’Ottobre Russo il sogno divenne finalmente realtà e con i piani quinquennali lo Stato – cioè il Partito – portò alla rovina la Nazione.
Nel Belpaese, intanto, finita la Guerra, il partito comunista più forte dell’Occidente non riuscì a portare in dono a Stalin la Roma dei Cesari e dei Papi, ma lavorò sulle fondamenta del nuovo Stato che avrebbe dovuto sostituire quello del Ventennio. Ne venne la Costituzione del Quarantotto nella quale il termine impresa è citato solo per dire che può essere espropriata e statalizzata (art. 43); il termine azienda viene citato solo per prevedere la possibilità che i dipendenti partecipino alla gestione aziendale (art. 46) e la libera professione compare solo per dire che è necessario fare un esame di Stato per accedervi (art. 33). Per gentile concessione, l’iniziativa economica è libera (art. 41) purché però abbia finalità sociali e ambientali.
A questo punto anche uno di sinistra capirebbe perché il Primo Maggio è una festa di bandiere rosse, reali e metaforiche a seconda del buon gusto dei partecipanti. E poiché senza imprese il lavoro dipendente non esiste, a sinistra si continua a sognare lo Stato-datore di lavoro. Per questo è inutile perdersi dietro a questioni selvaggiamente liberali come una politica industriale o un sistema-paese competitivo sullo scenario globale. La strategia è sempre quella: siccome è impossibile rendere tutti ugualmente ricchi, bisogna rendere tutti ugualmente poveri. Questo è il sacro dovere dell’uguaglianza. Il tutto con benedizione costituzionale impartita sul palco del Concertone fra un raglio ideologico e l’altro mentre il pubblico si commuove con Bellaciao.
E a chi si chiedesse ancora perché la Costituzione non riporti nel comma primo dell’articolo primo “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro dipendente“, Landini spiegherà che se lavoro è solo quello del dipendente, scrivere lavoro è sufficiente. Per i più zelanti, confrontare con l’articolo 1 del capitolo primo della Costituzione dell’Unione Sovietica del 1977 e della Costituzione della repubblica Popolare Cinese del 1982.
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For Catholics, May is the month of the Virgin Mary in Italy. The Right Wing recalls the beginning of the Great War (on the 24th, when the river Piave murmured). For the Left Wing, it is the month in which labor is celebrated. Catholics have grown dramatically lukewarm toward the Virgi Mary, and the Great War is now just a chapter in history textbooks. What remains is labor. And it remains because it concerns everyone, whereas the Virgin Mary and the Great War perhaps do not. Still, it might be useful to understand why in Italy it is only one side—the Left—that celebrates something that concerns everyone.
To understand this, we need to go back a bit. More or less to 1948. The year the Constitution of Italian Republic was promulgated. In the Italian Constitution, the word labor (lavoro) is mentioned in twelve articles: in two (1 and 120) philosophically; in one (38) to indicate inability to work; and in the remaining nine (articles 35, 36, 37, 38, 39, 46, 51, 52, 117) to refer to dependent employment. The word labourer (lavoratore) appears in seven articles. In one (article 3) philosophically, in the other six (35, 36, 37, 38, 43, 46) to indicate the dependent worker. So what?
So, we should remember that socialism, a couple of centuries ago, was born thanks to bourgeois daddy’s boys tormented by unresolved Oedipus complexes, who converted to the proletarian cause to atone for the sin of having been born bourgeois. In their fabulous Amélie-style world, the proletariat is ethically (and therefore politically) superior because the only kind of labor that isn’t exploitation or oppression of man by man—which is, of course, the specific labor of the bourgeois class—is dependent labor. And since dependent labor, starting with comrade Marx, is the salvation of the world, the 19th century was filled with dreams of a Nation entirely at the service of the State—that is, the Party. With the Russian October Revolution, the dream finally came true, and with the Five-Year Plans, the State—that is, the Party—led the Nation to ruin.
In Italy, meanwhile, after the War, the strongest Communist party in the West did not manage to gift Stalin the Rome of the Caesars and the Popes, but it did lay the foundations of the new State meant to replace the one from the Fascist era. This led to the 1948 Constitution, in which the term enterprise is mentioned only to state that it can be expropriated and nationalized (art. 43); the term company only to foresee the possibility of workers participating in management (art. 46); and liberal profession only to say that one must pass a state exam to enter it (art. 33). As a generous concession, economic initiative is free (art. 41), provided it pursues social and environmental aims.
At this point, even someone on the Left would understand why Labour Day is a festival of red flags—real or metaphorical, depending on the taste of the participants. And since without enterprises there is no dependent labor, the Left continues to dream of the entrepreneurial State. That’s why there’s no point getting caught up in wild capitalism concerns like an integrated industrial policy or a globally competitive national system. The strategy is always the same: since it’s impossible to make everyone equally rich, the goal is to make everyone equally poor. This is the sacred duty of equality. All of it with constitutional blessing, delivered from the stage of the Concertone (the big Labour Day concert in Rome held the 1st May) between one ideological bray and the next, while the audience gets emotional with Bellaciao.
And to those still wondering why the Italian Constitution does not state in the first clause of Article 1 that “Italy is a democratic Republic founded on dependent labor,” Landini, the red trade union secretary, will explain that if labor means only dependent labor, then writing labor is enough. For the most zealous, compare it with Article 1, Chapter 1 of the 1977 Constitution of the Soviet Union and the 1982 Constitution of the People’s Republic of China.
33. L’Intellettuale Inorganico – The Inorganic Intellectual
La sinistra può dormire sonni tranquilli. La sua egemonia culturale nel Belpaese non è in discussione. In effetti, ha molto poco da temere da una destra che continua a inciampare su casi umani e che crede di egemonizzare schierando in prima linea omuncoli con nani e ballerine al seguito. L’egemonia culturale con è la colonizzazione di enti e manifestazioni.
L’egemonia culturale richiede in via preliminare il saper leggere e scrivere. Banale, ma niente affatto scontato, specie fra i nani e le ballerine che fanno da corona agli omuncoli incaricati della conquista. Messaggistica social e comparsate su tappeti rossi non sostituiscono la lettura delle Operette Morali o della Critica della Ragion Pura.
Per arrivare all’egemonia culturale bisogna guardare come ha fatto chi la detiene. Da noi la chiave è stata l’intellettuale organico, teorizzato da Gramsci nei Quaderni dal carcere. Si tratta di una specie di commissario-funzionario della cultura capillarmente indottrinato per poter indottrinare, sufficientemente ottuso per resistere alla devastazione di ciò che è costretto a imparare, tenace fino alla morte (altrui) nel credere ciò su cui è stato indottrinato. Messo a punto il prototipo, cura di chi mira all’egemonia sarà produrne in quantità adeguate e distribuirlo capillarmente.
La formula è stata assolutamente vincente, dal momento che, per opera dell’intellettuale organico, nel sentire comune la proprietà privata è diventata furto, il profitto è diventato sfruttamento, il liberismo è diventato selvaggio. Il lavorio discreto dell’intellettuale organico è riuscito a tenere comunista un terzo dell’Italia fino alla fine degli Anni Novanta del Novecento e poi a rendere verosimile l’idea che si può essere di sinistra senza essere comunisti.
La prima mossa della destra dovrà dunque essere la messa a punto di un proprio intellettuale organico. E dovrà essere intellettuale organico destro per poterlo contrapporre al collaudatissimo intellettuale organico sinistro. Successivamente si passerà alla produzione su vasta scala e alla distribuzione capillare. Ma questo è meno problematico. La difficoltà vera è invertire la polarità dell’intellettuale organico, da sinistra a destra, perché un intellettuale italico, dopo ottant’anni di egemonia, cresce spontaneamente di sinistra.
Per invertire la polarità, Tolkien, Evola, l’alfabeto runico e i druidi celtici non bastano. Non che il pantheon culturale della sinistra sia messo meglio, ma ha dalla sua ottant’anni di ripetizione incessante e si sa che anche la scemenza più scemenza, convintamente ripetuta per un tempo sufficiente, diventa verità ovvia. Ottant’anni è un tempo più che sufficiente.
Invertire la polarità dell’intellettuale organico, quindi. Non è una passeggiata. E’ necessaria un’azione diretta, immediata e definitiva, se la destra vuole l’egemonia prima che imploda a causa della sindrome da potere conquistato.
Le possibilità non sono molte. Scartando l’opzione Frankenstein, decisamente datata, molto splatter e poco industrializzabile (il soggetto viene assemblato da pezzi sparsi e il cervello ricondizionato dall’elettricità del fulmine), perché non prendere in considerazione l’opzione ChatGPT (o altra forma di intelligenza artificiale) per realizzare l’intellettuale organico destro virtuale?
Attenzione ai vantaggi: non sporca, non disturba, non ingombra, non chiede, non ha fisime, non ha appetiti politici e sessuali, non fa (e non fa fare) figure escrementizie.
Lo si può dotare di look accattivante e ha accesso illimitato a tutte le banche dati.
Non esisterebbe fisicamente, è vero, ma in fondo che se ne fanno milionate di follower dell’esistenza fisica del loro influencer? E quanti follower hanno poi davvero incontrato l’influencer a cui sono devoti?
Con minime varianti – tratti somatici, colori, tono di voce, eccetera – si possono avere in breve eserciti di intellettuali organici destri virtuali da collocare dappertutto in rete. E’ presumibile immaginare un successo dirompente se l’aspetto sarà quello di una velina di Striscia la notizia.
L’opportunità non è da poco, anche perché la sinistra, ancora legata mani e piedi alla figura antiquata dell’Intellettuale Organico, pare non ne abbia ancora intuito il potenziale. La destra potrebbe spiazzarla completamente mettendone pesantemente in discussione l’egemonia culturale con l’inedita e dirompente figura dell’Intellettuale Inorganico. E in più eviterebbe a chi ambisce all’egemonia l’incomodo di dover imparare a leggere e scrivere.
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The Italian Left-wing can sleep soundly. Its cultural hegemony in Italy is not in question. In fact, it has very little to fear from a Right-wing that continues to stumble over human cases and believes it can establish dominance by putting forth small men accompanied by dwarfs and ballerinas. Cultural hegemony is not the colonization of institutions and events.
Cultural hegemony, preliminarily, requires the ability at least to read and write. Obvious, but not at all taken for granted, especially among dwarfs and ballerinas around the little men tasked with the conquest. Social media messaging and appearances on red carpets are no substitutes for reading Operette Morali by Giacomo Leopardi or Critique of Pure Reason by Immanuel Kant.
To achieve cultural hegemony, one must look at how those who possess it have done it. In our case, the key has been the organic intellectual theorized by Antonio Gramsci in his Quaderni dal carcere. This figure is a sort of cultural commissioner-functionary, carefully indoctrinated to be able to indoctrinate in turn, sufficiently dull to withstand the devastation of what they are forced to learn, and tenacious until (others’) death in believing in what they’ve been indoctrinated with.
Once the prototype has been perfected, the task of those aiming for hegemony is to produce them in adequate quantities and distribute them widely.
The formula has been absolutely successful, since through the work of the organic intellectuals, private property has become theft, profit has become exploitation, and liberalism has become something savage. The discreet work of the organic intellectuals managed to keep a third of Italy communist until the late 1990s and then made the idea that one could be leftist without being a communist seem plausible.
Thus, the Right-wing’s first move should be the development of its own organic intellectual. And it will have to be a right organic intellectual in order to counter the well-established left organic intellectual. Afterwards, large-scale production and widespread distribution will follow. But this is less problematic. The real difficulty is in reversing the polarity of the organic intellectual, from left to right, because an Italian intellectual, after eighty years of hegemony, naturally grows up leftist.
To reverse the polarity, Tolkien, Evola, runic alphabets, and Celtic druids are not enough. Not that the Left-wing’s cultural pantheon is in better shape, but it has eighty years of incessant repetition on its side, and we know that even the dumbest nonsense, repeated convincingly for long enough, becomes obvious truth. Eighty years is more than enough time.
Reversing the polarity of the organic intellectual, then. It’s no easy challenge. A direct, immediate, and definitive action is necessary if the Right-wing wants hegemony before imploding due to the conquered power syndrome.
There aren’t many options. Discarding the Frankenstein option, which is decidedly outdated, very splatter, and hard to industrialize (the subject is assembled from scattered pieces and the brain reconditioned by electricity of lightning), why not consider the ChatGPT option (or another form of artificial intelligence) to create a virtual Right-wing organic intellectual?
Let’s consider the advantages: it makes no mess, doesn’t disturb, doesn’t take up space, doesn’t ask, has no hang-ups, no political or sexual appetites, and doesn’t (and doesn’t make others) look ridiculous.
It could be given an attractive look and have unlimited access to all databases.
It wouldn’t exist physically, it’s true, but do followers are not interested in the physical existence of their influencer. How many followers have ever actually met the influencer they are devoted to?
With minimal variations — facial features, colors, voice tone, etc. — you could quickly have armies of virtual right organic intellectuals placed all over the web. It’s plausible to imagine a resounding success if the appearance is that of a nice showgirl.
The opportunity is significant, especially because the Left-wing, still tied hand and foot to the outdated figure of the organic intellectual, doesn’t seem to have realized the potential of the new figure yet. The Right-wing could completely outmaneuver it, heavily questioning cultural hegemony of the Left-wing with the new and explosive figure of the Inorganic Intellectual. And it would also spare those aspiring to hegemony the inconvenience of learning to read and to write.
32. Parental Control
Che una docente di letteratura italiana in una scuola pubblica, applicando un malruminato concetto di accoglienza, si autoincarichi di proteggere infanti di fede musulmana dal pernicioso contatto con la Divina Commedia (La Repubblica, 25 maggio 2024, Niente Dante per gli studenti musulmani di Enrico Ferro), è scemenza così colossale che non merita nemmeno di entrare nel merito.
Più interessante è notare il dinamismo del cancel-woke-politicallycorrectismo che qui si offre in un caso esemplare e che porta inesorabilmente a un paio di conseguenze diametralmente opposte alle premesse – le quali, insieme a tutte le altre buone intenzioni, lastricano le vie dell’inferno.
La prima. Mia nonna, donna piissima e austerissima, un giorno mi fece sparire il Dizionario Filosofico di Voltaire. Scoperta, si giustificò dicendo che lo aveva fatto per difendermi dalla parola di un senzadio. È la medesima logica dell’Indice dei Libri Proibiti e gli ayatollah, semmai sapessero, ringrazierebbero. Se passa il principio di evitare o impedire letture che possano suonare offensive per qualcosa o per qualcuno, si arriva inevitabilmente a fare falò con i libri. E poiché tutti abbiamo una lista di libri che riteniamo offensivi verso ciò in cui crediamo, se mettiamo assieme le liste di tutti, nessun libro si salverà. E gli ayatollah ringrazierebbero di nuovo.
La seconda. Da tempo, noi maschi bianchi occidentali siamo tutti diventati stupratori-femminicidi, schiavisti-colonialisti, imperialisti-guerrafondai. A tal punto che ogni maschio bianco e occidentale, guardandosi allo specchio la mattina, dovrebbe sentirsi stupratore, femminicida, schiavista, colonialista, imperialista, guerrafondaio. L’intellighenzia del cancel-woke-politicallycorrectismo – popolata ovviamente di maschi bianchi e occidentali che praticano l’autosputacchiamento mattutino allo specchio – veglia con zelo sulla cosa, per potersi indignare a seconda della propria peristalsi intestinale.
Poiché, nel loro santo zelo, non sospettano che ci sia una differenza fra colpevolizzare uno per ciò che fa e colpevolizzarlo per ciò che è, e nemmeno sospettano che i regimi totalitari nascono sempre colpevolizzando qualcuno per ciò che è (ebreo, eretico, strega, omosessuale, neoliberista selvaggio, eccetera), i militanti del cancel-woke-politicallycorrectismo creano le premesse per quelle derive politiche, etiche e culturali che così alacremente credono di combattere. Ma tant’è. Alla peristalsi intestinale non si comanda.
Il problema è chi non si rassegna troppo facilmente a sentirsi colpevole per ciò che è. Il quale comincerà, come è ovvio, a difendersi. E anche a sostenere chi lo difende – come è abbastanza normale che succeda in regime di democrazia. Così che il politico capace di cogliere questo disagio avrà fatto la sua fortuna elettorale fra i maschi bianchi occidentali, indipendentemente dalle sue capacità politica e dalla sua qualità etica. Ed ecco sorgere all’orizzonte della politica i Donald Trump che, prima della cultura cancel-woke-politicallycorrect non esistevano. Donald Trump prima di tutto risolve il problema di trovare un senso e un lavoro al cancel-woke-politicallycorrectismo, di cui è la creatura primogenita. Un circolo vizioso perfetto che garantisce visibilità mediatica e premi letterari ai professionisti dell’indignazione e della lamentazione.
Conclusione?
Se il cancel-woke-politicallycorrectismo fosse meno cancel-woke-politicallycorrect, non avrebbe mai evocato il demone. Però non esisterebbe. Noi ce ne faremmo sicuramente una ragione, ma i suoi militanti non saprebbero come riempire le lunghe sere d’inverno. E se Trump fosse meno Trump, dovrebbe sostenere la macchinetta da guerra cancel-woke-politicallycorrect che, sparandogli addosso, gli spiana così gioiosamente la strada verso la presidenza USA.
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That a teacher of Italian literature in a public school, applying a poorly ruminated concept of receptions of immigrants, takes on the task to protect infants of Muslim faith from the pernicious contact with the Divine Comedy, is such a colossal stupidity that it doesn’t even deserve to go into detail.
More interesting is to consider the dynamism of cancel-woke-politicallycorrectism which is offered here in an exemplary case leading inexorably to a couple of consequences diametrically opposed to the premises – which, together with all the other good intentions, pave the roads of hell.
The first. My grandmother, a very pious and austere woman, one day made my Voltaire’s Philosophical Dictionary disappear. After I found out who was the culprit, she justified herself by saying that she had done it to defend me from the word of a godless man. It is the same logic as the Index Librorum Prohibitorum and the ayatollahs, if they knew, would be grateful. If we accept the principle of avoiding or preventing readings that may sound offensive to something or someone, we inevitably arrive to make bonfires with books. And since we all have a list of books that we consider offensive to what we believe in, if we put everyone’s lists together, no book will be saved. And the ayatollahs would thank us again.
The second. Now, we white Western males have all become rapists-femicides, slavers-colonialists, imperialists-warmongers. To such an extent that every white Western male, looking in the mirror in the morning, should feel like a rapist, femicide, slaver, colonialist, imperialist, warmonger. The intelligentsia of cancel-woke-politicallycorrectism – obviously populated by white, Western males who practice morning self-spitting in the mirror – watches over the matter zealously, in order to be able to get indignant according to their own intestinal peristalsis.
Since, in their holy zeal, they do not suspect that there is a difference between blaming someone for what he does and blaming him for what he is, and do not even suspect that totalitarian regimes are always born by blaming someone for what they are (Jew, heretic, witch, homosexual, wild neoliberal, etc.), the cancel-woke-politicallycorrectism militants create the premises for those political, ethical and cultural drifting that they believe they are fighting so hard. But that’s it. Intestinal peristalsis cannot be controlled.
The problem is those who don’t resign themselves too easily to feel guilty for what they are. So, they will obviously begin to defend themselves. And also to support those who defend them – as is quite normal to happen in a democracy. So, the politician capable of capturing this discomfort will have made his electoral fortune among Western white males, regardless of his political skills and ethical quality. This is the reason because politicians like Donald Trump arise on the political horizon, this is the reason because Donlad Trump did not exist before the cancel-woke-politicallycorrect culture. Donald Trump first of all solves the problem of finding meaning and a job for cancel-woke-politicallycorrectism, of which he is the first-born creature. A perfect vicious circle that guarantees media visibility and literary prizes to professionals of indignation and complaint.
Conclusion?
If cancel-woke-politicallycorrectism were less cancel-woke-politicallycorrect, it would never have evoked the demon. But it wouldn’t exist. We would certainly get over it, but its militants wouldn’t know how to fill the long winter evenings. And if Trump were less Trump, he would have to support the cancel-woke-politicallycorrectism war machine that, by shooting at him, so joyfully paves his way to the US presidency.
31. Fischia il vento, urla la bufera
Torna la Settimana Rossa, puntuale come una cambiale. Dazio annuale, dal Venticinque Aprile al Primo Maggio, da pagare alla sinistra le cui anime belle si meravigliano ancora, dopo alquante generazioni, che le festività politiche di Mezzaprimavera non siano ancora diventate il momento in cui tutti gli italiani riescono a riconoscersi.
La mia storia personale mi dice tutt’altro, ma so anche che non c’è ragione per cui chi non ha capito finora, possa mai capire.
Il mio primo Venticinque Aprile cadde esattamente nel 1970 e non potrò mai dimenticarlo perché la mia classe di quinta elementare fu scrupolosamente preparata nei mesi precedenti dal maestro comunista-maoista militante, militantissimo, che ottemperava con santissimo zelo alle prescrizioni di Gramsci sul ruolo dell’intellettuale organico nell’educazione del proletariato. Quindi mesi a imparare cosa era stato il fascismo e soprattutto cosa era stata la resistenza mentre ci insegnava a cantare in coro Fischia il Vento, urla la bufera.
E, come regalo personale, una durissima reprimenda quando gli dissi che stavo leggendo Cuore di De Amicis, perché era libro vergognosamente borgese e paternalistico per addormentare la coscienza del proletariato.
Ovvio che il Venticinque Aprile sorse nella mia coscienza politica come la festa della Rossa Primavera.
La mia educazione successiva seguì altre vie e si formò a pane e Lettera sulla tolleranza (quella di Locke, non quella di Voltaire, per l’esattezza), passando per Popper, Tocqueville, Von Hayek, Arendt. Elogio senza se e senza ma della libertà da ogni totalitarismo, dirigismo, pianiquenquennalismo.
Il che mi guadagnò dagli assertori della Rossa Primavera (che si mostravano in giro con i Manoscritti Economico-filosofici del 1844 di Marx visibilmente intonsi) la qualifica di uomo della destra borghese padronale capitalistica sfruttatrice imperialista e, in quanto tale, automaticamente fascista. Perché era ovvio, era legge naturale, all’epoca, che tutti dovevamo lottare per la Rossa Primavera. E che il Venticinque Aprile era – e doveva essere la festa di tutti, proprio perché lottare per la Rossa Primavera era dovere di tutti.
Ed era altrettanto ovvio che chi si sottraeva, era fascista o complice del fascismo, come predicava l’intellighenzia più impegnata alle masse da educare. Da educare, ovviamente, su indicazione del compagno Togliatti, a sua volta minuziosamente e coscienziosamente educato da Stalin.
Non credo di aver bisogno di pistolotti antifascisti alla Scurati per sapere da che parte stare – la libertà del singolo in tutte le sue declinazioni possibili. Consiglio invece un prezioso volumetto (L’Ideologia, autore Carlo Galli, editore Il Mulino) nel quale (capitolo terzo, Genealogia e storia) nazionalsocialismo, fascismo e comunismo sono descritti evidenziando la comune struttura ideologica totalitaria. Magari qualcuno potrà farsi un’opinione diversa sui comunisti che fino alla caduta del muro di Berlino predicavano contro il fascismo in circostanze come il Venticinque Aprile.
“Il comunismo sta alla sinistra come il fascismo sta alla destra”, mi obiettò un giorno un caro amico. Il quale non seppe però indicarmi, dietro mia precisa richiesta, in quale articolo della Costituzione il comunismo viene ripudiato.
Ma oggi i comunisti non ci sono più: così ci si autoassolve a sinistra. Ma per me non fa nessuna differenza che lo statalismo, l’egualitarismo, il centralismo, l’assistenzialismo, così come il pianificazionismo economico, l’unilateralismo ideologico, il perbenismo etico-politico abbiano cambiato look per rendersi meno impresentabili. E nemmeno fa differenza se vengono da una parte o da quella opposta. Rimangono quello che sono e se vengono da parti che si considerano opposte, significa solo che le due parti non sono affatto opposte – in palese dissenso da come la vedeva Norberto Bobbio, che ha complicato una distinzione semplicissima (destra-sinistra) con acrobazie sospette, rendendo incomprensibile il quadro politico .
All’inizio, per i primi anni dopo la fine della guerra, il Venticinque Aprile era festa di tutti?
Ho molti dubbi. Se anche lo era, basta considerare come è stata trattata anche quest’anno la memoria dei partigiani della Brigata Ebraica per capire come si è proceduto ad allontanare gli ospiti indesiderati dalla festa.
Di sicuro, negli ultimi cinquantaquattro anni, il Venticinque Aprile è stata una festa rossa. Per me, almeno.
Che si concederà il bis il Primo Maggio. Ma, forse, ho semplicemente avuto un’infanzia difficile.
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Red Week is back, punctual as a promissory note. Annual duty, from the twenty-fifth of April – in 1945, the Day Liberation from Nazi-fascism in Italy – to the first of May, to be paid to the Left whose beautiful souls are still amazed, after several generations, that the political holidays of Mid-Spring have not yet become the moment in which all Italians are able to recognize themselves.
My personal history tells me otherwise, but I also know that there is no reason why those who have not understood so far can ever understand.
My first Twenty-Fifth of April fell exactly in 1970 and I will never be able to forget it because my fifth grade class (I was ten years old) was scrupulously prepared in the previous months by our militant communist-Maoist teacher, a very active militant, who complied with Gramsci’s prescriptions about the role of the organic intellectual with holy zeal for the education of the proletariat. So months of learning what fascism had been and above all what the resistance had been, while he taught us to sing in chorus Fischia il vento, urla la bufera, the most popular song of the red partisans during the war of liberation.
Furthermore, as a special personal gift, I received a very harsh reprimand when I told him that I was reading Cuore by Edmondo De Amicis, because it was a shamefully bourgeois and paternalistic book intended to anesthetize the conscience of the proletariat.
Obviously, Twenty-fifth of April arose in my political consciousness as the celebration of the Red Spring, as the song says.
My subsequent education followed other paths and was based on bread and A Letter Concerning Toleration (Locke’s one, not Voltaire’s, to be precise), passing through Popper, Tocqueville, Von Hayek, Arendt. Praise without ifs or buts of freedom from all totalitarianism, dirigisme, quinquennialism, which earned me from the supporters of the Red Spring (who showed themselves around with Marx’s visibly untouched Economic-Philosophical Manuscripts of 1844) the qualification of a man of the bourgeois-capitalist-exploitative-imperialist-employer’s Right and, as such, automatically fascist. Because it was obvious, it was a natural law, at that time, that all mankind had to fight for the Red Spring. And that Twenty-fifth of April was – and had to be – everyone’s celebration, precisely because fighting for the Red Spring was everyone’s duty.
And it was equally obvious that those who avoided this duty were fascists or accomplices of fascism, as the most committed intelligentsia preached to the masses to be educated. To be educated, obviously, on the recommendation of comrade Togliatti, who in turn was meticulously and conscientiously educated by Stalin.
I don’t think I need anti-fascist tirades (like the recent one by Antonio Scurati) for knowing which side to take – the side of freedom of the person in all its possible declinations. On the other hand, I recommend a precious little book (L’Ideologia, author Carlo Galli, publisher Il Mulino) in which (chapter three, Genealogy and history) national socialism, fascism and communism are described, highlighting their common totalitarian ideological structure. Maybe someone might get a different opinion about the communists who, until the fall of the Berlin Wall, preached against fascism in circumstances such as Twenty-fifth of April.
“Communism is to the Left as fascism is to the Rght,” a dear friend objected to me once. However, he was unable to tell me, upon my specific request, in which article of the Italian Constitution communism is repudiated.
But today there are no longer communists: in this way the Italian Left absolves itself in Italy. But for me it makes no difference that statism, egalitarianism, centralism, welfarism, as well as economic planning, ideological unilateralism, ethical-political respectability have changed their look to make themselves less unpresentable. Nor it makes any difference whether they come from one side or the opposite. They remain what they are and if they come from sides that consider themselves opposite, it only means that the two sides are actually not opposite – unlike Norberto Bobbio, who complicated a very simple distinction (Right-Left) with dubious acrobatics, making the Italian political framework incomprehensible.
At the beginning, during the first years after the end of the Second World War, was Twenty-fifth of April a celebration of all Italians?
I have many doubts. Even if it was, just consider how the memory of the partisans of the Jewish Brigade was treated this year too for understanding how unwanted guests were removed.
Certainly, for the last fifty-four years, April Twenty-Fifth has been a red celebration. For me, at least.
Which will be repeated on First of May.
But, perhaps, I simply had a difficult childhood.
30. La Maga di Oz – The Wizardess of Oz
Rimarrà negli annali dell’avanspettacolo politico l’ologramma di Elly Schlein che disegna un cuoricino con le mani alla recente convention del PSE a Roma, nel contesto delle suggestioni (non solo architettoniche) della Nuvola di Fuksas.
Puro scicchismo trendy e politically correct. Peccato che colei non abbia la evve moscia come ce l’aveva l’inimitabile Fausto Bertinotti. Sarebbe stato en plein.
Un tempo, quando le donne di Sinistra erano donne (era il tempo in cui anche gli uomini di Sinistra erano uomini), accostando pollice a pollice e indice a indice disegnavano ben altro che cuoricini con le mani.
A quel tempo gli uni e le altre avevano aspettavano duri e puri il sol dell’avvenire che faceva da aureola alla falce e martello incrociati. Si ragionava prima di tutto e soprattutto di economia e di plusvalore (in quinta Liceo, il prof di filosofia ci parlò per tutto l’anno solo di plusvalore e di sfruttamento della classe operaia – ma perché solo questo sapeva), di capitale e di sfruttamento, di classe operaia e di padronato.
Non avevano capito niente degli ultimi centocinquant’anni di storia, ma erano tutti d’un pezzo.
Sapevano di mentire nel promettere i loro paradisi artificiali, ma era la giovinezza.
Erano i tempi in cui uno come Enrico Berlinguer diceva di sentirsi più sicuro in occidente che dall’altra parte del Muro di Berlino e invece di essere preso, cosparso di melassa e di piume d’oca, fu orgogliosamente scelto come segretario del più grande partito comunista al di qua del Muro.
Però nonostante a Sinistra ci fosse un popolo bue condotto da mandriani in perfetta malafede – oggi con perfetta nemesi succede sul fronte opposto – non esisteva il radical-scicchismo. Pugno chiuso. Niente cuoricini.
Nella Nuvola di Fuksas – paese delle meraviglie di Alice e del Mago di Oz per il ritrovato orgoglio della Sinistra nostrana – si è celebrato solennemente il regresso adolescenziale dello scicchismo euro-radical che la segretaria pro tempore del Pidì impersona con perfetta e autentica spontaneità.
Ecco il menu dei temi qualificanti e prioritari (La Repubblica, 3 marzo 2024): lavoro di qualità, società più green e giusta, sanità accessibile a tutti, democrazia, Ue femminista, diritti dei migranti, ruolo dell’Europa nel mondo, sostegno alla pace e alla cooperazione internazionale. Temi che muovono e commuovono, indubbiamente e che – tranne uno , forse – rappresentano altrettanti capitoli di spesa. E di non poca spesa.
La Repubblica non riferisce di come l’assemblea riunita per il suo momento collettivo di autocoscienza politica abbia pensato di finanziare l’elenco degli impegni.
Colpa ovviamente del cronista, che deve essere stato in bagno quando si sarà certamente parlato del debito pubblico in cui stiamo affogando e delle strategie per promuovere l’impresa cui tocca creare la ricchezza da distribuire. E sicuramente il cronista sarà stato a prendere un caffè, mentre la platea discuteva accanitamente su come riformare un apparato statale di vergognosa inutilità o di rendere meno tragicomica la burocrazia.
E se invece non se ne fosse parlato affatto nel mondo di Fuksas, il mondo di Oz il Mago e di Alice delle Meraviglie, dove la Sinistra europea discute di come devono essere fatte le brioches da distribuire al popolo che non ha pane?
In effetti, meglio fare cuoricini con le mani e commuoversi cantando Bellaciao.
Perché occuparsi di cose così volgari come i debiti e la produzione, così poco eleganti come la stupidità dell’apparato o della follia delle procedure?
Perché stressarsi con cose così fuori posto nel mondo di Oz e di Alice?
In fondo, se tocca alla Sinistra spendere, a qualcuno toccherà pure di trovare i soldi. Mica può fare tutto la gioiosa macchinetta da guerra di Elly & Compagni.
Che cosa direbbero Dorothy Gale e Alice se la Sinistra non avesse più modo e tempo per giocare con loro?
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The hologram of Elly Schlein drawing a little heart with her fingers at the recent PSE convention in Rome will remain in the annals of political vaudeville, in the con-text of the suggestions (not only architectural) of the Fuksas Nuvola.
Pure trendy and politically correct chicness. It’s a pity that she has not the soft “r” like the inimitable Fausto Bertinotti had. It would have been en plein.
Once upon a time, when the women of the Left were women (it was the time also when the men of the Left were men), by placing thumb to thumb and forefinger to forefinger they drew much more than little hearts.
At that time hard and pure women and men had waited for the sun of the future, shining as a halo to crossed hammer and sickle. They discussed first and foremost about economics and surplus value (in my last year of high school, the philosophy teacher spoke to us all year round only about surplus value and exploitation of the working class – but only because that was all he knew), about capital and exploitation, working class and employers.
They didn’t understand anything about the last hundred and fifty years of history, but they were all of one piece. They knew they were lying in promising their artificial paradises, but they were young…
Those were the times when someone like Enrico Berlinguer said he felt safer in the Occident than on the other side of the Berlin Wall and instead of being caught, sprinkled with molasses and goose feathers, he was proudly chosen as secretary of the largest communist party in the world in this side of the Wall.
But despite the fact that the Left was a herd of oxen led by herdsmen in perfect bad faith – today with perfect nemesis it happens on the opposite front – radical chicness did not exist at that time. Closed fists. No little hearts.
In the Nuvola of Fuksas – the wonderland of Alice and the Wizard of Oz for the rediscovered pride of our lo-cal Left – the adolescent regression of Euro-radical chicness was solemnly celebrated and the pro tempore secretary of PD personifies it with perfect and authentic spontaneity.
Here is the menu of qualifying and priority themes (La Repubblica, 3 March 2024): quality work, greener and fairer society, healthcare accessible to all, democracy, feminist EU, migrants’ rights, Europe’s role in the world, support for peace and international cooperation. All engaging and moving themes undoubtedly, which – except one, perhaps – represent as many items of expenditure. And no small expense.
The newspaper La Repubblica does not report how the assembly gathered for its collective moment of political self-awareness thought about financing the list of commitments.
Obviously this is a fault of the reporter, who must have been in the toilet when they were certainly discussing about the public debt in which we are drowning and the strategies to promote the companies for creating the wealth to be distributed. And surely the reporter must have been having a coffee, while the assembly was passionately discussing how to reform a state apparatus of shameful uselessness or to make the bureaucracy less tragicomic.
And what if these themes hadn’t been discussed at all in the world of Fuksas, the world of Oz the Wizard and Alice in Wonderland, where the European Left met for discussing how the croissants should be made to be distributed to the people who have no bread?
In fact, it’s better to make little hearts with fingers and be moved by singing Bellaciao.
Why worry about things as vulgar as debts and production, as inelegant as the stupidity of the apparatus or the incredible madness of the procedures?
Why stress over things so out of place in the world of Oz and Alice?
After all, if spending is responsability of the Left, someone will also have to find the money. Elly & Co.’s joyful war machine can’t do everything.
What would Dorothy Gale and Alice of Wonders say if the Left no longer had the opportunity and time to play with them?
29. La rivolta dei Rohirrim – The Rohirrims Revolt
Accadde all’inizio della Quarta Era – l’Era della Terza Repubblica – poco più di un anno dopo l’insediamento della prima mezzuoma sull’Alto Seggio della Contea, a capo del governo dell’Eriador.
Era appena passato Mezzinverno quando Lobelia Serracinta, la Prima Sorella dei Fratelli della Contea, dovette affrontare la rivolta dei Rohirrim di Rohan.
Un tempo allevatori di cavalli, da quando Ombromanto Signore dei Cavalli, se n’era andato a Valinor insieme a una delegazione di Elfi di Rivendell, oltre il mare occidentale, i Rhoirrim avevano incontrato Simmental, la Signora delle Vacche, sul limitare della Foresta di Fangorn.
A lei avevano giurato fedeltà in cambio di latte per formaggi e di concime per i campi e fin troppo presto Ombromanto e i cavalli – che peraltro non davano né latte né concime – caddero nell’oblio.
Da tempo, la Terra di Mezzo, da Arnor a Rhovanion, da Erebor giù fino alla Baia di Belfalas, si era federata per opporre resistenza al Pericolo da Est – Mordor era stata sconfitta ma non distrutta – e aveva eletto a capitale la gloriosa Rivendell.
Un terzo delle ricchezze comuni custodite nei forzieri dell’Unione era destinato ogni anno ai Rohirrim per sussidiare le loro attività perennemente in perdita, anche se il loro contributo alla ricchezza della Terra di Mezzo assommava a un cinquantesimo scarso.
Più volte gli Elfi Mastri del Consiglio di Gondolin avevano fatto notare la vergogna di quel privilegio e il risentimento di fabbri, tessitori e carpentieri perché, a differenza dei Rohirrim, nessun sussidio li soccorreva nella lotta contro la concorrenza che veniva dall’est – dalle plaghe remote del Ruhn e del Haradwaich.
Ma i Rohirrim erano stati determinanti per la vittoria di Mezzadonna Lobelia, e così, dopo aver dato, reclamavano di ricevere.
Notando la scarsa sollecitudine di Lobelia, Tobaldo Soffiatromba della Lega Decumana (non più Nordecumana), ormai inconsistente come una barzelletta e irrefrenabile come un bambolotto meccanico con gli ammortizzatori usurati, occupò subito lo spazio lasciato libero dalla Prima Sorella.
Bramava oltre ogni misura di recuperare il l’ignobile crollo di consensi dovuto alla sua difficoltà nel distinguere tra la cosa pubblica e il gioco del Monopoli.
E così, dopo aver battagliato nell’ultima settimana per il progetto del Ponte sull’Anduin, per una nuova legge sull’autonomia differenziata dei Decumani e per il respingimento dei profughi che dalle Terre Meridionali approdavano nella Baia di Belfalast, abbracciò anche la causa dei Rohirrim.
Li affiancò mentre marciavano con i loro carri tirati dalle figlie di Simmental (i cavalli non avevano più voluto saperne) lungo il tratto a quattro corsie della grande Via Elfica fra l’Eregion e Kazad-Dum. E urlò insieme a loro contro la dittatura dell’aritmetica e della logica.
Dal canto suo, Tajano Brandibuck, mite successore del pirotecnico e compianto Bungo-Bungo Baggins alla guida delle ormai esigue schiere di Forzacontea, invitava tutti alla moderazione senza essere ascoltato da nessuno, come al solito.
Ma la marcia dei Rohirrim non era passata inosservata all’Occhio che non dorme mai.
Dal remoto est, infatti, oltre le cime ventose dell’Ephel Duath, dalla sua Piazza Rossa sulle vette dell’Orodruin, l’Oscuro Signore osservava. Osservava e meditava. E si compiaceva.
Si compiaceva perché la rivolta dei Rohirrim giocava a suo favore.
Infatti, dopo aver dilagato nell’Ithilien con le sue orde di Uruk-Hai nel tentativo di rioccupare terre che un tempo erano soggette alla falce e martello di Mordor, si era dovuto fermare perché l’Unione della Terra di Mezzo aveva mandato armi a Minas Morgul per combattere l’Oscuro – aquile meccaniche fornite da Thorondor e archi a ripetizione costruiti dagli Elfi silvani.
Ora, i Rohirrim avevano catturato tutta l’attenzione della Terra di Mezzo, allentando la vigilanza dell’Unione sul suo confine a est. A Sauron l’Oscuro parve l’occasione tanto attesa per gettare di nuovo i suoi Uruk-Hai all’assalto delle linee di difesa che l’Ithilien aveva eretto per fermare la prima ondata delle sue orde.
Per tenere altrove l’attenzione dell’Unione, bisognava favorire l’instabilità creata dai Rohirrim, e per questo bisognava ridare vigore agli antichi patti con coloro che, nell’Unione, avevano sempre guardato benevolmente a Est.
L’Oscuro cominciò dalla Contea perché Mordor godeva fra i Mezzuomini di alta considerazione. Mandò nell’ombra i suoi Nazgul a solleticare le brame cronicamente inappagate di Tobaldo Soffiatromba della Lega Decumana e di Marmadoc Brandibuc dei Cinquemestoli affinché alzassero il tono dei loro belati mannari contro l’Unione.
Il risultato fu più che promettente, riuscendo perfino a dividere i biancorossi del Dragobalena, alla cui guida non c’era più il paziente Isemboldo Tuc, ma la giovane Begonia Gamgee che, pur inesorabilmente affetta da pugnace inconcludenza, fu capace di solleticare le nostalgie più massimaliste degli eredi del defunto Drago Rosso a spese delle più miti istanze degli eredi della defunta Balena Bianca.
(Continua. Forse…)
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It happened at the beginning of the Fourth Era – the Era of the Third Republic – just over a year after the first halfling-woman was installed on the High Seat of the Shire, at the head of the government of Eriador.
It was just after Midwinter when Lobelia Serracinta, First Sister of the Shirebrothers, faced the uprising of the Rohirrim of Rohan.
Once horse breeders, since Shadowfax Lord of Horses had gone to Valinor together with a delegation of Elves from Rivendell, beyond the western sea, the Rhoirrim had met Simmental, the Lady of Cows, on the edge of the Forest of Fangorn.
They had sworn loyalty to her in exchange for milk for cheese and fertilizer for the fields and all too soon Shadowfax and the horses – which also gave neither milk nor fertilizer – fell into oblivion.
For some time, Middle-Earth, from Arnor to Rhovanion, from Erebor down to the Bay of Belfalas, had federated to resist the Danger from the East – Mordor had been defeated but not destroyed – and had elected the glorious Rivendell as its capital.
A third of the common wealth held in the Union’s treasure chests was allocated each year to the Rohirrim to subsidize their perpetually loss-making business, even if their contribution to the wealth of Middle-Earth amounted to barely a fiftieth.
Several times the Master Elves of the Council of Gondolin had pointed out the shame of that privilege and the resentment of the blacksmiths, weavers and carpenters because, unlike the Rohirrim, no subsidy helped them in the fight against the competition coming from the east – from the remote lands of Runn and Haradwaich.
But the Rohirrim had been decisive in Halfwoman Lobelia’s victory, and so, after having given, they demanded to receive.
Noticing Lobelia’s lack of concern, Tobald Hornblower of Decumanuses League (no longer Nordecumanaus), now as inconsistent as a joke and unstoppable as a mechanical doll with overused shock absorbers, immediately occupied the space vacated by the First Sister.
He yearned beyond all measure to recover the ignoble collapse of electoral consensus due to his difficulty in distinguishing between public affairs and the game of Monopoly.
And so, after having fought in the last week for the project of the Bridge over the Anduin, for a new law on the differentiated autonomy of the Decumanuses and for the rejection of the refugees who landed in the Bay of Belfalast from the Southern Lands, he also embraced the cause of the Rohirrim.
He accompanied them as they marched in their chariots pulled by Simmental’s daughters (the horses didn’t want even consider it) along the four-lane stretch of the great Elven Road between Eregion and Kazad-Dum. And he shouted with them against the dictatorship of arithmetic and logic.
For his part, Tajanus Brandibuck, mild-mannered successor of the pyrotechnic and lamented Bungo-Bungo Baggins at the head of the now small ranks of Come on Shire!, invited everyone to exercise moderation, as usual without being listened to by anyone.
But the march of the Rohirrim had not gone unnoticed by the Eye Never Sleeping.
From the remote east, indeed, beyond the windy peaks of Ephel Duath, from his Red Square on the peaks of Orodruin, the Dark Lord watched. He observed and meditated. And he was pleased.
He was pleased because the revolt of the Rohirrim worked in his favour.
In fact, after having spread into Ithilien with his hordes of Uruk-Hai in an attempt to reoccupy lands that were once subject to the hammer and sickle of Mordor, he had to stop because the Union of Middle-Earth had sent weapons to Minas Morgul to fight the Dark Lord – mechanical eagles provided by Thorondor and repeating bows built by the Wood Elves.
Now, the Rohirrim had captured all of Middle-Earth’s attention, thus reducing the Union’s vigilance on its border to the east. To the Dark Lord it seemed the long-awaited opportunity to once again throw his Uruk-Hai ranks to the assault against the lines of defence that Ithilien had erected to stop the first wave of his hordes.
To keep the Union’s attention elsewhere, it was necessary to encourage the instability created by the Rohirrim, and therefore it was necessary to reinvigorate the ancient pacts with those who, in the Union, had always looked benevolently to the East.
The Dark Lord began with the Shire because Mordor was held in high esteem among the Halflings. He sent his Nazguls into the shade for tickling the chronically unsatisfied desires of Tobald Trumpetblower but also of Marmadoc Brandibuc of the Five Ladles so that they raised the tone of their werewolf-bleating against the Union.
The result was more than promising, because the Dark Lord could divide the reds and whites of the dragonwhale, whose leader was no longer the patient Isembold Took, but the young Begonia Gamgee who, although inexorably affected by pugnacious inconclusiveness, was capable of tickling the most maximalist nostalgias of the heirs of the deceased Red Dragon at the expense of the more gentle demands of the heirs of the deceased White Whale.
(To be continued. Maybe…)
28. Filantropi a Pretoria – Philanthropists in Pretoria
“L’azione del Sudafrica è estremamente importante. Se ha ancora un senso la comunità internazionale, gli Stati hanno l’obbligo di intervenire, se intravedono atti passibili dell’accusa di genocidio. Le condizioni dei civili palestinesi sono sotto gli occhi di tutti”.
Sono parole di Silvana Arbia (La Stampa, 12 gennaio 2024), cancelliere della Corte Penale Internazionale dell’Aja, che plaude al deferimento di Israele con l’accusa, appunto, di genocidio le cui vittime sono i palestinesi di Gaza.
Il tempo poi dirà perché proprio il Sudafrica, che sta mezzo mondo più giù e che finora non si è particolarmente segnalato per sensibilità filantropica. Forse hanno solo notato un aumento improvviso del traffico navale dalle parti del Capo di Buona Speranza. Bisogna proprio essere a mezzo mondo di distanza per immaginare che, nel bel mezzo del mondo arabo, mettersi a sterminare arabi sia una scelta ovvia.
Ma tant’è.
Qualche competenza geografica in più avrebbe forse potuto aiutare – e non solo il Sudafrica.
Proviamo a vedere. La striscia di Gaza è un’area di 45 chilometri quadrati con una popolazione di 590.000 anime. Un banale calcolo mostra come la sua densità abitativa (più di 13.000 abitanti per chilometro quadrato) sia quasi doppia di quella di Milano (7.500 abitanti per chilometro quadrato) e superiore a quella di New York (11.200). Per dare un’idea, l’Italia ha una densità media di 195 abitanti per chilometro quadrato e la Lombardia ne ha 419.
La densità abitativa non è una colpa, ovviamente. Meno incolpevole sarebbe però piazzare la base di Quantico a Manhattan o la base di Aviano tra Piazza san Babila e il Castello Sforzesco.
Chi lo facesse userebbe consapevolmente la presenza di civili come deterrente contro possibili azioni militari dall’esterno – posto che l’attaccante sia un Paese civile: se il nemico fossero i pasdaran iraniani o la Wagner russa, questa idea di dissuasione farebbe semplicemente sorridere.
A casa sua ciascuno fa ovviamente quel che vuole e quindi Hamas è nel suo pieno diritto se sceglie di piazzare le batterie di missili qassam tra una scuola e un ospedale. Tanto più che governa la Striscia dal 2007 con un consenso popolare che, a quanto ne sappiamo, non pare in declino.
E’ abbastanza ovvio – tranne che al Sudafrica, ma non solo – che un qualsiasi intervento su obiettivi solo militari nella Striscia comporta conseguenze pesantissime per i civili, ma prima di tutto perché i civili sono usati come deterrente strategico da quelli che li dovrebbero tutelare.
E allora?
Allora semplice: lasciamo i civili a garantire l’impunità per i terroristi e Israele si fermi.
Israele lasci finalmente che Hamas porti a compimento il proprio fine statutario, cioè la cancellazione fisica dello Stato Ebraico.
Con la benedizione della Corte dell’Aja.
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“South Africa’s action is extremely important. If the international community has still a sense, States have the obligation to intervene if they see acts liable to be accused of genocide. The conditions of Palestinian civilians are under everyone eyes.”
These are the words of Silvana Arbia (La Stampa, 12 January 2024), chancellor of the International Criminal Court in The Hague, who applauds Israel’s referral with the charge of genocide whose victims are the Palestinians of Gaza.
Time will tell why South Africa, which is half a world further down and which so far has not particularly stood out for its philanthropic sensitivity. Perhaps they just noticed a sudden increase in ship traffic near the Cape of Good Hope. One really must be half a world away to imagine that, in the middle of the Arab world, starting to exterminate Arabs is an obvious choice.
But that’s it.
Maybe some more geographic knowledge might have helped – and not just South Africa.
Let’s try and see. Gaza Strip is an area of 45 square kilometers with a population of 590,000 souls. A simple calculation shows how its population density (more than 13,000 inhabitants per square kilometer) is almost double the density of Milan (7,500 inhabitants per square
kilometer) and higher than the density of New York (11,200). To give an idea, Italy has an average density of 195 inhabitants per square kilometer and Lombardy – the most densely populated has 419 inhabitants per square kilometer.
Population density is not a fault, of course. However, not so blameless would be to place the Quantico military base in Manhattan or the Aviano base between Piazza San Babila and the Sforzesco Castle in Milan.
Anyone who did so would consciously use the presence of civilians as a deterrent against possible military actions from the outside – assuming that the attacker is a civilized country: if the enemy were the Iranian Pasdaran or the Russian Wagner troops, this idea of dissuasion would simply make us smile.
At his home everyone obviously does what he wants and therefore Hamas is fully within its rights if this organization chooses to place Qassam missile batteries between a school and a hospital. Additionally, it has been governing Gaza Strip since 2007 with a popular consensus which, as far as we know, does not appear to be in decline.
It is quite obvious – except for South Africa of course, but not only – that any intervention on purely military objectives in Gaza Strip entails very serious consequences for civilians, but first of all because civilians are used as a strategic deterrent by those who should protect them.
And then?
Then simple: let’s leave civilians to guarantee impunity for terrorists and Israel stop its action.
Israel must finally let Hamas achieve its statutory goal, that is, the physical cancellation of the Jewish State.
With the blessing of the Court of The Hague.
27. Bianconevo e le sette nane – Mr. Snow White and the Seven Dwarfesses
Biancaneve è una favola sessista, afferma indignata Paola Cortellesi, perché la bella fa da balia ai sette nani.
Commentario di profondità inaudita che fa impallidire l’approccio strutturalista di Propp alla morfologia della fiaba. Miracoli della fortuna al botteghino.
D’istinto mi verrebbe di considerare che nessuno nella favola chiede alla bella di farlo (e – sia detto per inciso – una donna che ti mette in ordine dove tu non ne senti il bisogno, è un problema, non una conquista). Però anche questo potrebbe essere frutto di un’educazione sessista imposta dalla madre (quando c’era) e poi dalla matrigna quando la madre è passata a miglior vita – l’una e l’altra donne e sessiste pure quelle. Quindi, niente da fare.
Allora penso a una versione di Biancaneve in cui sono i sette nani a fare da balia alla bella, così ci togliamo dai piedi l’accusa di sessismo. Avremmo guarito Biancaneve dalla malattia del sessismo? Assolutamente no. Il ruolo di bella che ha bisogno di un principe azzurro, è ancora più sessista: da quando una donna moderna, socialmente autocosciente, politicamente corretta e di sinistra, ha bisogno di un maschio paternalista e maschilista per essere una donna moderna, socialmente autocosciente, politicamente corretta e di sinistra?
Quindi siamo daccapo. La favola rimane strutturalmente sessista.
Urgono provvedimenti più radicali per de-sessistizzare Biancaneve.
Proviamo allora a invertire i ruoli.
Il principe azzurro è perseguitato dal patrigno perché lo specchio delle sue brame gli dice che quello è un Rocco Siffredi in erba che insidia il suo primato di stallone alfa dominante. Una cacciatrice emancipata viene incaricata di fargli fare una brutta fine, ma al dunque si commuove e lo risparmia il. Il principe fugge nel bosco e finisce in una casetta abitata da sette nane che lavorano in miniera (dire che lavorano all’uncinetto parrebbe sessista, quindi lasciamo la miniera) e appena arrivato, mentre le sette sorelle sono al lavoro, si mette a riparare lo scarico del lavandino, a dare olio sui cardini delle porte, a pulire la canna fumaria, eccetera. Le sette nane arrivano, si conoscono e per un po’ vivono felici e contente insieme al principe – che, ovvio, sfrutteranno biecamente anche come toy boy oltre che come idraulico.
Intanto il perfido patrigno scopre l’inganno e passa all’azione. Per non farsi riconoscere beve un filtro magico che da rude stallone dominante lo trasmuta in raffinato dandy alla Swinburne, dedito alla pratica del vice anglais. Raggiunge il detestato principe con la mela avvelenata e gliela fa mangiare. Quello defunge e le nane lo mettono in una bara di cristallo, lasciando il feretro in bella vista nel bosco. Un giorno passa Biancaneve a cavallo, la quale se ne innamora, lo bacia, lo resuscita, lo sposa, vivono per sempre felici e contenti, eccetera, mentre il perfido patrigno fa una brutta fine (ci sono varie versioni).
Va meglio così? Ne dubito. Sarebbe sessismo al contrario, direbbero gli intellettuali impegnati, anche loro dediti al vizio inglese perché convinti che noi maschi meritiamo di essere dominati da una principessa rosa a sconto dei nostri peccati maschilisti e patriarcali.
Allora come rendere non sessista Biancaneve?
Bisognerà probabilmente a lavorare a una versione in cui la matrigna, Biancaneve, i sette nani e il principe azzurro sono tutti gender fluid. Meglio ancora ermafroditi, come le lumache e lombrichi. Suggeriamo alla regista di farci il prossimo film. Esorcizzata Biancaneve, perché fermarsi? Non ha forse pari diritto anche la principessa Aurora a una fiaba de-sessistizzata? E tutte le altre?
E l’Iliade e l’Odissea non sono anche quelle brutalmente sessiste-maschiliste-patriarcali? Possiamo fare finta di niente? E non c’è forse del sessismo maschilista e patriarcale implicito nella teoria del big bang e nel forno a microonde, che va denunciato?
Lavoro immane che toccherà alla gioiosa macchina da guerra dell’intellighenzia organica del progressismo futuro.
Esistono però alternative più economiche. La prima è leggere anche qualche altro autore oltre a quelli di Michela Murgia. Suggerisco Il risentimento nell’edificazione delle morali, di tale Max Scheler, che insegna a diffidare dell’indignazione.
La seconda, ancora più economica, potrebbe essere evitare di dire scemenze. Anche se fanno tanta pubblicità gratuita.
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Snow White is a sexist fairy tale, says film director Paola Cortellesi indignantly, because the nice princess acts as a nurse to the seven dwarfs.
Commentary of unprecedented depth that dwarfs Propp’s structuralist approach to the morphology of the fairy tale. Miracles of luck at the box office…
Instinctively I would consider that no one in the fairy tale asks Snow White to do it (and – incidentally – a woman, who tidies up where you don’t need, is a problem, not a conquest). However, this could also be the result of a sexist upbringing imposed by the mother (when she was alive) and then by the stepmother when the mother went in a better place – both women and both sexist too. So, nothing to do.
So I could think of a version of Snow White in which the seven dwarfs are the nurses of Snow White, so we can get the accusation of sexism out of our way. Would we have cured Snow White of the disease of sexism? Absolutely not. The role of nice girl who needs a Prince Charming is even more sexist: since when does a modern, socially self-aware, politically correct and left-wing woman need a paternalistic and chauvinist male in order to be a modern, socially self-aware, politically correct and left-wing woman?
So, we’re back where we started. The fairy tale remains structurally sexist.
More radical measures are urgently needed to de-sexist Snow White.
So let’s try to reverse the roles.
Prince Charming is persecuted by his stepfather because the mirror on the wall tells him that the young is a budding Rocco Siffredi who undermines his primacy as the dominant alpha stallion. An emancipated huntress is appointed to end him up badly, but in the end, she is moved and spares him. The prince flees into the woods and arrives to a small house inhabited by seven dwarfesses who work in a mine (to say that they crochet would seem sexist, so let’s leave the mine) and as soon as he arrives, while the seven dwarfesses are at work, he starts repairing the sink drain, putting oil on the door hinges, cleaning the chimney, etc. The seven dwarfs arrive, get to know each other and for a while they live together happily with the prince – whom, obviously, they will wickedly use as a toy boy as well as a plumber.
Meanwhile, the perfidious stepfather discovers the deceit and comes into action. To avoid being recognized, he drinks a magic potion that transforms him from a rude dominant stallion into a refined Swinburne-style dandy, dedicated to the practice of vice anglais. He reaches the detested prince with the poisoned apple and makes him eat it. He drops dead and the dwarfesses put him in a crystal coffin, leaving the coffin in plain sight in the woods. One day Snow White passes by on horseback, falls in love with him, kisses him, resurrects him, marries him, and they live happily ever after, etc., while the perfidious stepfather comes to a bad end (there are various versions).
Is it better this way? I doubt it. It would be sexism in reverse, committed intellectuals would say, while dedicating to the practice of vice anglais since they are convinced that we males deserve to be dominated by a Princess Charming so that we expiate our chauvinist and patriarchal sins.
So, how is it possible to make Snow White fairy tale non-sexist?
We will probably have to work on a version in which the stepmother, Snow White, the seven dwarfs and Prince Charming are all gender fluid. Better yet hermaphrodites, such as snails and earthworms. We suggest Mrs Cortellesi to make her next movie on this interesting subject. But Snow White exorcised, why to stop? Doesn’t Princess Aurora have an equal right to a de-sexist fairy tale? And all the others?
And aren’t the Iliad and the Odyssey also brutally sexist-chauvinist-patriarchal? Can we pretend nothing happened? And isn’t there perhaps some chauvinist and patriarchal sexism implicit in the big bang theory and the microwave oven, which should be denounced?
Huge job that will fall to the joyous war machine of the organic intelligentsia of future progressivism.
However, there are cheaper alternatives. The first is also to read some other books in addition to those of Michela Murgia. I suggest Ressentiment. Das Ressentiment im Aufbau der Moralen, by a certain Max Scheler, who teaches us to be wary of indignation.
The second, even cheaper, could be to avoid talking nonsenses. Even if they bring a lot of free advertising.
26. Maschi à la carte – Males à la carte
Raramente, il pur poderoso scemenziario della Sinistra pierc*+ (progressist-incluisv-egualitar-radical-chic ecc. ecc.) si è arricchito di contributi decisivi, perentori e definitivi in così poco tempo. In verità erano perlopiù già latenti, e aspettavano l’occasione per lo scatenarsi del belato mannaro di virago e sicofanti di area, già altamente problematici per convinzioni e per storia.
L’occasione è stata data da uno che meriterebbe – come tutti quelli che per una qualsiasi ragione mettono le mani addosso a una donna – il centuplo subito e il resto a comode rate per la vita eterna.
Così, una mattina, mi son svegliato, e mi son trovato a essere geneticamente stupratore e femminicida come tutti i maschi e di aver bisogno di campi di rieducazione e programmi di riabilitazione psico-etico-sociale. Insieme a più o meno tre miliardi e mezzo di altri maschi, la grandissima maggioranza dei quali, non ha ammazzato, picchiato e stuprato donne solo perché non ne ha avuto occasione, mezzi e movente.
Quindi, orsù, mobilitazione femminile: si schierano novelle eredi della regina Ipsipile a capo di novelle squadre di donne di Lemno, non dico per fare quello che hanno fatto le sventurate ai maschi della loro isola, ma almeno di mettere in riga i carnefici in potenza, lobotomizzandoli chirurgicamente in modo da realizzare un maschio geneticamente modificato a misura di Conchita De Gregorio e Chiara Valerio.
Così metteremo fine al patriarcato e al maschilismo imperanti.
Chissà se i belati di virago e sicofanti di questi giorni raccolgono poi davvero il consenso dei trenta milioni di italiane in nome delle quali – senza aver chiesto e senza esserne richieste/i – hanno sperticatamente parlato. Perché un conto è quello che è successo e un conto quello che se ne è detto.
Per gli abitanti del paese delle meraviglie in cui la Sinistra pierc*+ abita da sempre, le due cose coincidono – cioè la realtà coincide con quello che ne dicono i suoi indignati speciali, di norma molto selettivi su ciò per cui si indignano.
Vero è che giornalismo del dolore e politica del dolore, in questi giorni, si sono affratellati nella solita gara per accaparrarsi audience e consensi nei sondaggi – la tragedia opposta e reciproca di due famiglie è solo il pretesto del momento. Il tema è l’istituzione di campi di educazione e rieducazione del maschio: se il maschio è femminicida per educazione, saranno la soluzione definitiva. Se lo è per genetica, ridurranno il danno entro limiti accettabili in attesa dei maschi geneticamente modificati invocati da De Gregorio e Valerio.
Nel frattempo, faccio sommessamente notare che un maschio, per i primi tre anni di vita, è normalmente affidato alle cure materne. Poi leggo che le donne sono il 99% degli insegnanti delle scuole materne, sono il 96% nella scuola elementare, il 78% nella scuola media inferiore e il 67% alle superiori. La media dice che l’educazione dei maschi è affidata a un corpo educativo femminile per l’83%.
Nel cuore di un sistema biecamente paternalistico e maschilista.
Con anime belle che abbaiano sulla rieducazione non maschilista e non paternalistica del maschio.
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Rarely the formidable repertory of idiocies of the pierc*+ (progressive-inclusive-egalitarian-radical-chic etc. etc.) Left has been enriched with decisive, peremptory and definitive contributions in such a short time. In truth they were mostly already latent, and were waiting for the opportunity to unleash the werewolf bleating of viragos and sycophants of leftism, already highly problematic because of their beliefs and history.
The opportunity was given by someone who deserves – like all those who for any reason put their hands on a woman – a hundredfold immediately and the rest in convenient instalments for eternal life.
So, one morning, I woke up and found myself genetically a rapist and femicide like all males and in need of re-education camps and psycho-ethical-social rehabilitation programs. Together with more or less three and a half billion other males, the vast majority of whom did not kill, beat up and rape women only because they did not have the opportunity, means or motive.
So, come on, female mobilization: new heirs of Queen Hypsipyle are lining up at the head of new teams of women from Lemnos, not to do what those unfortunate ones did to the males of their island, but at least to put the potential executioners in line, surgically lobotomizing them in order to create a genetically modified male tailored to columnists like Concita De Gregorio and Chiara Valerio.
This is how we will put an end to the prevailing patriarchy and male chauvinism.
Who knows whether the bleating of viragos and sycophants these days really gathers the consent of the thirty million Italian women in whose name – without having asked and without being asked – they have so passionately spoken. Actually, what happens is one thing and what is said about it is another.
For the inhabitants of the wonderland in which the pierc*+ Left has always lived, the two things coincide – or better, reality coincides with what special indignants, of leftism (who are normally very selective in choosing what they get outraged at) say about it.
It is true that journalism of pain and politics of pain, in recent days, have joined together in the usual race to gain audiences and consensus in the polls – the opposite and mutual tragedy of two families is just the pretext of the moment. The theme is the establishment of male education and re-education camps: if the male is a femicide by education, the camps will be the definitive solution. If he is femicide by genetics, the camps will reduce the damage within acceptable limits while waiting for the genetically modified males desired by Mrs De Gregorio and Mrs Valerio.
In the meantime, I would like to quietly point out that in Italy a male, during his first three years of life, is normally entrusted to his mother’s care. Then I read that women make up 99% of nursery school teachers, 96% in elementary school, 78% in middle school and 67% in high school. The average says that the education of males in Italy is entrusted to an educational system that is 83% female.
In the heart of a wickedly paternalistic and chauvinistic system.
With beautiful souls who bark about the need of non-chauvinist and non-paternalistic re-education of the male.
25. Radical-comics
Zerocalcare diserta il Lucca Comics & Games Festival perché sponsorizzato dallo Stato di Israele (La Repubblica, domenica 29 ottobre). Niente di drammatico per l’universo, che sopravviverà lo stesso, ma per me, antico cultore della nona arte (il fumetto, appunto), occasione di qualche riflessione. Soprattutto sull’intellettualità militante.
Dunque Zerocalcare salta la kermesse fumettara lucchese. La prima che mi viene è che gli ayatollah di Teheran e l’ineffabile Erdogan che sogna la riedizione dell’Impero ottomano, avrebbero fatto lo stesso.
Plaude ovviamente la sinistra docg, come al solito ostaggio della sua ideologia avanspettacolare e della sua assoluta mancanza del senso del ridicolo. Ma questo è – tantum religio potuit suadere malorum diceva quel sovversivo di Tito Lucrezio.
Le ragioni del gran rifiuto e del plauso? Ragioni in realtà sarebbe una parola grossa, ma pare che da quelle parti faccia molto radical-chic il l’equidistantismo fra il torto e la ragione, che è la premessa indispensabile per dar ragione al torto. Storia già vista non so quante volte.
Per quel che mi riguarda, se fossi costretto a scegliere se andare a vivere a Teheran o a Tel Aviv, non sarei di sicuro equidistante. Teheran per ovvia coerenza dovrebbe essere il posto più indicato per quelli che protestano, manifestano, testimoniano ecc. ecc. contro Israele. Con le amorevoli cure degli ayatollah dovrebbero stare benissimo.
Amo i fumetti da quando avevo i calzoncini corti e studiando i fumetti ho imparato a disegnare. Dei miei idoli di allora – tipo Giovanni Ticci e John Buscema in testa – ricordo tuttavia le tavole, non le idee politiche. L’etica e la politica le ho imparate frequentando altri, tipo Locke, Tocqueville, Popper, Aron, von Hayek – per dire…
Non avendo mai sentito la necessità di un’arte militante come non ho mai sentito la necessità di una cucina militante, mi limito a cercare di valutare quanto bene sa disegnare un disegnatore, non quali messaggi vuole trasmettere. Basta dare un’occhiata a qualche tavola di Giovanni Ticci e di Zerocalcare per capire chi disegna e chi messaggia. Il mezzo è il messaggio, diceva McLuhan, omettendo però di evidenziare che più ci si dedica al mezzo meno ci si può dedicare al messaggio. E che, per ovvia conseguenza, più ci si dedica al messaggio, meno ci si può dedicare al mezzo. Insomma, o disegni bene o sposi le ragioni di Hamas.
Per l’intellettualità militante quello che conta è il messaggio, ovviamente. A tal punto che perfino il Nobel, ultimamente assegnato a istrioni da fiera e canzonettari, lo ha assunto come criterio di assegnazione, offrendo finalmente parità di diritti anche a quelli che non sanno scrivere. E non è detto che, sulla scorta di quanto è successo a Lucca, a Stoccolma non si cominci a considerare anche il fumetto come il nuovo orizzonte della letteratura mondiale. Dopodiche anche influencer e blogger potranno far valere il loro diritto a non essere più i paria del mondo letterario. Del resto, un mondo in cui è il numero di follower a decidere il Bene e il Bello, non può che andare così. Peccato che quantità e qualità siano di solito inversamente proporzionali. E che Zerocalcare, come precisa ammirato l’articolista di Repubblica, abbia un milione e mezzo di follower.
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Zerocalcare (https://www.zerocalcare.net/) deserts the Lucca Comics & Games Festival because it is sponsored by the State of Israel (La Repubblica, Sunday 29 October). Nothing dramatic for the universe, which will survive anyway, but for me, an old lover of the ninth art (comics, in fact), an opportunity for some reflection. Especially on the militant intellectuality.
So, Zerocalcare skips the comics festival of Lucca. The first that comes to me is that the ayatollahs of Tehran and the ineffable Erdogan, who dreams of reviving the Ottoman Empire, would have done the same.
Controlled and Guaranteed Origin Denomination Left obviously applauds him, because as usual it is hostage to its vaudeville ideology and its absolute lack of a sense of the ridiculous. But so be it – tantum religio potuit suadere malorum said that subversive Titus Lucretius.
The reasons for the great rejection and applause? Reasons would actually be a strong word, but it seems that in those parts of politics the most preferred position, equidistantism between the wrong and the right as indispensable premise for justifying the wrong, is very radical-chic. Story already seen it I don’t know how many times…
As far as I’m concerned, if I were forced to choose whether to live in Tehran or Tel Aviv, I would certainly not be equidistant. Tehran, obviously, should be the most suitable place for those who protest, demonstrate, testify, etc. etc. against Israel. With the loving care of the ayatollahs, they should be fine.
I have loved comics since I had shorts and by studying comics I learned to draw. However, of my idols of the time – like Giovanni Ticci and John Buscema first and foremost – I remember the tables, not the political ideas. I learned ethics and politics from others, such as Locke, Tocqueville, Popper, Aron, von Hayek…
Having never felt the need for a militant art just as I have never felt the need for a militant cuisine, I limit myself to evaluate how well a designer can draw, not what messages he wants to transmit. Just take a look at some tables by Giovanni Ticci and Zerocalcare for understanding who draws and who messages. The medium is the message, said McLuhan, failing however to highlight that the more one dedicates himself to the medium the less he can dedicate himself to the message. And that, as an obvious consequence, the more you dedicate yourself to the message, the less you can dedicate yourself to the medium. In short, either you draw well or you embrace Hamas’s reasons.
For militant intellectuals the message matters, obviously. To the point that even the Nobel of Literature, recently awarded to carnival actors and song writers, has taken it as an award criterion, finally offering equal rights even to those who cannot write. And probably, in the light of what happened in Lucca, in Stockholm we they could begin to consider comics as the new horizon of world literature. Then even influencers and bloggers will be able to assert their right to no longer be the pariahs of the literary world. After all, in a world in which the number of followers decides the Good and the Beauty, the things can only go only in this way. The problem is that quantity and quality are usually inversely proportional. And that Zerocalcare, as the admiring columnist of La Repubblica specifies, has one and a half million followers.
The sleep of reason produces monsters – Il sonno della ragione produce mostri
Dedicated to Sarit and Rom
One day Stupidity knocked on Bad Faith door.
– I’m tired of always being alone. I asked Common Sense, Wisdom, Reasonableness, Prudence, Foresight and even Measure to be my friends. They told me they can’t, because they are what they are. Then I went to Wickedness, Ignorance, Poverty. But they didn’t want me either: they said they had a reputation to defend. And so all I have left is you. I know that regarding friendships you too, like me, are not in a good place…
Bad Faith, although a little annoyed, listened with interest. She had always envied Stupidity for the large number of followers she managed to gather.
– Come in – she told her – I have some ideas. We may be not exactly friends, but we can at least work together.
– Really? – Stupidity asked, incredulous and happy.
– Really. I will introduce you to my firstborn, Conspiracy. She will make us collaborate. And she will also be the instrument of our revenge against all those simpering ones.
– But how?
– I explain to you. Facts always deny desires, beliefs, fantasies, expectations, dreams and ambitions of humans. And the harsh reality oppose their efforts to see the world as they would like it to be.
– Indeed it is so. But what does this have to do with us and your firstborn?
– It has something to do with it. Conspiracy is a master in denying the evidence. She is really good to convince humans that if the world is not as they like it, it is because someone is working in the shadows in order to prevent it. And, I’m not trying to brag, I can assure you that she perfectly knows how to combine unspeakable purposes, dark machinations, secret plans and occult maneuvers. This is the sublime and subtle art of plot.
– I like it – Stupidity rejoiced.
– Plots are very useful when someone opposes irrefutable reasons to what you need to believe and which therefore appears evident to you. Plot is the most effective method to deny undeniable reasons and to defend indefensible positions. Furthermore, it is designed in such a way that if someone persists to contest with even more evident reasons, it will be enough to imagine other plots underlying those reasons. Every reasonable and sensible objection is answered with a tailor-made plot. And when we want to definitively shut the mouths of those who object to our plots, it will be enough to say that they too are part of a plot.
– Fantastic, my dear Bad Faith. When do we start?
– Whenever you want, my dear. Every moment is good. Humans always need simple and clear explanations, especially when situations are difficult and complicated. The clearest of all, the most effective and convincing is always to find someone to blame: plots exist precisely for this reason.
– Marvelous. So let’s get started.
– Sure! But first there is one last recommendation, my friend. We must absolutely avoid falling into our own trap: no one must suspect that we are plotting by sowing plots. For this reason I, Bad Faith, must never appear. It won’t be difficult if no one mentions me. For the rest, who could ever imagine that Stupidity could devise plots?
– Indeed… but what’s your angle, Bad Faith?
– The possibility to indefinitely increase the number of your followers whom I will then lead through plots of my choice, on the advice of my firstborn. I will leave the glory of the first pages to you. It seems like a fair trade to me.
– Well, then – concluded Stupidity. – It’s done. I warn my beloved children, Prejudice, Fanaticism, Madness, Intolerance, Partisanship, Extremism… They will be happy to meet your firstborn. I am sure that she will be able to make good use of all of them.
– Let’s get to work, then, my dear!
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Dedicato a Sarit e Rom
Un giorno Stupidità bussò alla porta di Malafede.
– Sono stanca di rimanere sempre da sola. Ho chiesto a Buonsenso, a Saggezza, a Ragionevolezza, a Prudenza, a Lungimiranza e perfino a Misura, di essermi amiche. Mi hanno risposto che non possono, perché loro sono quello che sono. Allora sono andata da Cattiveria, da Ignoranza, da Povertà. Ma anche loro non mi hanno voluto: hanno detto che hanno una reputazione da difendere. E così non mi sei rimasta che tu. So che anche tu, come me, non sei messa bene quanto ad amicizie…
Malafede, seppure un po’ infastidita, ascoltò interessata. Aveva sempre invidiato Stupidità per il grande numero di seguaci che riusciva a raccogliere.
– Entra – le disse – ho qualche idea. Magari non saremo proprio amiche, ma potremo almeno lavorare insieme.
– Davvero? – chiese Stupidità, incredula e felice.
– Davvero. Ti presenterò la mia primogenita, Cospirazione. Sarà lei a farci collaborare. E sarà anche lo strumento della nostra rivalsa contro tutte quelle smorfiose.
– E come?
– Ti spiego. I fatti smentiscono sempre i desideri, le convinzioni, le fantasie, le aspettative, i sogni, le ambizioni degli umani. E la dura realtà vanifica i loro sforzi di vedere il mondo come loto vorrebbero che fosse.
– In effetti è così. Ma cosa c’entra con noi e con la tua primogenita?
– C’entra, c’entra. Cospirazione è maestra nel negare l’evidenza. Riesce a convincere gli umani che se il mondo non è come lo vorrebbero, è perché qualcuno lavora nell’ombra allo scopo di impedirlo. E, non per vantarmi, posso assicurarti che lei sa perfettamente combinare scopi inconfessabili, macchinazioni oscure, piani segreti e manovratori occulti. La sua è l’arte sublime e sottile del complotto.
– M i piace – gioì Stupidità.
– Il complotto è utilissimo quando qualcuno oppone ragioni inconfutabili a quello che tu hai bisogno di credere e che quindi ti appare evidente. Il complotto è il metodo più efficace per negare le ragioni innegabili e per difendere l’indifendibile. In più, è congegnato in modo tale che se qualcuno si ostinerà a volerlo contestare con ragioni ancora più evidenti, basterà immaginare altri complotti alla base di quelle ragioni. A ogni obiezione ragionevole e sensata, si risponde con un complotto su misura. E quando vorremo chiudere definitivamente la bocca a quelli che obietteranno contro i nostri complotti, basterà dire che anche loro sono parte di un complotto.
– Fantastico, cara la mia Malafede. Quando cominciamo?
– Quando vuoi, mia cara. Ogni momento è buono. Gli umani hanno sempre bisogno di spiegazioni semplici e chiare, soprattutto quando le situazioni sono difficili e complicate. La più chiara di tutte, la più efficace e convincente è sempre trovare qualcuno a cui dare la colpa: i complotti esistono proprio per questo.
– Meraviglioso. Allora cominciamo.
– Certo. Ma prima c’è un’ultima raccomandazione, amica mia. Dobbiamo assolutamente evitare di cadere nella nostra stessa rete: nessuno deve sospettare che siamo noi a complottare seminando complotti. Per questo io, Malafede, non dovrò mai comparire. Non sarà difficile, se nessuno mi nomina. Per il resto, chi mai potrebbe immaginare che Stupidità possa architettare complotti?
– In effetti… ma tu che ci guadagni, Malafede?
– Io ci guadagno la possibilità aumentare indefinitamente il numero dei tuoi seguaci che poi guiderò attraverso complotti a mia scelta, su consiglio della mia primogenita. A te lascerò la gloria delle prime pagine. Mi pare uno scambio equo.
– Bene, allora – concluse Stupidità. – È fatta. Avverto i miei figli prediletti, Pregiudizio, Fanatismo, Follia, Intolleranza, Faziosità, Estremismo… Saranno felici di incontrare la tua primogenita. Sono sicura lei che sarà capace di fare buon uso di tutti loro.
– Al lavoro, dunque, mia cara!
22. Involuzioni della specie – Involutions of the species
Sono maschio, bianco, etero. Sono anche cattolico per formazione e liberale (in politica)-liberista (in economia) per scelta. Sono integralmente e orgogliosamente occidentalista. Mi chiamo eteranthropus liberalis. E mi sto estinguendo.
Perché, raccogliendo il peggio del peggio di ciò che si può essere, risulto evolutivamente perdente rispetto al modello gender fluid-inclusivo-omofilo-progressista-di sinistra – il sinisteropitecus inclusivus – che fa tanto politicamente corretto e che lenoni e sicofanti del pensiero debole (debolissimo) post-sessantottardo, additano come nuova frontiera psico-etico-politica del millennio.
In questi giorni di quiete agostana, dopo essere sopravvissuto allo scandalismo pruriginoso e al sensazionalismo interessato di Repubblica, sono giunto alla triste conclusione l’eterantropo è ormai solo argomento per la paleontologia. L’oggi e il domani appartengono al sinistropiteco, detto inclusivo per abbracciare le mille e mille anime in cui la specie si suddivide ogni volta che è costretta a uscire dalla nicchia statalista-assistenziale in cui prospera felicemente – di solito alla vigilia di un congresso.
Il periodo del Cinquestellocene dell’Era Terzarepubbicana ha ampliato fortemente i confini di quella nicchia sotto il profilo assistenziale, istituendo il reddito di cittadinanza e il bonus centodieci. Dopo il breve intermezzo del Draghicene, l’attuale periodo, il Fratelliditaliocene, sta ulteriormente confermando la tendenza sotto un profilo più statalista (extra tassazione dei profitti e occhio di riguardo per le aziende di Stato nell’assegnare i fondi del PNRR).
Il paradosso del Fratelliditaliocene è che la specie vincente – il dexteropitecus patriotticus – non riesce a essere specie dominante perchè incapace di leggere e scrivere. Quindi, dopo che si sarà sbarazzato di noi eterantropi, impossibilitato a imporre una propria cultura, il destropiteco spianerà la strada al ritrovato dominio del sinistropiteco – che nella versione evolutiva precedente, il comunistopitecus filosovieticus, aveva già portato il Paese alla rovina.
Con la nostra estinzione, nessuno più ricorderà, per esempio, che l’uguaglianza condanna inesorabilmente alla povertà e che si persegue limitando la libertà. Nessuno più farà caso alla banale constatazione che se la diversità è ricchezza, allora è logicamente e ovviamente incompatibile con l’essere uguali.
Con la nostra estinzione verrà meno il senso della stupidità abissale del burocrate dell’apparato statale nel suo complesso. Verrà meno anche la consapevolezza che il politico viene e va mentre il burocrate rimane. Rimane a fare danno sistematicamente e continuativamente, utilizzando, quando serve, il politico per difendersi.
Con la nostra estinzione, scomparirà l’imperativo etico del lavoro soppiantato dalla cultura del sussidio di Stato. Scomparirà il riconoscimento della competenza tecnica soppiantata dallo scemenziario ideologico della politica. Si dissolverà l’idea che è meglio investire sulla libera iniziativa del singolo, capace di reagire velocemente ai cambiamenti in atto, e sarà sostituita dalla promessa politica di pianificazione del futuro, che rassicura gli elettori e garantisce il consenso.
Poi un giorno, quando la politica avrà esaurito tutti i colpevoli della sua incapacità, incompetenza, inadeguatezza, quando lo spirito d’avventura ideologica sarà naufragato sui conti che non tornano, quando le priorità non saranno più la maternità surrogata e il ponte sullo stretto, ci sarà verosimilmente un nuovo salto evolutivo con il sinisterodexteropitecus commissariatus inaugurando un nuovo periodo, il Troikocene, l’ultimo, sperabilmente, dell’Era Terzarepubblicana.
I am male, white, hetero. I am also Catholic by training and liberal (in politics)-liberist (in economics) by choice. I am wholly and proudly Occidentalist. My name is heteranthropus liberalis. And I’m dying out.
Because I collect the worst of the worst of what one can be, and consequently I am in terms of evolution a loser compared to the gender fluid-inclusive-homophile-progressive-left wing model – the sinisteropitecus inclusivus – so much politically correct and new psycho-ethical-political frontier of the millennium according to pimps and sycophants of the weak (very weak) post-1968 thought.
In these quiet August days, after having survived the itchy scandalism and interested sensationalism of a politically-correct newspaper like La Repubblica, I came to the sad conclusion that the heteranthropus is now only a subject for paleontology. Today and tomorrow belong to the sinisteropitecus, named so for embracing the thousand and thousand souls into which this species is divided whenever it is forced to leave the statism-welfarism niche in which it so happily flourishes – usually on the eve of a congress.
In Italy the period of the Cinquestellocene of the Thirdrepubican Era greatly expanded the boundaries of that niche in terms of welfarism, establishing the citizenship salary and the 110% bonus. After the short interlude of the Mariodraghicene, the current period, the Fratelliditaliocene, is further confirming the trend under a more statism profile (extra taxation of profits and special attention for state companies in allocating funds from the PNRR).
The paradox of the Fratelliditaliocene period is that the winning species – dexteropitecus patrioticus – fails to be the dominant species because it is unable to read and write. So, after he gets rid of heteranthropus, unable to impose his own culture, the dextropithecus will pave the way for the rediscovered dominion of the sinisteropithecus – which in the previous evolutionary version, the comunistopitecus filosovieticus, had already brought the country to ruin.
With our extinction, no one will remember, for example, that equality inexorably condemns to poverty and that it is pursued by limiting freedom. No one will pay attention to the banal observation that if diversity is richness, then it is logically and obviously incompatible with being equal.
With our extinction, the sense of the bottomless stupidity of the bureaucrat of the state apparatus will disappear. There will also be less awareness that the politician comes and goes while the bureaucrat stays forever and continues to make damages systematically and constantly, using, when needed, the politician to defend himself.
With our extinction, the ethical imperative of work will disappear, supplanted by the culture of state aid. The recognition of technical competence will disappear supplanted by the ideological nonsense of politics. The idea that it is better to invest in the free initiative of the individual, capable of reacting quickly to the changes, will dissolve and will be replaced by the political promise of planning the future, which reassures voters and guarantees consensus.
Then one day, when politics has exhausted all the culprits of its incapacity, incompetence, inadequacy, when the spirit of ideological adventure has foundered on accounts that don’t add up, when the priorities will no longer be surrogated motherhood and the bridge over the strait of Messina, there will probably be a new evolutionary leap and sinisterodexteropitecus commissariatus will inaugurate a new period, the Troikocene, the last, hopefully, of the Thirdrepublican Era.
21. Opera proletaria – Proletarian Opera
Giorni fa un direttore d’orchestra, Alberto Veronesi, ha diretto la prima di Bohème, nel Gran Teatro di Torre del Lago, con gli occhi coperti da una benda.
Motivo: manifestare il suo dissenso per come il regista Christophe Gayral ha (mal)trattato l’opera pucciniana, piazzando Alfredo e Mimì nel bel mezzo del Sessanttotto novecentesco invece che negli anni Trenta dell’Ottocento.
Conseguenza: cacciato il maestro con la benda agli occhi invece che cospargere (metaforicamente, ovvio) di melassa e piume d’oca il regista.
Per una volta, lasceremo stare la politica – anche se la scelta sessantottarda della vicenda è inesorabile scemenza in sé e per sé – per osservare che la vera novità è il gesto del direttore d’orchestra. Quali che siano le ragioni per cui Veronesi l’ha fatto, il gesto è bello in sé e per sé.
Ed è bello in sé e per sé perché a quelli come me dice: è ora di finirla di infliggere ai poveri spettatori i prodotti della turbolenta peristalsi intestinale di registi ossessionati dalla necessità di attirare l’attenzione.
Finalmente il direttore ha inaugurato una nuova fase che va sostenuta dotando il pubblico di cassette di pomodori e altri ortaggi marcescenti all’entrata in teatro per sostenere l’autostima depressa del regista.
È bello riscoprire (e far riscoprire) che chi va a teatro per la Bohème (o per il Parsifal di Wagner o per L’Olimpiade di Pergolesi) va per la musica e non per la regia. Per anni e anni torme di registi dalla maleodorante creatività intestinale hanno fatto ogni sforzo per farci dimenticare Puccini andando ad assistere a Bohème (o Wagner o Pergolesi quando vanno in scena il Parsifal o L’Olimpiade).
Lo schema è di desolante semplicità: catturare spettatori con il valore riconosciuto da sempre al titolo e/o al compositore, per infliggere scemenze indigeribili ai malcapitati impossibilitati a fuggire.
In epoche meno decadenti, la giustizia giusta avrebbe inflitto a costoro la condanna alle miniere di sale e la sepoltura in terra sconsacrata, ma non bisogna trascurare lo Spirito del Tempo.
Spiego. Divenuta l’industria cinematografica, come il calcio, una quota irrinunciabile dei PIL di mezzo mondo, è comprensibile che il regista sia diventato per definizione regista di film. E che quindi il regista-tipo al passo coi tempi veda in Bohème o in Parsifal o nell’Olimpiade lo stesso format di Vacanze di Natale e di Giovannona coscialunga disonorata con onore. Il quale format prevede che nei film la musica sia normalmente colonna sonora di una storia. La storia, ovviamente, fuoriesce dall’apparato gastrointestinale del regista, per il quale i libretti di Giacosa o di Wagner o di Metastasio sono solo spunti su cui deve fiorire la sua originalità egolatrica e flatulente.
Insomma Puccini, Wagner, Pergolesi e tutti gli altri come Ennio Morricone. Il quale è musicista strepitoso ma il suo mestiere, al contrario di Puccini, Wagner, Pergolersi e tutti gli altri, è sempre stato fare colonne sonore. La qual cosa non sembra aver mai costituito un problema per Fondazioni ed Enti Lirici, dato che Puccini, Wagner e Pergolesi sono defunti da lunga pezza e non possono più ricorrere a melassa e piume d’oca per tutelare la propria arte.
Aspettiamoci dunque la prossima Mimì tra le vie di Santiago ai tempi di Pinochet, Kundry sulla Luna Boscosa di Endor a fianco dei Cavalier Jedi e Aristea figlia di un generale dei Khmer Rossi.
Per fortunata disposizione di Apollo Musagete, la musica può essere anche solo ascoltata: questa la grande lezione che ci ricorda il vituperato maestro. Il che dovrebbe avvertire registi ed Enti Lirici su quanto conti la regia nella fruizione di Bohème, Parsifal o L’Olimpiade.
Un rotondo zero.
A few days ago an orchestra conductor, Alberto Veronesi, conducted the premiere of Bohème, in the Gran Teatro di Torre del Lago, with his eyes covered by a blindfold.
Reason: to express his disagreement with the director Christophe Gayral for the way he (mis)treated Puccini’s opera, placing Alfredo and Mimì in the 1968 instead of placing them in the 1830s.
Consequence: the blindfolded conductor was kicked out instead of sprinkling (metaphorically, of course) the director with molasses and goose feathers.
For once, we will set aside politics – even if the choice of the 1968 as context of the story is inexorable nonsense in and for itself – and underline that the real novelty is the gesture of the conductor. Whatever Veronesi’s reasons for doing it, the gesture is beautiful in and for itself.
And it’s beautiful in and for itself because that gesture says to me (and to people like me): it’s time to stop inflicting on poor spectators the products of the turbulent intestinal peristalsis of directors obsessed with the need to attract attention.
Finally, the conductor has inaugurated a new phase that must be supported by providing the spectators with boxes of tomatoes and other rotting vegetables upon entering the theater, so that they can support the director’s depressed self-esteem.
It’s nice to rediscover (and make people rediscover) that those who go to the theater for Bohème (or Wagner’s Parsifal or Pergolesi’s L’Olimpiade), go for the music and not for the direction. For years and years hordes of directors pushed by their stinking intestinal creativity have made every effort to make us forget Puccini when we see Bohème (or Wagner or Pergolesi when wee see Parsifal or L’Olimpiade).
The scheme is of desolating simplicity: at first to capture spectators by counting on the value of the title and/or of the composer of the musical drama, and then to inflict indigestible nonsense to the unfortunates unable to escape.
In less decadent times, just justice would have inflicted to these kind of directors the sentence to salt mines and burial in unconsecrated ground, but we must not overlook the Spirit of the Time.
Let’s try to explain. Being the film industry, like football industry, a decisive percentage of half the world’s GDP, we can also figure that the director has become by definition a film director. We can also figure that therefore directors see in Bohème or in Parsifal or in L’Olimpiade the same format as Vacanze di Natale and Giovannona coscialunga disonorata con onore. Which format imposes that music in movies is normally the soundtrack of a story. The story of course comes out from the gastrointestinal apparatus of the director, for whom the librettos of Giacosa or Wagner or Metastasio are only starting points on which his egolatric and flatulent originality can bloom.
In short, Puccini, Wagner, Pergolesi and all the others are like Ennio Morricone. Who is an amazing musician but his job, unlike Puccini, Wagner, Pergolersi and all the others, is something totally different – to compose soundtracks. This banality does not seem to have ever been a problem for Foundations and Opera Houses, given that Puccini, Wagner and Pergolesi are long-deceased musicians and can no longer resort to molasses and goose feathers for protecting their art.
So let’s expect the next Mimì in the streets of Santiago at the time of Pinochet, Kundry on the Wooded Moon of Endor with the Jedi knights and Aristea daughter of a Khmer Rouge general.
By fortunate disposition of Apollon Musagetes, you don’t need to see for listening music: this is the great lesson that the reviled conductor reminds us. It should warn directors and Opera Houses about the significance of direction in the fruition of Bohème, Parsifal or L’Olimpiade.
Something less than zero.
20. Una modesta proposta. Anzi due – A modest proposal. Or rather, two.
Dov’eravamo rimasti prima che la Francia, dalle sue banlieues, ci desse una così lezione definitiva di umanità su come si integra l’immigrazione?
Eravamo rimasti al Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, Gianni Melillo, che notificava al Ministro Carlo Nordio la sua professione di fede nelle intercettazioni come irrinunciabile strumento di giustizia. Il Procuratore infatti 1) non conosce intercettazioni inutili; 2) chiede “la più rapida messa in opera delle infrastrutture e dei sistemi informatici necessari” per intercettare sempre più e sempre meglio; 3) auspica che non vi siano arretramenti su questo versante.
Del resto, data la qualità media degli apparati dello Stato, perché costringere i suoi funzionari a usare il cervello quando basta usare le orecchie? Non ci rimetteremo mica a fare indagini come Montalbano, Maigret o Sherlock Holmes?
Onde aiutare il Procuratore a scongiurare il pericolo, ecco un paio di suggerimenti:
1) formalizzare con legge apposita l’istituto della delazione spontanea: torme di inquilini frustrati e di specialisti negli altrui affari darebbero un apporto determinante. Basta un formulario adeguato, facilmente staccabile da internet e, una volta compilato, inviabile a un femoposta elettronico che garantisca la privacy più totale del delatore nel compimento di questo suo dovere civico. Se poi aggiungiamo un sistema di punti-premio per ogni delazione, da utilizzare come sconto al supermercato sotto casa, le ricadute sull’efficacia della giustizia potrebbero essere inimmaginabili. Ma anche senza punti-premio, oltre la gloriosa Cortina di Ferro degli anni ruggenti, il sistema ha funzionato perfettamente per decenni.
2) Formalizzare con legge apposita l’istituto della delazione indotta: semplici ausili per indurre gli intercettati a parlare una volta nelle mani della giustizia, come il supplizio della goccia, lo stivaletto malese o il tratto di corda – al limite, anche l’ascolto forzoso dell’intero repertorio di Orietta Berti e Nicola di Capri.
Niente di troppo splatter, come lo squartamento, l’impalazione o la bollitura nell’olio, indubbiamente, ma perché privarsi della possibilità di raccogliere quantità insospettabili di informazioni – e proprio quelle che il funzionario preposto vuole sentirsi raccontare? Una sbirciatina ai programmi della Lubianka moscovita del bel tempo che fu, potrebbe essere d’aiuto nella stesura del testo legislativo.
Del resto, la gloriosa rivoluzione illuminista che, verso fine Settecento, ha spinto il mondo verso la modernità al grido di Liberté-Egalité-Fraternité, ha tagliato teste in congruo numero per evidenziare bene il concetto che lo Stato non è al servizio dei cittadini, ma sono i cittadini al servizio dello Stato – più precisamente: a disposizione dello Stato. Come si fa, dopo duecentotrent’anni, a non averlo ancora capito? Non vorremo ritornare all’ancien régime, vero?
Il Procuratore Nazionale ha opportunamente colto l’occasione per ribadire il concetto.
Ma non fermiamoci qui. Se i diritti del cittadino sono un problema per lo Stato, togliamoli di mezzo. Così potremo finalmente accontentare anche i relitti sopravvissuti al sessantottismo, realizzando la loro gloriosa abolizione del privato.
Where were we before France, from its banlieues, gave us such a definitive lesson in humanity on how immigration has to be integrated?
We were with the National Anti-Mafia and Anti-terrorism Prosecutor, Gianni Melillo, who notified Minister Carlo Nordio of his profession of faith in wiretapping as an indispensable instrument of justice. In fact, the Prosecutor 1) knows no useless wiretappings; 2) he asks for “the fastest implementation of the necessary infrastructures and information systems” to achieve more and better wiretappings; 3) he hopes that there will be no step back on this front.
After all, given the average quality of the State apparatus, why force its officials to use their brains when it is enough to use their ears? Would it be better to go back to investigating like Montalbano, Maigret or Sherlock Holmes?
To help the National Prosecutor avert the danger, a couple of suggestions here below:
1) formalize the institute of spontaneous tip-off with a specific law: hordes of frustrated tenants and specialists in other people’s affairs would make a decisive contribution. It is just needed an adequate form, easily detachable from the internet and, once completed, easily to be sent to an electronic mail box which guarantees the informer’s total privacy in the fulfillment of his civic duty. If we then add a system of reward points for each denunciation, to be used as a discount at the supermarket near home, the repercussions on the effectiveness of justice could be unimaginable. But even without reward points, beyond the glorious Iron Curtain of the Roaring Years, the system worked flawlessly for decades.
2) Formalize the institute of induced tip-off with a specific law: simple aids to induce the intercepted to speak once in the hands of justice, such as the punishment of the drop, the Malaysian boot or the stretch of rope – to the limit, even forced listening of the entire repertoire of songs of Orietta Berti and Nicola di Capri.
Nothing too splatter, such as quartering, impaling or boiling in oil, undoubtedly, but why deprive the State of the possibility of collecting unsuspected quantities of information – and precisely those that the official in charge wants to hear? A peek at the programs of the Moscow Lubianka of the good old days could help in drafting the legislative text.
After all, the glorious Enlightenment revolution which, at the end of the eighteenth century, pushed the world towards modernity to the cry of Liberté-Egalité-Fraternité, cut off a large number of heads to clearly highlight the concept that the State is not at the service of the citizens, but the citizens are at the service of the State – more precisely: at the disposal of the State. How can somebody, after two hundred and thirty years, still not understand it? Do we want to go back to the ancien régime?
The National Prosecutor appropriately took the opportunity to reiterate the concept.
But let’s not stop here. If the citizen’s rights are a problem for the State, let’s get rid of them. Thus we will finally be able to satisfy even the wrecks that survived the 1968 era, realizing their glorious abolition of the private.
19. Divisione del lavoro – Division of Labour
“Costruire l’alternativa, a partire da ambiente, giustizia sociale, diritti, sanità pubblica”.
Questa la sintesi della compiaciuta e compiacente intervista che il direttore di Repubblica ha riservato a Elly Schlein all’annuale festa dello schicchismo di sinistra organizzata dall’organo ufficiale della Sinistra italiota (Clima, sanità e lavoro così potremo battere la destra al governo, di Silvia Bignami, La Repubblica, 10 giugno 2023).
Nessuna domanda cattiva, imbarazzante o fuori dalle righe, come farebbe un qualsiasi giornalista anche di modesta capacità – e come si indignerebbe a gran voce l’intellighenzia di Repubblica se non si trattasse del segretario del PD – Ma tant’è…
Dunque ambiente, giustizia sociale, diritti, sanità pubblica. In buona sostanza: spesa pubblica.
Il debito colossale dello Stato, l’inefficienza della burocrazia, la pressione fiscale proibitiva, l’assenza di un Sistema-Paese competitivo capace produrre ricchezza da distribuire, evidentemente non sono cose che riguardano la Sinistra e quindi non è necessario avere un’opinione in merito. Figuriamoci delle soluzioni. La funzione storico-politica della Sinistra è come spendere le risorse. Come crearle e come costruire le condizioni necessarie perchè si creino, tocca ovviamente ad altri.
Perché per la Sinistra la politica non è grigiore tecnocratico. Non è fredda competenza gestionale di un sistema sempre più complesso. La politica è lotta, progettualità, è visionarietà, è utopia. È avventura romantica alla Che Guevara. Non si deve permettere che una visione aziendalistica della politica soffochi la capacità di pensare in grande, di porsi obiettivi arditi, di immaginare nuovi scenari…
Ecco.
Questa è stata anche la fermissima, appassionatissima, nobilissima convinzione di tutti i padri nobili che in vario modo hanno mandato in malora il Paese.
Lo Stato non deve essere un’azienda e così fare debiti è testimonianza di politica alta, perché è evidente a tutti che la ricchezza di una Nazione fiorisce spontaneamente e che il problema è solo distribuirla finalmente secondo uguaglianza – peccato solo che madre natura non funzioni in base al principio egualitario…
Così, tocca alla Società creare ricchezza, e allo Stato la distribuirla. Naturalmente, per la Sinistra, la politica riguarda lo Stato. La Società – cioè tutto quello che serve a creare ricchezza – non è di sua competenza.
Sua competenza è il rigore egualitario nella distribuzione, a cui deve provvedere lo Stato.
A mio padre e a mia madre, figli del Lumpenproletariat metalmeccanico del profondo Nord negli anni del boom, non è mai nemmeno passato per la testa che l’uguaglianza potesse essere un obiettivo e che l’assistenzialismo di Stato una soluzione. Il loro problema era la povertà, non l’uguaglianza.
Io ho scoperto solo molto tardi, dopo l’Università, che povertà e uguaglianza sono direttamente proporzionali – cioè che l’una cresce di pari passo con l’altra. I miei invece, quinta elementare e poi subito in officina, lo sapevano perfettamente fin dall’inizio. E siccome è di sinistra occuparsi di distribuire la ricchezza e non di crearla, essere di sinistra era qualcosa che loro non potevano permettersi. Erano troppo poveri.
La Sinistra non ha ancora capito quello che due poveri operai con la quinta elementare avevano chiarissimo. Anzi, se il problema è che gli operai non guardano più da quella parte, la soluzione è aprire dibattiti sui diritti dei gay e sull’antifascismo.
È la superiorità morale della Sinistra.
“Building the alternative, starting from the environment, social justice, rights, public health”.
This is the summary of the pleased and complacent interview that the editor of the newspaper La Repubblica reserved for Elly Schlein at the annual party of Left Chicism organized by the official organ of the Italian Left (Climate, health and work so we can beat the right in government, by Silvia Bignami, 10 June 2023).
No impertinent, embarrassing or out-of-line questions, as any journalist of even modest ability would do – and how loudly the intelligentsia of the La Repubblica would require if Elly Schlein weren’t the secretary of the Partito Democratico – But anyhow…So, environment, social justice, rights, public health. In essence: public spending.
The colossal debt of Italian State, the inefficiency of the bureaucracy, the prohibitive tax burden, the absence of a competitive country-system capable of producing wealth to be distributed: obviously these are not things that concern the Left and therefore it is not necessary to have an opinion about. Even less solutions. The historical-political function of the Left is how to spend resources. How to create resources to be distributed and how to build the necessary conditions for them to be created, is obviously up to others.Because for the Left, politics is not technocratic greyness. It is not cold management competence of an increasingly complex system. Politics is struggle, planning, it is visionary, it is utopia. It’s a romantic adventure à la Che Guevara. A company-like vision of politics must not be allowed to stifle the possibility to think big, to set bold goals, to imagine new scenarios…
Well, this was also the very firm, very passionate, very noble conviction of all the noble fathers who in various ways sent our Country to ruin.
The State must not be a company and thus making debts is a proof of high politics, because it is clear to everyone that the wealth of a Nation flourishes spontaneously and that the problem is only to finally distribute it according to equality – it’s just a pity that mother nature doesn’t work according to the principle of equality…
Thus, it is up to the Society to create wealth, and to the State to distribute it. Of course, for the Left, politics is only about the State. The Society – that is, everything needed to create wealth – is not within its competence.
Its competence is the egalitarian rigor in distribution, which the State must ensure.
It never occurred to my father and mother, sons of the metalworking Lumpenproletariat of the deep North Italy during the boom years, that equality could be a goal and that State welfarism a solution. Their problem was poverty, not equality.
I discovered very late, after I graduated at the university, that poverty and equality are directly proportional – that is, one grows hand in hand with the other. My parents, on the other hand, just a few years of school and then immediately to workshop, knew it perfectly from the beginning. And since it is leftist to be concerned with distributing wealth and not creating it, being leftist was something they couldn’t afford. They were too poor for being leftist…
The Left has not yet understood what two poor workers with few years of school had very clear. Indeed, if the problem is that the workers no longer look at left, the solution is to open debates on gay rights and anti-fascism.
This is the moral superiority of the Left.
18. Pianto Antico
Il piagnisteo. Già. Che sarebbe quello della destra sovranista che lamenta la sua inferiorità culturale. Così Ezio Mauro (22 maggio, Sovranismo culturale) e Stefano Cappellini (24 maggio, Per l’egemonia la destra cerca gli intellettuali) su La Repubblica commentando le deprimenti ma immancabili coreografie protestatarie a margine di una sagra del narcisismo come quella del Salone del Libro.
Il piagnisteo, dunque.
A destra.
Denunciato dalla sinistra. Da quella sinistra che da mezzo secolo inonda di piagnistei tutto il sistema solare, isole comprese.
Piagnistei sull’antifascismo.
Piagnistei sul sovranismo.
Piagnistei sul nazionalismo.
Piagnistei sul neoliberalismo selvaggio.
Piagnistei sulla meritocrazia.
Piagnistei sull’inclusività.
Piagnistei sull’immigrazione.
Piagnistei sulle armi a Kiev.
Piagnistei sui piagnistei.
Piagnistei al quadrato.
Piagnistei radici quadrate di piagnistei.
Piagnistei logaritmi trigonometrici di piagnistei.
Adesso anche il piagnisteo sulla destra che vuole l’egemonia culturale.
Perché, a quanto pare, la destra piange e si dispera per la propria inferiorità culturale.
Piange la sua scarsa simpatia per i libri.
Piange l’assenza intellettuali presentabili al Salone del Libro di Torino…
La Russa infatti piange perché non ha ancora letto la Recherche e Salvini si dispera perché non è andato oltre la coscienza infelice nella lettura della Fenomenologia dello Spirito.
Che dire?
Prima di dire, restiamo in attesa di maggiori informazioni a proposito del mondo del quale scrivono quelli di Repubblica. Intanto possiamo anticipare ciò che a noi comuni mortali, leggendo i commenti dell’organo ufficiale della sinistra caviale&champagne, sembra di vedere: cioè le cagnette di Fabrizio de André, alle quali è stato sottratto l’osso. Quell’osso che i detti quadrupedi, nella loro visione del mondo, sentivano loro di diritto e in via esclusiva.
Per Gramsci, l’egemonia culturale era conquista che esige durezza e determinazione. Per costoro non è necessaria alcuna conquista: la Natura è originariamente, naturalmente e ovviamente di sinistra. Il tempo e lo spazio sono di sinistra. La fotosintesi clorofilliana, l’evoluzione delle specie, la gravitazione universale, la materia oscura e il big bang sono di sinistra.
Figuriamoci se non deve essere di sinistra anche la Cultura che, da Aristotele a Europa Verde, è imitazione della Natura. Per conseguenza, una cultura non di sinistra è ossimoro contro natura e le cose non di sinistra sono ammesse solo per dare occasione alla sinistra di indignarsi, obiettare, resistere, scendere in piazza, convocare assemblee, occupare con centri sociali e organizzare concerti del Primo Maggio – vale a dire, per dare occasione tutta l’infinita gradazione del piagnisteo. Solo così la sinistra avverte la propria esistenza.
E la destra che piange, allora? Ovviamente non può che piangere il suo non poter essere di sinistra.
The whine. Yes, the whine. The whine of the sovereignist Right complaining of his cultural inferiority. Thus Ezio Mauro (May 22, Cultural sovereignty) and Stefano Cappellini (May 24, The right seeks intellectuals for hegemony) in the newspaper La Repubblica commenting on the depressing but inevitable protest choreographies outside a festival of narcissism such as that of the Salone del Libro in Torino .
So the whine.
The whine of the Right.
Denounced by the Left. From the Left that for half a century has been flooding the entire solar system with its whines.
Whines for anti-fascism.
Whines for sovereignty.
Whines for nationalism.
Whines for wild neoliberalism.
Whines for meritocracy.
Whines for inclusiveness.
Whines for immigration.
Whines for weapons to Ukraine.
Whines on whines.
Squared whines.
Whines square roots of whines.
Whines trigonometric logarithms of whines.
Now also the whine for the Right that wants cultural hegemony.
Because, apparently, the Right is weeping and despairing for its own cultural inferiority.
He mourns his lack of sympathy for books.
The lack of intellectuals who can be presented at the Turin Book Fair is mourning…
In fact, Ignazio La Russa is crying because he has not yet read the Recherche and Matteo Salvini is still despairing because he has not gone beyond the unhappy consciousness in reading the Phenomenology of the Spirit.
What to say?
Before saying, let’s wait for more information about the world of which La Repubblica is writing. In the meantime, we can anticipate what we, as mere mortals reading the comments of the official organ of the caviar & champagne Left, seem to see: that is, little dogs whose bone has been stolen, as the song of the Italian singer-songwriter Fabrizio De André says. That bone that the mentioned quadrupeds, in their vision of the world, felt to belong to them by right and exclusively.
For the Italian hard-Marxist Antonio Gramsci, cultural hegemony was a conquest that required toughness and determination, but for them, for the small dogs of De André, no conquest is needed: Nature is originally, naturally and obviously leftist. Time and space are leftist. Photosynthesis, the evolution of species, universal gravitation, dark matter and the big bang are leftist.
If Nature is leftist of course Culture should also be leftist: Culture is imitation of Nature, as said from Aristotle to contemporary environmentalism. Consequently, a non-leftist culture is an unnatural oxymoron and non-leftist things are allowed only to give the Left occasions to be indignant, to object, to resist, to demonstrate, to convene assemblies, to occupy buildings illegally with social centers and to organize May Day concerts – in other words, to express the infinite gradation of whining. Only in this way does the Left feel its own existence.
And the Right that is crying, then? Of course, the Right can only cry for not being the Left.
17. Riformatorio – Reformatory
Di nuovo la storia delle riforme. Ma perché una buona volta non la finiamo di perdere tempo?
Se dall’epoca della Bicamerale – istituita nel lontanissimo 1983 – non s’è fatto un passo avanti, un motivo ci sarà. Non per scarsa produttività di proposte, ma per puntuale, sistematico, inesorabile bombardamento di ogni proposta utilizzando come granate tutte le altre proposte. Bombardamento particolarmente efficace quando viene dal fuoco amico dello stesso schieramento e ancora più efficace quando il fuoco amico viene dallo stesso partito.
Sembra ormai assodato che ci sia come un infallibile principio della termodinamica politica, per cui a ogni proposta di riforma corrisponde un numero X di proposte quasi uguali ma opposte che la falcidiano, con X compreso tra il numero dei deputati di +Europa e il numero dei deputati del PD.
Se è così, sarebbe da considerare con più attenzione l’ipotesi che il predetto principio renda strutturalmente impossibili le riforme, almeno fino alla morte termica del presente ordinamento repubblicano.
Consideriamola con più attenzione.
Se le riforme sono strutturalmente impossibili, una ragione ci sarà.
Anche un infante sa che, in genere, un sistema qualsiasi tende a escludere tutto ciò che ne comprometta la stabilità. Dal che si evince che – con altrettanta ovvietà a prova di infante – se il nostro sistema esclude la possibilità delle riforme, è perché ne compromettono la stabilità.
E’ innegabile che le auspicate riforme hanno come obiettivo la modernizzazione, l’efficientamento (si dice così oggi), l’alleggerimento: cioè basta con le burocrazie kafkiane e con gli enti moltiplicati senza ragione.
E’ pure innegabile che le riforme sono premessa indispensabile a costruire un Sistema-Paese capace di reggere le grandi sfide globali, in economia e in politica estera.
E’ infine vero che promuoverebbero competenza e capacità invece che fedeltà e lottizzazione, lungimiranza progettuale invece che ricerca del consenso elettorale, attenzione alle dinamiche reali invece che nostalgie utopiche e del bel tempo che fu.
Ma ci siamo mai chiesti cosa perderemmo se riuscissimo davvero a riformare il sistema?
Se ce lo chiedessimo, probabilmente capiremmo perché il sistema ha una strutturale resistenza alle riforme.
Vediamo.
1) Efficientamento, Sistema-Paese, competenza significherebbero alla fine meno Stato.
2) Meno Stato significherebbe meno assistiti socialmente e meno clientele locali.
3) Meno assistiti socialmente e meno clientele locali significa meno consenso comprato con pubbliche risorse.
4) Meno consenso comprato con pubbliche risorse significherebbe opporsi alla cultura dell’egualitarismo che vede la libera iniziativa e il merito come patologie da rimuovere;
5) Opporsi alla cultura dell’egualitarismo significherebbe mettere in serio pericolo l’identità di qualche forza politica anche rilevante, che si è costruita senza accorgersi che uguaglianza e libertà sono valori inversamente proporzionali – più si è uguali meno si è liberi, più si è liberi meno si è uguali.
6) Mettere in crisi l’identità di forze politiche anche rilevanti costruite sull’egualitarismo, significa dover dire a una generazione di elettori e soprattutto di intellettuali: “scusate, ma ci siamo sbagliati, un po’ in buona fede, soprattutto in malafede, sempre contando sulla sconfortante dabbenaggine di chi si accontentava di sognare utopie”.
Possibile tutto questo in un Paese come l’Italia?
In fondo l’insostenibile pesantezza dell’Apparato garantisce posti di lavoro – a ogni classe di burocrati e a tutte quelle professioni nate per muoversi nell’intrico dell’Apparato.
Perché mai costringere così tanti a doversi reinventare all’alba di un nuovo millennio?
The history of reforms again. But why don’t we stop finally wasting time?
If a step forward has not been taken since the time of the Bicamerale – established back in 1983 – there is probably a reason. Not for poor productivity of proposals, but for punctual, systematic, inexorable bombardment of each proposal using all the other proposals as grenades. Bombardment especially effective when it comes from friendly fire from the same political side and even more effective when friendly fire comes from the same party.
It now seems established an infallible principle of political thermodynamics, according to which an X number of almost equal but opposite proposals corresponds to each reform proposal which decimates it, with X between the number of +Europa deputies and the number of those of the Partito Democratico .
If this is the case, the hypothesis that the aforementioned principle makes reforms structurally impossible in Italy (until the thermal death of the present republican system), should be considered more carefully.
Let’s try to consider it more carefully.
If reforms are structurally impossible, there must be a reason.
Even an infant knows that, in general, any system tends to exclude everything that compromises its stability. From which we can deduce that – with equally infant-proof obviousness – if Italian system excludes the possibility of reforms, it is because the reforms compromise its stability.
It is undeniable that the desired reforms have as their objective modernization, efficiency, lightening: that is, enough with the Kafkaesque bureaucracies and with the institutions multiplied without reason.
It is also undeniable that reforms are an indispensable premise for building a Country-System capable of withstanding the great global challenges, both in the economy and in foreign policy.
And it is also true that reforms would promote competences and skills rather than political loyalty and division of public positions, long-term planning rather than the search for electoral consensus, attention to real dynamics rather than utopian nostalgia and memory of the good old days.
But have we ever wondered what we would lose if we really succeeded in reforming the system?
If we asked ourselves, we would probably understand why the system has a structural resistance to reforms.
So let’s see.
1) Efficiency, country-system, competence would ultimately mean less State.
2) Less State would mean less socially assisted and less local clientelism.
3) Less socially assisted and less local clientelism means less consensus bought with public resources.
4) Less consent bought with public resources would mean opposing the culture of egalitarianism which sees free initiative and merit as pathologies to be removed;
5) Opposing the culture of egalitarianism would mean seriously endangering the identity of some even relevant political forces, which were built without realizing that equality and freedom are inversely proportional values – the more we are equal, the less we are free, the more we are free the less we are equal.
6) Seriously endangering the identity of even significant political forces built on egalitarianism means having to say to a generation of voters and above all of intellectuals: “sorry, but we were wrong, partly in good faith, above all in bad faith, all of us counting on the discouraging gullibility of those who were happy with dreaming utopias”.
Is all this possible in a country like Italy?
After all, the unbearable heaviness of the Apparatus guarantees jobs – for every class of bureaucrats and for all those professions born to get out of the tangle of the Apparatus.
Why on earth should we force so many people to reinvent themselves at the dawn of a new millennium?
17. Reds
Il 25 Aprile di questo settantottesimo anno dalla Liberazione è stato tutto nella fotografia di Elly Schlein con fazzolettone rosso durante la liturgia manifestatoria del rito resistenziale.
Non perché riedizione – ennesima, banale e patetica al limite del ridicolo – del pepponismo sempre latente nel sinistrismo anche più chic, ma perché, squaderna a chiarissime lettere come e quanto il 25 Aprile sia un paradosso politico – il paradosso fondante della politica italica degli ultimi settantotto anni.
Il paradosso è accuratamente velato dalla nebulosità del paradigma culturale di chi lo celebra così convintamente: mentre la sinistra proclama che il proprio paradigma culturale origina dalla festa, il paradosso mostra l’esatto contrario, cioè che la festa è stata costruita in funzione del paradigma.
Niente di strano, visto che la realtà è sempre un problema per i paradigmi, ma può essere utile qualche chiarimento.
Che quasi un terzo degli italiani abbia votato FDI non significa affatto che il trenta per cento degli italiani sia neo-post-ex-para fascista. Che il centro-destra italiano (quindi almeno la metà del Paese) sia più o meno scopertamente ostile alla retorica celebrativa dell’antifascismo del 25 Aprile, non significa, parimenti, che la metà degli italiani sia neo-post-ex-para fascista.
Logica suggerirebbe chiedersi perché, quel non essere neo-post-ex-para fascista si traduca in ostilità verso le liturgie liberazioniste del 25 Aprile.
Sfortunatamente il paradigma culturale dominante non la prevede. Se la prevedesse, qualcuno si sarebbe accorto che se il 25 Aprile è la festa delle bandiere e dei fazzolettoni rossi, potrebbe esserci qualche imbarazzo a partecipare da parte di chi non condivide quel paradigma – grossomodo almeno più della metà del Paese.
Da ciò non sarebbe difficile dedurre che l’ostilità potrebbe non essere contro la Liberazione, ma contro chi se ne è impossessato fin dall’inizio in via esclusiva, trasformandola nella festa delle bandiere rosse e dei fazzolettoni rossi. Ciò spiegherebbe esaurientemente il paradosso. Che esiste solo nel paradigma dominante, peraltro, perché qualsiasi intelletto non mineralizzato dall’ideologia, vedrebbe la piana consequenzialità di quella inspiegabile dissintonia.
Se a qualcuno interessasse capire come si sia arrivati al paradosso, sarebbe utile ricordare, per esempio, che fin dall’inizio il paradigma dominante ha previsto, in perfetto stile cino-sovietico, l’opera di accurata rimozione della memoria storica di chi ci liberò effettivamente dal nazifascismo demolendo pezzo a pezzo la poderosa macchina da guerra tedesca su cui si basava la sua forza – cioè l’esercito alleato(*).
La rimozione fu necessaria per rendere il 25 Aprile funzionale al paradigma – fu cominciata immediatamente all’indomani della fine della guerra e portata a perfezione nel e dal Sessantottismo.
E’ così che si è arrivato a considerare inconcepibile come si possa essere antifascisti senza essere di sinistra.
Del resto, in un Paese in cui l’ultimo liberale è morto più di sessant’anni fa, non ci si può aspettare molto di più.
Alla fine – cioè all’inizio – la questione non è il fascismo, ma il possesso ideologico della festa.
Piacerebbe pensare che si tratti di malafede, storica e ideologica, perché di solito fa molti meno danni della dabbenaggine. Ma sarebbe sperare troppo, perché il danno fatto non sembra più riparabile.
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(*) Potrebbe indurre a qualche riflessione contare in quante commemorazioni del 25 Aprile quest’anno è stato ricordato questo piccolo dettaglio storico.
The 25 Aprile – the 25th of April, Italian Liberation Day – of this seventy-eighth year from the victory against Nazi-fascism, was all in the picture of Elly Schlein, the new secretary of Patrito Democratico, with a red handkerchief around her neck during the demonstrative liturgy of the resistance rites.
Not because it is a re-edition – the umpteenth, banal and pathetic until ridiculous – of Pepponism – the immortal hero of communism by Giovannino Guareschi – always latent even in the most radical chic leftism, but because, unfolds in very clear letters how and how much 25 Aprile is a political paradox – the founding paradox of Italian politics in the last seventy-eight years.
The paradox is carefully veiled by the nebulousness of the cultural paradigm of those who celebrate 25 Aprile so fully convinced: while left proclaims that its cultural paradigm originates from the party, the paradox shows the exact opposite, that is, that the party was built according to the paradigm.
Nothing strange, given that reality is always a problem for paradigms, but some clarification may be useful.
That almost one third of Italians voted FDI, the party of Giorgia Meloni, does not mean at all that thirty percent of Italians are neo-post-ex-para fascist. That the Italian center-right (therefore at least half of the country) is more or less openly hostile to the anti-fascism celebratory rhetoric of 25 April does not mean, likewise, that half of Italians are neo-post-ex-para fascist.
Logic would suggest to ask why not being neo-post-ex-para fascist translates into hostility towards the liberationist liturgies of the 25 Aprile.
Unfortunately the dominant cultural paradigm doesn’t allow such a question. If it allowed such a question, someone would have noticed that, if 25 Aprile is the feast of red flags and red handkerchiefs, there could be some embarrassment in that part of Italians
who do not share that paradigm – roughly at least more than half of the country.
From this it would be not so difficult to deduce that the hostility is not against the Liberation, but against those who have taken exclusive possession of Liberation from the beginning, making it the celebration of red flags and red handkerchiefs. This would fully explain the paradox. Which exists only in the dominant paradigm because any intellect not mineralized by ideology would see the plain consequentiality of that inexplicable disharmony.
If anyone were interested in understanding how the paradox took shape, it could be useful to recall, for example, that from the beginning the dominant paradigm planned, in perfect Sino-Soviet style, to remove the historical memory of those who freed us effectively from Nazi-fascism by demolishing piece by piece the mighty German war machine on which its strength was based – i.e. the allied army(*).
The removal was necessary to make 25 Aprile functional to the dominant paradigm, for this reason the removal began immediately after the end of the war and perfected in and by 1968.
This is the reason because in Italy it is considered inconceivable that one can be anti-fascist without being a leftist.
After all, in a country where the last liberal died more than sixty years ago, one cannot expect much more.
In the end – that is, at the beginning – the question is not fascism, but the ideological possession of the 25 Aprile.
It would be nice to think that it’s only hypocrisy, historical and ideological hypocrisy, because it usually does much less damage than gullibility. But it would be to hope too much, because the damage already done seems to be no longer repairable.
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(*) It might lead to some reflection to count in how many commemorations of 25 Aprile this small historical detail was remembered.
16. Il PNRR di Guicciardini – The Guicciardini’s PNRR
Giovanni Moro (I problemi del PNRR, La Repubblica, 18 Aprile 2023) riassume in sei ragioni l’italica incapacità di riforme che sta insabbiando (anche) il PNRR.
Elenchiamo:
1) “C’è, prima di tutto, il disinvestimento sulla dimensione pubblica, avvenuto nel contesto della egemonia del paradigma neoliberale”;
seguono:
2) strutturazione multilivello e policentrica dell’azione pubblica: quindi scoordinamento e conflitti fra Stato, Regioni, Comuni, ministeri, assessorati e tutta la galassia costruita sulle complicazioni del sistema;
3) un alto tasso di indifferenza dovuto alla storica disattenzione per la messa in opera e implementazione, dei programmi pubblici;
4) incompetenza, disinteresse, irresponsabilità nei confronti dei provvedimenti, nella convinzione che una volta scritte nella Gazzetta ufficiale le norme si attuino automaticamente;
5) i tempi della politica come raccolta del consenso impediscono i tempi necessari alle politiche di lungo periodo, le uniche capaci di incidere strutturalmente;
6) impossibilità di progettare un futuro comune per evidente incapacità di un vero e sano confronto tra visioni diverse in modo da definire soluzioni condivise.
Quanto alla prima, come si possa intravedere il trionfo del paradigma neoliberale in un Paese azzoppato dalla burocrazia, strangolato dai debiti, intossicato dal demerito e dall’incompetenza della politica, in balìa dell’assistenzialismo a tutti i costi, sarebbe più questione psicanalitica che socioeconomica.
Quanto alle altre cinque, ciascuna delle quali capace da sola di affondare una Nazione, anche uno sguardo superficiale a Guicciardini e Machiavelli mostrerebbe che le predette ragioni erano di casa nel Belpaese già mezzo millennio fa. Dal che anche un intelletto di minimo calibro dedurrebbe che la nostra inadeguatezza nelle politiche razionali di medio e lungo periodo data da ben prima che John Locke cominciasse a immaginare quello che sarebbe stato il paradigma liberale. E che quindi siamo capacissimi di fare i disastri che facciamo, in piena e orgogliosa autonomia.
Basterebbe leggere al contrario la lista per concludere che le ragioni 2, 3, 4, 5 e 6 bastano e avanzano a rendere impossibile la ragione numero 1. La qual cosa pone il problema del perché questa impossibile ragione sia stata indicata per prima, ma evidentemente nemmeno il timore del ridicolo è sufficiente a evitare l’insostenibile banalità del politically chic.
Più interessante sarebbe invece meditare su quel pochissimo di liberalismo di cui il Paese è stato capace: magari potrebbe sorprendere scoprire cosa abbia impedito alla burocrazia di pietrificarci, ai debiti di soffocarci, al demerito e all’incompetenza di ucciderci, all’assistenzialismo di affondarci.
E libererebbe Guicciardini e Machiavelli dal sospetto di essere stati criptoliberali ante litteram.
Giovanni Moro (The problems of the PNRR, La Repubblica, 18 April 2023) summarizes in six reasons the Italian incapacity for reforms, that is burying (also) the Italian PNRR (Recovery and Resilience National Plan).
Here the list of the reasons:
1) “First of all, there is the disinvestment in the public dimension, which took place in the context of the hegemony of the neoliberal paradigm”;
then the following ones:
2) multilevel and polycentric structure of Italian public action: it means lack of coordination and conflicts between the State, Regions, Municipalities, ministries, departments and the whole galaxy built around the complications of the system;
3) a high rate of indifference due to historical inattention to the implementation and development of public programs;
4) incompetence, disinterest, irresponsibility towards the measures, in the belief that once written in the Official Gazette the rules are automatically implemented;
5) the timing of politics as a “consent collection activity”, that prevents the timing of long-term policies – the only possibility for obtaining structural effects;
6) impossibility of planning a common future due to the evident incapacity of a true and honest debate between different visions in order to define shared solutions.
Concerning the first reason, how the triumph of the neoliberal paradigm can be glimpsed in a country like Italy, crippled by bureaucracy, strangled by debts, intoxicated by the demerit and incompetence of politics, at the mercy of welfarism at all costs, would be more a psychoanalytic question than a socio-economic one .
Concerning the other five, each of which would be even alone capable of sinking a Nation, even a superficial look at Guicciardini and Machiavelli would show that the aforementioned reasons were already firmly established in the Belpaese half a millennium ago. From this premises even a minimally caliber intellect would deduce that Italian inadequacy in medium- and long-term rational politics dates back long before John Locke began to imagine what the liberal paradigm would be like – and that we are therefore totally capable of causing the disasters we cause, in full and proud autonomy.
It would be enough to read the list backwards to conclude that reasons 6, 5, 4, 3 and 2 are more than enough to make reason 1 impossible. This raises the question of why the impossible reason 1 was indicated at the first place, but not even the fear of ridicule is clearly enough to avoid the unbearable banality of politically chic.
Instead, it would be more interesting to meditate on that so low dose of liberalism that Italy has been able to tolerate: perhaps it might surprise to find out what has prevented bureaucracy from petrifying, debts from suffocating, demerit and incompetence from killing, welfarism from sinking.
And it would free Guicciardini and Machiavelli from the suspicion of having been cryptoliberals ante litteram.
15. The Italian Job
“La ricchezza la crea l’impresa, dice Meloni. No, la ricchezza la crea il lavoro, dice Landini” (La Repubblica, Landini sfida Meloni, di Valentina Conte, 19 marzo 2023). Questa la sintesi vera dell’incontro (e del confronto) fra il Segretario Generale della CGIL Maurizio Landini e la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni al recente congresso del più potente sindacato italiano.
La contrapposizione merita di essere evidenziata. Meloni afferma il principio base del liberismo. Quanto ci creda, dati i suoi precedenti politici, è quantomeno dubbio. Quanto Landini creda a quello che dice, è invece fuori dubbio. Sarebbe peggio per chi crede a lui, se lui non ci credesse. Ma vediamo da vicino il Landini-pensiero.
Prendiamo una squadra di operai che scavano buche per otto ore durante il giorno. Prendiamone un’altra che riempie quelle buche durante il turno di notte. Anche questo è lavoro. Crea anche ricchezza? Forse anche Landini arriverebbe a dire che no, non si crea ricchezza scavando buche e riempiendole, anche con tutto l’impegno e tutta la passione socialista di Stachanov. La creazione di ricchezza è un’altra cosa.
Allora il lavoro non basta. Il lavoro va gestito. Quindi, per non dipendere dalle logiche del liberismo selvaggio, autogestiamoci: così avremo un lavoro che abbia un senso e poi che possa essere collocato in cambio ricchezza. Il kolchoz, per esempio. O il kibbutz. Che bisogno c’è dell’impresa? Elementare, no?
Già. Elementare. Però il diavolo si rintana sempre nei dettagli. Ed è cosa risaputa che i nemici peggiori delle utopie sono i dettagli. Così, appena ci si accorge che produrre pannelli solari o sintetizzare nuovi farmaci è un po’ più complicato che coltivare rape e fare pentole di terracotta in completa autogestione, ci sono due possibilità, se non si vuole ricorrere all’impresa selvaggiamente liberista: o si rinuncia – e allora torniamo beatamente all’economia curtense dell’alto medioevo (o a quella forestale degli Yanomami), oppure si invoca l’intervento dello Stato. Semplice, no?
Deciso quindi che forse vale la pena fare un passo avanti rispetto all’alto medioevo, per produrre ricchezza ricorriamo allora allo Stato. Ed ecco allora i Piani Quinquennali in ambiente sovietico e le Partecipazione Statali in ambiente italico, sublimi capolavori di incompetenza e incapacità i primi, di inefficienza e incuria i secondi. Gli uni e gli altri però con una straordinaria capacità di bruciare ricchezza invece che di crearne – l’ex Unione Sovietica ha rimediato, dopo il tracollo, vendendo risorse naturali (notoriamente frutto del duro lavoro dell’Eterno), e noi aumentando allegramente il debito pubblico, così da impegnare per tempo il lavoro delle prossime quattro o cinque generazioni.
Sarebbe legittimo a questo punto chiedersi in quale settore della galassia viva Landini per dire quello che ha detto, però in fondo non è colpa sua se il pianeta CGIL, dove ha sede il più potente sindacato di pensionati del Belpaese, orbita in una regione dello spazio in cui, a differenza di quelle di tutti gli altri paesi civili, la Costituzione-più-bella-del-mondo fonda la Repubblica sul lavoro omettendo di specificare che si tratta di lavoro dipendente. Inevitabile allora che Landini, come Roberto Benigni, non riesca a vedere che l’impresa ha mille difetti ma produce ricchezza, mentre tutte le altre forme hanno mille difetti e bruciano ricchezza. Altrimenti la CGIL non potrebbe continuare a essere un sindacato di pensionati.
“Wealth is created by the enterprise, says Meloni. No, work creates wealth, says Landini” (La Repubblica, Landini challenges Meloni, by Valentina Conte, 19 March 2023). This is the true synthesis of the meeting (and discussion) between the General Secretary of the CGIL Maurizio Landini and the Prime Minister Giorgia Meloni at the recent congress of the most powerful Italian trade union.
The contrast deserves to be highlighted. Meloni affirms the basic principle of liberalism. How much he believes in it, given her political precedents, is at least doubtful. How much Landini believes in what he says is beyond doubt. It would be worse for anyone who believes him, if he doesn’t believe it. But let’s take a closer look at Landini-thought.
Let’s take a team of workers digging holes for eight hours during the day. Let’s take another one that fills those holes during the night shift. This is also work. Does it also create wealth? Perhaps even Landini would go so far as to say that no, wealth is not created by digging holes and filling them, even with all of Stachanov’s commitment and socialist passion. Wealth creation is another matter.
So, work is not enough. Work must be managed. Therefore, in order not to depend on the logic of wild liberalism, let’s manage ourselves: in this way we will have a job that makes sense and then that can be placed in exchange for wealth. The kolkhoz, for example. Or the kibbutz. No need of enterprise. Elementary, isn’t it?
Right. Elementary. But the devil always hides in the details. And it is well known that the worst enemies of utopias are the details. Thus, as soon as one realizes that producing solar panels or synthesizing new drugs in complete self-management is a little more complicated than growing turnips and making earthenware pots, there are two possibilities, if one does not want to resort to the wildly liberal enterprise: either one gives up – and then we blissfully return to the manorial economy of the early Middle Ages (or to the forestry economy of the Yanomami), or we invoke the intervention of the State. Simple, isn’t it?
Having therefore decided that perhaps it might be worth taking a step forward compared to the early Middle Ages, let’s then recourse to the State for producing wealth. And so here are the Five-Year Plans of the Soviet context and the State-Participations in the Italian context, sublime masterpieces of incompetence and incapacity the former, of inefficiency and carelessness the latter. Both, however, with an extraordinary ability to burn wealth instead of creating it – Russia has remedied, after the collapse of URSS, by selling natural resources (notoriously the fruit of the hard work of the Eternal), and we cheerfully increasing the debt public, so as to bind in advance the work of the next four or five generations.
Because of his position, it would be legitimate to ask in which sector of the galaxy Landini lives, but in the end it is not his fault if the planet CGIL, where the most powerful trade union of pensioners in our Belpaese is based, orbits in a region of space in which, unlike those of all other civilized countries, the most-beautiful-Constitution-in-the-world (copyright of Roberto Benigni) founds the Republic on work, omitting to specify that it is dependent work. It is therefore inevitable that Landini, like Roberto Benigni, fails to see that the company has a thousand defects but produces wealth, while all the other forms have a thousand defects and burn away wealth. Otherwise the CGIL could not continue to be a trade union of pensioners.
14. Happy Days
“Altro che gauche caviar”, dice Elly Schlein. “Chi dice che siamo radical chic, quelli della Ztl, non ha visto i numeri delle primarie” (La Repubblica, 1 Marzo 2023).
Caviar sarebbe caviale e la denominazione gauche caviar sarebbe la versione francofona di sinistra radical chic, appunto. Caviale – e a questo punto anche champagne – sembra però ancora più calzante.
Breve spiegazione.
Dato che i votanti erano stati 4 milioni e 300mila nel 2005, 3 milioni e 100mila nel 2015, un milione 850mila nel 2017, un milione e 600mila nel 2019 e sono stati un milione e 98mila nel 2023, la sinistra sembrerebbe davvero avviata verso un PD firmato, elitario ed esclusivo – non solo cavier ma anche champagne, appunto. A meno che la neoeletta abbia seri problemi di competenza matematica, specie con le serie numeriche regressive.
Conchita De Gregorio che, come al solito ha capito tutto di come sono andate le cose, ha commentato (il 5 marzo) che la destra, dopo la vittoria di Elly Schlein, guarda tremebonda alle magnifiche sorti e progressive della sinistra italiota. Potenza dei capi firmati esclusivi. Per ragioni che solo la De Gregorio non riesce nemmeno a sospettare, in verità la Meloni sta ancora libando copiosamente a Giove Feretrio sul Campidoglio.
Ma torniamo allo schicchismo radicale caviale&champagne della sinistra. Per una volta, saltiamo le macchiette che popolano numerose anche l’area politica in questione, per tentare di farci un’idea di ciò che ci sta dietro. Poiché sono idee specifiche a generare macchiette politiche specifiche, essendo altamente improbabile il contrario (cioè che macchiette politiche generino idee di qualunque genere), tralasceremo Bertinotti e i suoi cashmirini e D’Alema e i suoi velieri d’altura, per qualche annotazione sulle idee capaci di dare luogo alle macchiette.
Prendiamo il cavallo di battaglia della neosegretaria: l’eliminazione delle diseguaglianze.
Vuol dire, tradotto in linguaggio corrente, una più equa distribuzione della ricchezza.
Traducendo in linguaggio ancora più corrente, vorrebbe dire togliere a chi ha per dare a chi non ha. Traducendo nel linguaggio dei cucinieri volontari della Festa dell’Unità, vuol dire che la proprietà privata è un furto.
Ora, dall’idea al programma politico. Che sarebbe poi la risposta alla domanda: come distribuire meglio la ricchezza?
La sinistra, quella vera, quella di lotta, la sinistra-sinistra, insomma, inonda di ricette i talk-show, ma dall’epoca di Togliatti non si è mai posta il problema di come creare la ricchezza che poi si vuole distribuire.
Perché, prima di Togliatti, quando si era messa d’impegno per risolverlo, erano nati i kolchoz, l’industria di Stato e i Piani Quinquennali. Quanta ricchezza abbiano distribuito nelle code senza fine davanti a negozi vuoti, nelle più radiose capitali del socialismo reale ed egualitario, è storia.
In controtendenza, travolto da un accesso incontrollabile di buonsenso, Bonaccini, a commento del primo punto programmatico della compagna-avversaria, cita Romano Prodi, il quale ricordava che “per ridistribuire le ricchezze, ci deve sempre essere chi crea ricchezza, bisogna anche pensare a come produrre ricchezza”.
Questione incomprensibile per Speranza e Fratojanni, dal momento che la ricchezza di una Nazione cresce sugli alberi. Che la ricchezza venga dalla competizione sul mercato, dallo sforzo per l’innovazione tecnologica, dagli investimenti continui, è solo la bieca narrazione del liberismo selvaggio.
Meglio allora non turbare l’interminabile Happy Days di Elly Schlein e Concita De Gregorio. Potrebbe indurle all’indignazione e all’organizzazione di manifestazioni antifasciste o antiomofobe.
Questa è la sinistra: caviale e champagne. Non ce n’è un’altra. Perché quando prova a essere meno radical-chic, arrivano i Renzi e se ne vanno i Bersani.
“Anything but gauche caviar!”, said Elly Schlein, the new Secretary of Partito Democratico. “Those who say we are radical chic, those of the Limited Traffic Area, have not seen the numbers of our primaries” (La Repubblica, 1 March 2023).
Caviar would be the well-known sturgeon roe and the denomination gauche caviar is the French version of the radical chic Left. Caviar however – and at this point champagne too – seems even more suitable.
Short explanation.
Given that there were 4,300,000 voters in 2005, 3,100,000 in 2015, 1,850,000 in 2017, 1,600,000 in 2019 and there were 1,098,000 in 2023, the left would seem to be truly well under way for an elitist and exclusive Partito Democratico. A designer-party – so, really not only cavier but also champagne. Unless the newly elected Secretary has serious problems with mathematical competence, especially with regressive numerical series.
Conchita De Gregorio who, as usual, understood everything about how these things go, commented (on March 5) that the Right, after the victory of Elly Schlein, looks trembling at the magnificent and progressive fortunes of the Italian Left. Power of exclusive designer clothes. For reasons that only De Gregorio fails even to suspect, Meloni is still libating copiously to Jupiter Feretrius on the Campidoglio Hill.
But let’s go back to the caviar&champagne radical chic-ism of the Left. For once, let’s skip the caricatural figures that populate also this political, for trying to get an idea of what is behind it. Since that only specific ideas generate specific political caricatures, because the opposite is highly unlikely (that political caricatures generate ideas of any kind), we will omit the communist Fausto Bertinotti and his cashmere sweaters and the post-communist Massimo D’Alema and his offshore sailing ships, for some annotations on ideas capable to generate political caricatures.
Let’s take the strongest point of the new Secretary: the elimination of inequalities.
It means, translated into current language, a more equitable distribution of wealth.
Translating into even more current language, it would mean taking away from those who have to give to those who don’t have.
Translating into the language of the volunteer cooks at the feasts of the Communist Party, it means that private property is theft.
Now, let’s go from the idea to the political program, which would be the answer to the question: how to better distribute wealth?
The Left, the real one, the Left of political battles, the Left-Left in short, floods the talk-shows with its recipes, but since the time of Palmiro Togliatti the Left has never supposed that how to create the wealth to be distributed was a problem.
Actually, before Togliatti, when the Left-think undertook to solve it, kolkhozes, state industry and the Five-Year Plans had been born. How much wealth they distributed in the endless queues in front of empty shops, in the most radiant capitals of real and egalitarian socialism, is history.
Overwhelmed by an uncontrollable attack of common sense, Stefano Bonaccini the looser, commenting on the first programmatic point of his winning opponent, quotes Romano Prodi, who recalled that “to redistribute wealth, there must always be someone who creates wealth, one must also think of how to make wealth”.
An incomprehensible question for Roberto Speranza and Nicola Fratojanni, since the wealth of a Nation grows on trees. The possibility that wealth could come from market competition, from the effort for technological innovation, from continuous investments, is only the sinister tale of wild liberalism.
So, better not to disturb Elly Schlein and Concita De Gregorio’s happy days. It could lead them to be indignant and arrange the umpteenth anti-fascist or anti-homophobic show.
This is the caviar&champagne Left. There is no other Left. Because when Left tries to be less radical-chic, people like Matteo Renzi arrive and people like Pier Luigi Bersanis leave.
13. Il bigino di Forrest Gump – The cliff notes of Forrest Gump
Chiara Valerio (La Repubblica, Il dovere di sostenere la scuola antifascista, 24 febbraio 2023), offre orgogliosamente il suo contributo all’antifascismo cosmico, commentando l’evitabile lettera del Ministro Valditara alla preside Annalisa Savino. Il fatto è noto e in sé sarebbe stato subito dimenticato se il Ministro non ci avesse messo del suo.
Come spesso succede, è poco interessante quel che succede. E’ molto più interessante invece quello che se ne dice. Decisamente lo è l’articolo. Non perché aggiunga qualcosa di nuovo al Bignami delle rifritture dell’antifascismo militante, ma perché rappresenta un caso esemplare di populismo di sinistra, esemplare perché scoperto e di un candore d’altri tempi e quindi un po’ imprudente.
Leggiamo, “Il fascismo è un metodo. Il fascismo, che abbiamo processato solo sommariamente, è una attitudine mentale. Schernire è fascista. Minacciare è fascista. Confondere l’insegnamento o appiattirlo sull’indottrinamento è fascista. Come avrebbe detto Forrest Gump “Fascista è chi il fascista fa”, anche quando dice di essere altro”.
Giusto un paio di annotazioni. L’autrice, classe 1978, è troppo giovane per aver partecipato alle lezioni di antifascismo, restistenzialismo, collettivismo, assemblearismo, proletarismo, falcemartellismo, maoismo, castrismo, stalinismo, terzomondismo, sindacalismo, ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. che, nei favolosi Anni Settanta del Novecento, venivano impartite nelle scuole di ogni ordine e grado da una rete diffusa di docenti organici. Non era indottrinamento, era educazione delle masse. Tra uno sciopero e l’altro, tra un’autogestione e l’altra. Quotidianamente, sistematicamente, instancabilmente, con Bella Ciao a fare da colonna sonora.
Sono sopravvissuto a quel trattamento di lobotomia culturale solo perché figlio del Lumpenproletariat del grado più basso della scala sociale metalmeccanica. E da sopravvissuto, posso testimoniare che il fascismo è stato processato minuziosamente, puntigliosamente, accuratamente, dettagliatamente. In modo asfissiante e opprimente.
Confondere l’insegnamento o appiattirlo sull’indottrinamento è fascista. Certifico senza esitazioni. Il fascismo è metodo. Senza ombra di dubbio.
Ed è anche abitudine mentale. Anche qui posso fare appello all’esperienza personale. Negli anni in cui l’algebra doveva essere al servizio della lotta di classe, ricordo i picchetti all’entrata di scuole e fabbriche sotto gli sguardi inquisitori dei Gurardiani della Rivoluzione Imminente inviati ad allineare il gregge proletario. E ricordo la derisione dei dissenzienti, specie nei rituali collettivi delle assemblee a partecipazione obbligata. Né i picchettanti né i deridenti erano probabilmente cattivi. Erano stati tirati su così, e basta. Perchè ritenere di sapere dove deve andare il mondo e sentirsi in diritto di farcelo andare, con le buone o con le cattive, è l’abitudine mentale dell’entusiasmo politico di ogni colore.
Inesorabilmente vero quello che l’Autrice riferisce di Forrest Gump: non è quello che dici a qualificare quello che fai, ma è quello che fai a qualificare quello che dici. Il colore politico è irrilevante.
E veniamo al populismo.
Non si può pretendere che il militante medio, post-missino o post-comunista, compulsi minuziosamente le novantotto pagine di tabelle del bilancio dello Stato o che sia consapevole delle implicazioni giuridiche della separazione delle carriere dei magistrati. Quindi serve qualcuno che gli eviti l’incomodo, servendogli qualcosa di più immediato ed efficace. A questo serve la politica: Dio, Patria e Famiglia, per i post-missini; la proprietà privata che è furto, il merito che è colpa, il fascismo (eccolo!) perennemente in agguato, per i post-comunisti.
Putin è in guerra contro l’Ucraina raccontando ai suoi che sta difendendo la Santa Madre Russia da un nuovo attacco del Nazifascismo europeo-occidentale. E i suoi gli credono. Il che ci porta diretti alla prima delle due coordinate del populismo: le parole-chiave capaci di far scattare il riflesso condizionato – e il pezzo di Chiara Valerio è perfetto Bignami dell’antifascistismo nel grande Bignami del populismo di sinistra.
La seconda: la totale inconsapevolezza del populista di essere populista – di cui il pezzo in questione è perfetto micro-capolavoro, compunto e indignato. Ma così funziona la superiorità morale della sinistra.
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Chiara Valerio (La Repubblica, The obligation to support the anti-fascist school, 24 February 2023), proudly offers her contribution to cosmic anti-fascism, commenting on the avoidable letter from Minister Valditara to the principal Annalisa Savino. The fact is known and in itself would have been immediately forgotten if the Minister hadn’t put something of himself into this matter.
As it often happens, what happens is of little interest whereas, what is said about it is much more interesting. The article definitely is much more interesting. Not because it adds something new to the cliff notes of militant anti-fascism rehashes, but because it represents an exemplary case of left-wing populism – exemplary because it is exposed and of a whiteness from others times and therefore a bit imprudent.
Let’s read. “Fascism is a method. Fascism, which we have only summarily tried, is a mental attitude. Taunting is fascist. Threatening is fascist. Confusing teaching or flattening it on indoctrination is fascist. As Forrest Gump would have said “Fascist is who the fascist does”, even when he says he is something else”.
Just a couple of remarks. The author, born in 1978, is too young to have attended the lessons of Anti-Fascism, Restistentialism, Collectivism, Assemblyism, Proletarianism, Sickle-Hammerism, Maoism, Castroism, Stalinism, Third-Worldism, Trade-Unionism, etc. etc. etc. etc. etc. etc., which, in the fabulous 1970s, were taught in schools of all levels by a widespread network of organic teachers. It wasn’t indoctrination, it was education of the masses. Between one strike and another, between one school self-management and another. Daily, systematically, tirelessly, with Bella Ciao as the soundtrack.
I survived that treatment of cultural lobotomy only because I was a son of the Lumpenproletariat at the lowest level of the metalworking social ladder. And as a survivor, I can testify that fascism has been tried painstakingly, punctiliously, thoroughly, in extreme detail. In a suffocating and oppressive way.
Confusing teaching or flattening it on indoctrination is fascist: I can certify without hesitation. Fascism is method. Without a doubt.
And it is also a mental habit. Here, too, I can appeal to personal experience. In the years when algebra was supposed to be at the service of the class struggle, I remember the picket lines at the entrances of schools and factories under the inquisitive gazes of the guardians of revolution sent to align the proletarian flock. And I remember the derision of the dissenters, especially in the collective rituals of the forced-participation assemblies. Neither the pickets nor the mockers were probably bad. They had been bred in such a way – that was all. Believing to know where the world should go and feeling to be entitled to bring it there, by hook or by crook, is the mental habit of political enthusiasm of every color.
Inexorably true the judgement of Forrest Gump: it is not what you say that qualifies what you do, but it is what you do that qualifies what you say. The political color is irrelevant.
Finally, we arrive to populism.
The average militant, post-fascist or post-communist, cannot be expected to minutely examine the ninety-eight pages of tables of the State financial statement or to be aware of the legal implications of the separation of the careers of magistrates. So he needs someone who avoids him this inconvenience, serving him something more immediate and effective. This is what politics is for: God, Country and Family, for the post-fascists; private property as a theft, merit as fault, fascism (here it is!) always lurking, for the post-communists.
Putin is at war against Ukraine telling his people that he is defending Holy Mother Russia from a new attack by Western European Nazi-fascism. And his people seem to believe it. Which leads us directly to the first of the two coordinates of populism: the keywords capable of triggering the conditioned reflex – and Chiara Valerio’s piece is perfect small handbook of Anti-Fascistism in the great handbook of left-wing populism.
The second coordinate is the total unawareness of the populist to be a populist – of which the article above is a perfect micro-masterpiece, contrite and indignant. But this is how the moral superiority of the left-wing works.
12. Uguali a zero
Trattamento uguale per tutti i docenti, a prescindere. Dal merito, ovviamente.
E’ tornato a soffiare per un attimo un vento d’altri tempi che si credeva ormai relegato dalla storia nel lungo elenco delle catastrofi dovute all’incapacità di pensiero minimamente complesso – vento del sessantottismo più puro e duro, per il quale la proprietà privata è un furto da punire e il merito una patologia da estirpare.
Ed è tornato a soffiare nella sua patria d’elezione, la scuola, devastata dal sindacalismo e dalle logiche del pubblico impiego, le quali ne hanno modificato la finalità e il senso: non più ragazzi da formare, ma professori da sistemare.
Uguaglianza, allora.
Il problema è vecchio di due secoli e mezzo, da quando Jean Jacques Rousseau mise sul mercato letterario i suoi pruriti, le sue frustrazioni, le sue ossessioni. Incapace di pensiero complesso, trovò però una platea immensa, per il principio che il simile tende a stare con il simile.
La logica – cioè il pensiero complesso – suggerirebbe che in un contesto di diseguaglianza, trattare ugualmente i disuguali perpetua la diseguaglianza. In un contesto di diseguaglianza, l’unico modo per uguagliare sarebbe trattare disugualmente i disuguali.
Solo in un contesto di uguaglianza, trattare ugualmente conserva l’uguaglianza. Però così si mette il carro davanti ai buoi: cioè si dà per premessa la conseguenza da conquistare.
La storia ha dimostrato che la logica non è un punto di forza del sessantottismo di ogni tempo e nemmeno dei suoi più o meno consapevoli nostalgici. Altrimenti si sarebbero accorti che il fallimento inesorabile dell’egualitarismo è già scritto nella sua definizione.
Proviamo a spiegare, nella certezza di non convincere nessuno di coloro, da tempo accuratamente addestrati a evitare ogni tentazione di pensiero razionale.
Perché ci sia uguaglianza fra gli uomini, bisogna che qualcuno definisca il modello di uomo a cui attenersi. Logico.
Più il modello è definito e dettagliato, maggiore sarà l’uguaglianza. Logico.
Però più è complicato, più c’è possibilità di non andare d’accordo su quale sia il modello giusto. Logico.
Allora atteniamoci a un modello più semplificato possibile, per avere unanimità. Così torniamo a Rousseau: il buon selvaggio. Gli aborigeni australiani e gli Yanomani dell’Amazzonia sono perfetta realizzazione dell’ideale egualitario. Vuol dire: uguaglianza invece di civiltà. La quale civiltà ha un sacco di difetti e amplissimi margini di miglioramenti. Ma offre infinite prospettive. L’uguaglianza degli aborigeni e degli Yanomani invece è così da sempre. Non ha bisogno di prospettive. A ciascuno la scelta.
Fine della predica.
Tornando alla nostalgia sessantottarda di essere Yanomani senza però rinunciare a Facebook: dare lo stesso a tutti significa negare quella diversità che su altri fronti invece i nostalgici abbaiano di voler difendere e includere.
Significa spegnere l’iniziativa, lobotomizzare la creatività, impedire il miglioramento.
Significa diventare prodotti sociali fatti in serie su scala industriale.
Significa negare il principio di giustizia, che è dare a ciascuno il suo, non dare lo stesso a tutti.
12. Il sorriso di Mercoledì
Greta Thunberg portata via di peso a Lützerath dalla polizia. Lo sgombero dei manifestanti contro il previsto ampliamento della miniera di lignite, ci ha restituito un sorriso indimenticabile dell’algida pasionaria del verdismo globale.
Indimenticabile perché inquietante.
Un sorriso che non ha nulla di adolescenziale, nulla di spontaneo e di trasparente come ci si potrebbe aspettare a quell’età. E’ piuttosto un sorriso da Mercoledì Addams dopo che è riuscita a mettere il fratellino Pugsley sotto la ghigliottina. Un sorriso gelido, un sorriso calcolatore: il sorriso di chi vede i suoi piani procedere come previsto.
Che un fenomeno mediatico abbia una visione completa e dettagliata del problema di cui è diventata simbolo al punto da decidere fra il bene e il male, è scemenza buona per dare ad adolescenti di tutte le età l’occasione di non crescere.
Che un fenomeno mediatico sia perfettamente consapevole di essere fenomeno mediatico, è invece condizione necessaria per continuare a essere fenomeno mediatico.
Il tempo del covid ha offuscato la crociata ecoverdista della Fanciulla del Nord e dunque cade quantomai opportuna – cioè soppesata e calcolata – una rentrée sotto lo sguardo adorante delle telecamere fra i gridolini estatici del progressismo perennemente bisognoso di eroi. Una rentrée al sicuro nella vecchia Europa ovviamente, non nel Guandong devastato dall’industrializzazione forzata o nell’Amazzonia in via di deforestazione.
Grande rientro, dunque, sulla scena mediatica con conferma mediatica di essere ancora fenomeno mediatico.
Parigi val bene una messa, pare abbia detto un giorno Enrico IV di Borbone – riconquistare la scena val bene una rimozione forzata, sembra dire il sorriso della signorina Thunberg.
Quanto lei sia responsabile di essere fenomeno mediatico, è tutt’altra storia. Indubbio rimane che per continuare a essere fenomeno mediatico bisogna assecondare l’aria mediatica che tira, e ciò riesce meglio a calcolatori mediatici esperti perfettamente consapevoli che il mezzo è il messaggio, o a figure sottoilvestitoniente che sono le più flessibili e adattabili a qualsiasi folata.
A quale delle due categorie appartenga questa malinconicissima figura, si lascia al giudizio di ciascuno. Rimane indubbio il sorriso da Mercoledì Addams su un faccino intabarrato che, nonostante i vent’anni, di spontaneo e trasparente non riesce proprio ad avere nulla.
11. Crediti a debito
Problema.
“La macchina è ingolfata, non tiene il ritmo dello smaltimento di un magazzino di crediti non riscossi che è arrivato a 1.132 miliardi”. Inoltre: “Così il totale del magazzino è iniziato a risalire, passando in appena quattro anni da 909,5 a 1.132 miliardi” (La Repubblica, 26 Novembre 2022, La rottamazione fino a mille euro. Riscossione al collasso il condono non svuota la fabbrica delle cartelle, di Giuseppe Colombo).
Dati:
1) il PIL 2021 è stato 1.781 miliardi. Il gettito fiscale è stato di 496 miliardi. Quindi:
2) i crediti non riscossi sono il 230% del gettito fiscale annuo e il 63,5% del PIL 2021;
3) negli ultimi 4 anni il sistema impositivo ha prodotto mediamente circa 56 miliardi all’anno di crediti non riscossi.
Soluzioni.
Da destra: rottamazione delle cartelle esattoriali sotto un tot: “lo stralcio non solo non è un condono, ma è un atto conveniente perché costa più abbonare il debito che provare a riscuoterlo”.
Da sinistra: “Un’iniezione di personale è fondamentale perché L’Agenzia ha allargato il suo perimetro, soprattutto con la pandemia”.
Conclusioni:
1) La destra è arrivata in realtà a sospettare che un sistema impositivo con produzione annuale di 56 miliardi di cartelle esattoriali e con 1.132 miliardi di crediti fiscali accumulati, potrebbe essere un tantino astruso, complicato, pesante, per non dire inadeguato, contraddittorio, delirante.
2) Tuttavia per metterci mano bisognerebbe sapere almeno leggere e scrivere. E un po’ anche fare di conto. Però questo sarebbe quello che fanno i detestatissimi tecnici. I quali, normalmente, non sono terrapiattisti e non credono che il covid-19 sia stato portato sulla terra da alieni provenienti da Betelgeuse. Quindi sono un problema, non una risorsa. Meglio gli alieni di Betelgeuse.
3) Siccome le campagne elettorali si vincono promettendo soluzioni di problemi, sarebbe un suicidio politico risolvere i problemi, perché la volta dopo non si potrebbe più promettere. Con la sgradevole conseguenza che bisognerebbe cominciare a pensare.
4) La sinistra invece non sembra nemmeno essere sfiorata dal dubbio: il sistema è il robin-hood istituzionale che toglie ai ricchi per dare ai poveri. Che, con le sue logiche surreali, produca ogni anno sessanta miliardi di crediti fiscali non riscossi, oltre a contribuire significativamente ai cento miliardi annui di evasione fiscale, pare essere dettaglio del tutto secondario.
5) Perché, alla fine, quel che conta è colpire i redditi perché colpendo i redditi si colpisce il capitalismo e colpendo il capitalismo si fa sorgere il sol dell’avvenire. In fondo la proprietà privata rimane pur sempre un furto e la salvezza dal neoliberismo selvaggio è investire sul pubblico impiego. Specie per quello dell’Agenzia delle Entrate. Anche perché, di questo passo, l’ammontare del credito fiscale raggiungerà il PIL, guadagnando al Belpaese finalmente un primato mondiale.
6) Che poi il metalmeccanico di Sesto San Giovanni o il bracciante del Salento votino altrove, è un problema loro, non della sinistra.
10. Ecomostriciattoli
“Pannelli fotovoltaici e pale eoliche possono, anzi devono, convivere con il paesaggio italiano. Lo sostengono tre delle principali associazioni nazionali che si dedicano alla tutela dell’ambiente e dei beni culturali” (La svolta ambientalista: “Sì a eolico e fotovoltaico, ecco le nostre condizioni”, di Luca Fraioli, La Repubblica, 9 dicembre 2022).
La presa di posizione epocale ha squassato la galassia ecoverdista con la sua carica di dirompente genialità. Unico neo è che il Grande Balzo sia stato palesemente indotto dalla posizione ecoverdista dura e pura assunta dal Sottosegretario Vittorio Sgarbi. La cosa non poteva non sconvolgere il sonno militante dell’associazionismo di area e l’effetto è stato il risveglio della Bella Addormentata. “Prendiamo atto della realtà”, pare siano state le prime parole del presidente del WWF Italia Luciano Di Tizio dopo il risveglio. Parole senza pudore alcuno ma di sublimità mai vista nel pur ampio e articolato scemenziario ecoverdista.
Va tuttavia notato come la rivoluzione copernicana non sia stata unanime e che “spacca il fronte di chi, a cominciare da Italia Nostra, si oppone, senza se e senza ma, allo sfruttamento del sole e del vento in nome del paesaggio italiano”. Rimane campo d’indagine aperto appurare come per Italia Nostra sia possibile una transizione energetica senza sfruttamento di energia solare ed eolica. E’ verosimile tuttavia immaginare che i duri e puri dell’ecoverdismo italiota ipotizzino di rifondare l’universo perché finalmente si adatti alle loro teorie.
Se, come dicono gli psicologi, il principio di realtà è condizione obbligata per passare all’età adulta, va sicuramente apprezzato che una parte dell’ecoverdismo abbia rinunciato a giocare con le bambole. Resta da vedere cosa rimarrà dell’ecoverdismo dopo la rinuncia a giocare con le bambole.
9. Convergenze parallele
Dem e Cinquestelle – sinistra storica e sinistra per caso – all’assalto della decisione delle destre di abolire il Reddito di Cittadinanza. Terreno di scontro non il disastro dei conti e la recessione incombente, ma un duplice, inoppugnabile, opposto argomento.
A destra si dice che il RdC è incentivo alla disoccupazione.
A sinistra si dice che il RdC è argine alla povertà.
Il problema è proprio l’innegabile verità dell’una e dell’altra tesi: ecco perché a destra non si nega che il RdC possa essere argine alla povertà e a sinistra non si nega che il RdC possa essere incentivo alla disoccupazione. Non avanzando nessuna delle parti argomenti diretti contro la tesi opposta, ognuna si limita ribadire la propria verità. Che in effetti è inoppugnabile.
Se entrambe le affermazioni sono vere, non resterebbe che concludere che arginare la povertà è inevitabilmente anche incentivo alla disoccupazione e che incentivare la disoccupazione è però lanche argine alla povertà.
Vuol dire che disoccupazione e povertà sono grandezze inversamente proporzionali: disoccupazione in cambio di lotta alla povertà e lotta alla povertà in cambio di disoccupazione.
É una questione di logica, non di politica.
Il meccanismo apparentemente perverso è perfettamente coerente con la prospettiva della Sinistra storica (nella quale includeremo planetoidi, asteroidi e meteoriti politici in cui si è negli anni frantumata) per cui lo Stato deve fare da camera di compensazione del dilettantismo della politica che vuole pianificare la storia. Soprattutto consente alla Sinistra di mantenere integro l’irrinunciabile risentimento verso l’impresa, che si radica nella nostalgia primordiale della proprietà comune dei mezzi di produzione.
Intervenire a valle con il RdC evita dunque di dover intervenire a monte con sgradevolissimi provvedimenti a favore dell’impresa. Meglio sussidiare chi non trova lavoro che rischiare di promuovere chi lo potrebbe offrire.
Questo per la Sinistra storica.
Discorso diverso perla Sinistra occasionale del cinquestellismo. Il quale ha idee molto vaghe – per la precisione: nessuna – su cosa sia un’impresa e la sua funzione, ma in compenso ha sempre avuto richieste assistenziali molto dettagliate da sottoporre allo Stato. Prospettiva assolutamente in linea con la sensibilità politica di un elettorato culturalmente e storicamente costruitosi sull’istituto della clientela, e dunque totalmente incapace di immaginare che per distribuire ricchezza, è necessario prima produrla.
Dal lato della Sinistra storica, la convergenza dimostra che non serve avere le medesime ragioni per essere d’accordo. Dal lato del cinquestellismo la convergenza dimostra che, per essere d’accordo, non serve affatto avere ragioni. Da tutti e due i lati, invece, meglio lo Stato che l’impresa.
Bisogna riconoscere, per completezza di informazione, che da nessuno dei due lati si ha l’inverecondia di proclamare che coi sussidi si crea occupazione. Del resto, creare occupazione significa per gli uni sostenere la prospettiva capitalistica e per gli altri minare la logica clientelare.
Così non è la geometria, ma è la storia che confuta definitivamente il Quinto Postulato di Euclide. E le parallele, dopo ventitré secoli, hanno finalmente potuto convergere.
8. Demeriti nel merito
Riassumiamo traducendo dal sinistrese l’articolo sulla bufalinità del merito secondo Michela Marzano (La Repubblica, 4 novembre 2022).
Il merito è un mito. Anzi no, una bufala.
Primo perché è di difficile definizione.
Vediamo. Agostino diceva a suo tempo che se nessuno gli chiedeva cosa è il tempo, lui sapeva benissimo che cos’era. Se però qualcuno glielo avesse chiesto e lui avesse voluto definirlo, non sarebbe stato in grado di farlo. Se vale per il tempo, figuriamoci per il merito. Più un altro mezzo milione di altre cose con cui abbiamo a che fare quotidianamente e che saremmo in gravissime difficoltà a definire. Stando alla filosofa, anche il tempo sarebbe un mito. Anzi una bufala. Qualche filosofo ha fatto finta, in effetti, che non esistesse, ma dopo un po’ (di tempo), anche lui, come tutti, ha tirato le cuoia.
Secondo, perché il successo non è mai ascrivibile solo al merito.
Ci sono le circostanze: cioè c’è chi parte più favorito e chi meno. Dunque non è possibile stabilire se il successo sia da ascrivere al merito o alle circostanze. Dunque il merito è un mito. Anzi una bufala.
Sillogismo non proprio barbara – che sarebbe quello più perfetto e inattaccabile – ma che mostra con indubitabile chiarezza come i filosofi, commentando sui giornali, passino inesorabilmente dall’argomentazione all’omelia.
Per argomentare che successo e merito non sono grandezze proporzionali, non serviva l’autorità ci Goethe o di La Rochefoucauld allegata dalla filosofa a suffragio della tesi.
Che siano grandezze inversamente proporzionali, non basta a dimostrarlo il nepotismo di docenti universitari e primari ospedalieri.
Non potendo la filosofa morale immaginare l’esistenza di un’umanità che opera costantemente in un ambiente competitivo e che l’intelletto ci è stato gentilmente offerto soprattutto per affrontare e gestire le circostanze, si ferma al rimpianto per le promesse disattese dell’égalité – cioè unicuique idem rendere, rendere a ciascuno non il suo, ma a tutti la stessa cosa.
Povera filosofia morale.
Così, invece di chiedersi se non sia l’égalité a essere mito e bufala, dato che ci siamo evoluti proprio nella lotta quotidiana per gestire le circostanze, invita a ritornare all’Ottantanove parigino, del quale la sua memoria ricorda solo un terzo – l’égalité, appunto.
Riscoprire l’uguaglianza, dunque.
Per farla breve: siccome il merito alla fine non conta – è mito e bufala – e i nostri giorni sono decisi dalle circostanze, dimentichiamo il merito e uniformiamo le circostanze. Non solo quelle che configurano le condizioni di partenza, ma anche quelle che disegnano ogni singola tappa del nostro percorso. Circostanze iniziali e circostanze d’esercizio.
Se tutti possono contare sempre sulle medesime circostanze, il merito diventa irrilevante.
Così realizzeremo il sogno finale all’Ottantanove parigino, cioè dell’uguaglianza: diventare intercambiabili. Cioè non solo l’uno vale uno, ma addirittura l’uno vale l’altro. Così, a parità costante di circostanze iniziali e di circostanze d’esercizio, saremo finalmente è veramente uguali.
Come un pupazzetto di plastica stampato in milioni di pezzi, che non soffre quando il suo merito non viene riconosciuto.
7. Poveri ma uguali
Mentre, a destra, chi ha vinto le elezioni deve fare i conti con l’iperattivismo di un alleato perdente e con le incontinenze senili di un alleato non-vincente, a sinistra è il momento delle Grandi Domande.
Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?
Domande che a destra non sfiorano nemmeno l’intelletto più raffinato – bisognerebbe in effetti sapere almeno leggere e scrivere, oltre che a saper fare di conto (elettorale) – ma che a sinistra si pone anche chi intelletto non ha affatto.
Le risposte che l’intelligentsija organica sta dando sull’agorà virtuale messa a disposizione dal quotidiano La Repubblica, sono come al solito penetranti nell’analisi di ciò che non ha funzionato e desolantemente fuori tempo e fuori luogo nell’indicare possibili vie d’uscita.
Ne segnaliamo una fra le tante per aiutare il dibattito.
Mentre Ricolfi si affanna vanamente a suggerire che è l’antifascismo e l’egualitarismo sono campane crepe (si dice così qui in paese) che mascherano l’inesorabile nulla sottostante, i capicorrente più occhiuti stanno spingendo affinché si riprenda il dialogo con Giuseppi Conte, interrotto a suo tempo per il mancato appoggio al Governo Draghi.
Il dialogo coi cinquestelle è indubbiamente un obbligo cui si arriva per esclusione di tutti gli altri, ma c’è anche dell’altro. Proviamo a chiarire. Giuseppi, sull’onda borbonico-meridionalistica per la quale il mantenimento del cittadino è dovere dello Stato ed è diritto del cittadino saccheggiare lo Stato nel caso che lo Stato sia inadempiente (ma anche a prescindere), ha inopinatamente riscoperto il tema della povertà – onore al merito. Così, con l’avvicinarsi dell’inverno delle bollette, mentre Letta giocava all’antifascista, Giuseppi si è riciclato come baluardo a difesa dei poveri invocando le virtù magiche del reddito di cittadinanza. Il quale, fra gli altri meriti, ha quello di incoraggiare a disoccuparsi, in modo da agevolare lo Stato nell’adempimento del suo dovere prioritario, cioè mantenere il cittadino. Insomma, la disoccupazione come virtù civica.
Così, in nome del venerabile e inossidabile istituto della clientela già previsto dal diritto romano, Giuseppi ha acquistato voti in prevalenza nel Regno delle Due Sicilie nella logica della compravendita rigorosamente statuita dall’antichissima istituzione.
Ora: che succede alla sinistra se perde i poveri?
In fondo non succede nulla: a guardare alle cose (e non a ciò che ne dice l’intelligentsija organica), se il povero è convinto della possibilità di potersi riscattare da sé, non guarda certo a sinistra. Se aspetta il riscatto da altri – padrino locale o Stato che sia – c’è chi opera in questa direzione con ben maggiore efficienza che il PD (o qualsiasi altra reincarnazione della sinistra).
Il che pone inesorabilmente la questione se la sinistra abbia mai davvero avuto a che fare con la questione della povertà. E pone anche, inesorabilmente, la risposta: in fondo no. Perché alla sinistra è sempre interessata l’uguaglianza e non la povertà.
La ragione è quasi banale: combattere le diseguaglianze è infinitamente più facile – ed economico – che non combattere le povertà in base al principio secondo cui, per rendere uguali tutti, basta togliere tutto a ciascuno.
Non è difficile dimostrare che una società di eguali sarà sempre una società di poveri. Ed è per questo che a sinistra ci si è dati da fare, a partire almeno da Gramsci, per sostenere esattamente il contrario, cioè per accreditare l’idea che combattere la povertà significa combattere le diseguaglianze. Basta leggere qualsiasi giornale per notare l’indebita identificazione.
Quindi combattiamo le diseguaglianze.
E la povertà? Per quella c’è sempre l’istituto arcaico della clientela, modernamente ridenominato come politiche assistenziali e minuziosamente edificato come assistenzialismo di Stato da generazioni di giuseppismo più o meno sfrontato e acefalo.
6. SOTTO IL VESTITO NIENTE
“Se gli italiani hanno votato per Giorgia Meloni non significa che essi desiderino il ritorno del fascismo, ma, al contrario, che non lo considerano affatto possibile. Ne consegue che il grande collante dell’antifascismo non è più sufficiente a definire l’identità politica e culturale della sinistra” (Massimo Recalcati, La sinistra e le parole da ritrovare, La Repubblica, 30 settembre 2022).
Alla fine qualcuno l’ha detto. E l’ha detto da sinistra. E l’ha detto all’inizio dell’ennesima rifondazione del PD dopo l’ennesimo disastro elettorale. Tradotto dall’alto elfico nella lingua corrente della Terra di Mezzo, significa che gli italiani hanno votato a destra non perché nostalgici della Buonanima, ma per la ragione esattamente opposta.
Sebbene verità di evidenza abbagliante da un’era, i dem hanno costruito la loro recente campagna elettorale sulla negazione esatta di ciò che è chiaro nel resto del sistema solare. Certo, è dura per il bellaciaoismo militante ammettere che per gli italiani il fascismo sia questione superata come è questione superata il sistema tolemaico o il diritto divino dei re. Vorrebbe dire che la premessa, sulla quale dai tempi di Togliatti la sinistra ha costruito la propria figura riconoscibile e comprensibile (a sé medesima prima di tutto) non esiste più. E se non esiste più, c’è il rischio che non sia mai davvero esistita.
Possibile? Non sarebbe la prima volta che in politica si assiste alla penosa vicenda di Agilulfo: una suggestiva armatura ideologica senza nessuno dentro. Il collante, come lo chiama Recalcati, che dà compattezza all’armatura dentro cui non c’è niente, è sempre stato il dogma destra uguale fascismo. Dogma mai scritto negli annali pubblici delle Botteghe Oscure prima e poi del Nazareno, ma minuziosamente e scrupolosamente diffuso ad personam nelle sezioni locali dallo zelo degli intellettuali organici e dei politbjuro di periferia. Capillarità da una parte, e general-genericità dall’altra, che a ogni stagione ha sempre permesso un amplissimo margine di discrezionalità per reinventarsi il fascismo più utile a seconda della destra a disposizione – da Tambroni a Berlusconi a Orbán.
Fin qui il passato. Poi ti arriva il Recalcati di turno, il quale suggerisce di considerare il fascismo capitolo chiuso, chiuso come la teoria dei cinque elementi e quella dei quattro umori corporali. Forse così la sinistra può tentare di uscire dall’autismo cui l’ha condannata la fede nella propria superiorità morale. Ma una volta superato il bellaciaoismo, evaporerebbe definitivamente anche il toccante e irrinunciabile vestito sotto cui non c’è mai stato nulla. Il cupo destino del socialismo francese, che è già passato per il calvario della consapevolezza del proprio niente, è lì in agguato.
E’ alquanto probabile che il suggerimento di Recalcati non verrà aspramente contestato. Da un lato, bisognerebbe almeno saper leggere e scrivere. Dall’altro, chi sa leggere e scrivere, è probabile che lo ignori senza il minimo scrupolo, secondo una prassi gesutitica consolidatissima a sinistra. Resta che, fino ad ora, la sinistra ha avuto assoluta necessità del fascismo – cioè della destra fascistamente reinterpretata secondo bisogno. Ultima fatica ermeneutica, quella di Enrico Letta, il quale in campagna elettorale ha evocato lo spettro del presidenzialismo, omettendo di ricordare che la Francia in cui si era sdegnosamente autoesiliato, è Stato presidenzialista e in ottima salute democratica nonostante il lepenismo. Magari non se n’era nemmeno accorto. Ad ogni buon conto, dipingere il presidenzialismo come anticamera di sicure derive fascisteggianti, ha solo rafforzato l’equivoco elettorale che fonda la prassi politica del nostro Paese: cioè che gli italiani vanno a votare chi li rappresenta credendo di andare a votare chi li governa. Il presidenzialismo sarebbe semplicemente la possibilità di votare chi ci governa e non chi ci rappresenta.
Ma questo è solo l’ultimo caso di antifascismo creativo. A questo punto, anche a un infante apparirebbe chiaro che, con possibilità illimitate di reinventarlo, il fascismo non morirà mai, garantendo così all’infinito l’inesistenza militante della sinistra. Recalcati ha cercato di dare timidamente la sveglia. Difficile che ne venga qualcosa di diverso da sbadigli e depressione. E dalla millesima rifondazione della sinistra. Cioè, ancora, depressione e sbadigli. Nulla di inaspettato se, per dire qualcosa di sinistra, lo stesso Recalcati è costretto, nel suo intervento, a tradurre in sinistrese la triade Dio-Patria-Famiglia.
5. GIORGIA MELONI E L’ORNITORINCO
Dopo la mucca nel corridoio intravista da Bersani, nei corridoi della politica arriva l’ornitorinco. Il sistema autocontemplativo e autoonfalocentrico dell’intellettualità organica della gauche d’essai è andato in affanno. Motivo della tempesta che si annuncia perfetta, è Giorgia Meloni. Non per la sua forza elettorale (la gauche d’essai è abituata alla testimonianza autarchica e in fondo governare è una seccatura per chi passa la sua vita a denunciare e indignarsi) ma perché Giorgia Meloni è quel che è: una donna che è anche leader di quella destra machista, sciovinista e ginofoba, e dunque oppressiva compressiva e repressiva del femminile, così indispensabile all’intellettualità della gauche d’essai per saper come tirare sera.
Non che all’autocontemplante impegnato possa calere qualcosa dell’occhichiara che mira alla premiership, ma se Giorgia Meloni esistesse davvero o se fosse davvero quello che si dice, la Weltanschauung della gauche d’essai potrebbe uscirne radicalmente compromessa. Di qui la mobilitazione della Sorellanza del quotidiano La Repubblica (Marzano, Aspesi, De Gregorio, ecc.) per cercare disperatamente di normalizzare l’ornitorinco.
Dunque, l’ornitorinco. In un memorabile saggio, Umberto Eco chiamò in causa addirittura Immanuel Kant per spiegare il conflitto inevitabile tra i paradigmi acquisiti e il nuovo che avanza. L’ornitorinco, appena scoperto in Australia nel Settecento, sembrava la negazione di ogni paradigma zoologico acquisito: oviparo e mammifero, pelliccia e piedi palmati, becco da uccello e coda a spatola. Insomma, un concentrato di contraddizioni anatomiche che aveva l’impudenza di esistere senza chiedere il permesso e pertanto, che esistesse davvero questo uccello quadrupede, nuotatore peloso, che allatta i piccoli dopo aver fatto le uova, era un problema drammatico.
Questo nel Settecento. L’esistenza di Giorgia Meloni, per la gauche d’essai, è l’analogo politico del paradosso zoologico settecentesco.
Spieghiamo. La Weltanschuung della gauche d’essai è un’orbita ellittica che si muove attorno a due fuochi: il primo è che la destra non può che essere machista, sciovinista e ginofoba, e dunque oppressiva compressiva e repressiva del femminile. Il secondo, per conseguenza, è che il femminile non può che essere inclusivo, integrativo e unitivo, e dunque di sinistra. Logico, no?
Di qui il dramma: che diavolo ci fa una donna a capo di questa destra?
Sul dilemma sparge lacrime d’inchiostro la Sorellanza (per esempio Michela Marzano e Natalia Aspesi su La Repubblica del 2 e 3 settembre).
Ecco un modestissimo contributo per fare un po’ d’ordine.
Se la destra non può non essere quello che la gauche d’essai si tramanda di generazione in generazione da Gramsci a Saviano, e se è alquanto problematico provare che Giorgia Meloni non sia di destra, rimangono solo le tre seguenti ipotesi tenere in piedi il poderoso castello di carte gauchista:
a) Giorgia Meloni non esiste;
b) Giorgia Meloni, come ogni donna, è vittima inconsapevole della destra;
c) Giorgia Meloni ha venduto l’anima alla destra in cambio del potere.
Esaminiamo.
La prima è dura da sostenere anche di fronte alla pancia dell’elettorato che ha gioito nel vedere Letta rispolverare la bandiera rossa. Si potrebbe tuttavia tentare di sostenere che Giorgia Meloni in realtà non è Giorgia Meloni: potrebbe essere per esempio un automa come la Eva Futura di Villiers de l’Isle Adam e la Maria meccanica di Metropolis di Friz Lang o un ultracorpo come nel film di Siegel. Non impossibile ma difficile…
La terza è da escludersi a priori: in politica, la fila di chi venderebbe l’anima a qualcuno per ottenere anche meno del potere, è infinita. E non pare che Giorgia Meloni abbia avuto particolari titoli di merito per saltare la fila.
Decisamente più praticabile invece è la seconda: la destra machista-sciovinista-ginofoba, ha educato Giorgia Meloni fin da bambina a credere obbedire combattere per Dio Patria Famiglia, corrompendo l’ovvia e naturale vocazione del femminile ad essere di sinistra. E’ la soluzione decisamente più interessante per più motivi:
a) è la più a buon mercato, poche parole e perfettamente comprensibili anche a chi cuoceva salsicce ai tempi della Festa dell’Unità: non è colpa sua, poveretta…
b) è applicabile a qualche milione di donne che voteranno (verosimilmente) la destra machista-sciovinista-ginofoba: non è colpa loro, poverette…
c) è occasione imperdibile per la pratica della specialità della gauche d’essai: l’indignazione à la carte.
Giorgia Meloni non è sicuramente Miss Simpatia. Può tuttavia contare sulla solidarietà femminile (sempre trasversale) della Sorellanza dell’altro versante della politica, la quale, commentando e ammonendo, rampognando e denunciando, sta rimediando alacremente al di lei difetto.
La destra machista-sciovinista-ginofoba ringrazia. Sottovoce per evitare alla Sorellanza possibili brutti risvegli.
I SIGNORI DEGLI ANELLINI – Un racconto ritrovato per caso (ma forse no)
(…)
Fu alcuni giorni prima di mezzestate che Mordor aprì una breccia nella compatta alleanza dei Regni dell’Eriador.
Era l’anno trentatreesimo della Seconda Era Repubblicana, quando tre emissari di Sauron, l’Oscuro Signore, spezzarono il fronte di resistenza all’invasione da Est.
A mezz’inverno la Torre Nera aveva invaso con le sue schiere di orchi l’orgoglioso reame di Rohan, costringendo così tutto l’Eriador a fare causa comune mentre gli indomabili rohirrim del Mark resistevano ostinatamente al dilagare delle nere orde di Gorgoroth.
Accadde Nella Contea, la terra degli hobbit, i mezzuomini, l’alleato più instabile dell’Eriador.
Qui l’Oscuro Signore aveva guadagnato alla sua causa i tre esponenti che vi avevano maggior seguito.
Il primo era stato Bungo Sackville, che accumulò immensa fortuna intravedendo anzitempo dove avrebbe condotto l’uso smodato della magia dei piccoli palantir, i Cristalli Parlanti, che i mezzuomini ormai avevano in ogni casa. Quando prese a interessarsi delle cose della Contea, scelse per sé e le sue schiere il nome di Forzacontea.
La cosa non sfuggì all’Oscuro che muoveva i suoi primi passi alla conquista di Mordor dopo la caduta di Morgoth alla fine della Guerra dell’Ira. Fu allora che Sauron, guardando alla magia dei piccoli palantir, ebbe l’idea del Grande Occhio che non dorme mai per dominare la Terra di Mezzo. E cominciò a intrattenere rapporti sempre più stretti con Bungo.
Tobaldo Soffiatromba fu il secondo. Veniva dal Decumano Nord e aveva l’anima del tribuno. Riuscì nell’impossibile sfida di trovare ampio consenso anche nel Decumano Sud, nonostante avesse sempre sostenuto le ragioni dell’indipendenza del Decumano Nord. L’impresa riuscì perché seppe indicare ai mezzuomini del Decumano Sud qualcosa e qualcuno ancora più a sud con cui prendersela. Si presentò ai mezzuomini con il nome di Lega Nordecumana per sé e i suoi.
L’Oscuro Signore ebbe facile gioco a portarlo dalla sua parte, offrendo oro (poco) e promesse di future fortune (innumerevoli).
Il terzo era Marmadoc Brandibuck. Gli storici di Gondor dubitano che questo mezzuomo abbia mai avuto esistenza reale, argomentando la loro tesi con la totale inconsistenza, insostenibilità e inaffidabilità di ogni cosa che diceva e faceva. Si trovò ad essere a capo delle schiere esagitate che Lotho Sackville-Baggins, istrione e imbonitore del Decumano Ovest, aveva radunato numerosissime promettendo potere al popolo, come fanno tutti quelli che poi lo tiranneggeranno. Diede ai suoi seguaci il nome Cinquemestoli, riprendendo la forma adottata a Brea per giudicare la qualità delle taverne – da uno a cinque mestoli, appunto. Per significare che loro erano quanto di meglio ci fosse nella Contea.
Neppure questo sfuggì al Grande Occhio che dalla cima della Torre Nera di Minas Morgul osserva incessantemente i Regni dell’Eriador. Poichè gli adepti di Lotho comunicavano solo per tramite del potente palantir di Osgiliath, uno dei sette Grandi Palantir della Terra di Mezzo, l’Oscuro non ebbe difficoltà a insinuarsi fra i Cinquemestoli usando il potere del Grande Palantir di Barad-Dur corrompendo quello di Osgiliath.
Dunque fu poco prima di mezzestate che Sauron, usando il suo Grande Palantir, convocò segretamente i Tre per vincolarli al patto degli Anelli del Potere. All’inizio aveva pensato di offrirne uno a ciascuno, ma dopo aver ben ponderato, giudicò che uno in tre era più che sufficiente. Così comandò che da uno dei Nove Anelli del Potere destinati ai re degli uomini, fossero forgiati i Tre Anellini destinati ai mezzuomini.
Il piano dell’Oscuro Signore sulla Contea era semplice: spodestare Gandalf il Grigio, a cui Ferumbras Tuc, Conte della Contea rieletto alla fine del suo primo mandato settennale, aveva affidato le sorti dei quattro Decumani.
Ferumbras si era deciso per un uomo perché era stanco di mezzuomini. Sperava così di interrompere l’orgogliosa tradizione del governo degli incapaci, che nella città di Pietraforata, capitale della Contea, avevano sempre trovato accoglienza fin troppo generosa.
Marmadoc Brandibuck, Sindaco della Contea prima di Gandalf il Grigio, aveva accettato di sostenerlo, dimostrando definitivamente di non esistere. Tobaldo Soffiatromba non aveva esitato a giurare lealtà a Gandalf, dimostrando così che per governare continuativamente, l’assenza di pensiero proprio era condizione indispensabile.
Anche Bungo Baggins alla fine si era unito ai sostenitori del Grigio Pellegrino. Chissà, forse meditava di guadagnarlo al suo mondo dei piccoli palantir per rendere più efficace la promozione di pitali di lusso e saponi per il bucato fabbricati dai suoi clienti.
Ma i tre non erano i soli a sostenere Gandalf.
C’era anche Isemboldo Tuc, chiamato anni prima a mettere fine ai litigi interminabili fra gli eredi del Drago Rosso e della Balena Bianca che nella Prima Era Repubblicana si erano aspramente combattuti. Avevano finito per fare fronte comune all’arrivo della Seconda Era Repubblicana, che stava inghiottendo inesorabilmente la Prima. Si era discusso interminabilmente fra di loro per stabilire se la fusione dovesse dare vita a un Drago Bianco o a una Balena Rossa. Finirono per formare un dragobalena, una mostruosità a
strisce bianche e rosse con due teste, un’ala di pipistrello e una pinna di tonno. Dopo aspre contese concordarono che il loro nome sarebbe stato un deprimente Sodalizio per la Signoria delle Plebi – più in breve i Plebosignorili.
Fuori dall’alleanza, eppure con seguito crescente, Lobelia Serracinta, borgatara di Pietraforata, intanto osservava e attendeva.
Era a capo dei nostalgici di Fortimbras Tuc, Conte della Contea che giusto cento anni prima aveva marciato su Pietraforata prendendo possesso della Contea con le sue Camicie Lilla. La vicenda della Marcia su Pietarforata segnò l’inizio di un ventennio di dominio con il pugno di ferro, fino a che la Guerra dei Cinque Eserciti pose fine alla tirannia di Fortimbras. Dopo la guerra, quegli anni divennero memoria esecranda e fu stabilito che nessuno potesse più celebrare o fare propria qualsiasi cosa di quell’oscuro periodo. Ma la
memoria del ventennio perdurò. E i nostalgici osarono sempre di più. Così, quando Lobelia, nostalgica anch’ella, conquistò la guida dei suoi, cercò e trovò consenso anche fuori dalla ristretta dei seguaci di Fortimbras, riscuotendo approvazione in tutte le plaghe dei Decumani della Contea dove ordine, disciplina, appartenenza di sangue e legame alla terra contavano ancora. Così, aveva dato un nuovo nome a sé e ai suoi: i Fratelli della Contea, Tuttavia, per ragioni ancora non chiare, aveva sempre resistito alla seduzione di Sauron, nonostante molta parte dei suoi guardasse a Mordor con favore. Così, anche se naturale alleata di Bungo Baggins e Tobaldo Soffiatromba, si era opposta a che Gandalf il Grigio diventasse Sindaco della Contea. Accadde dunque che Forzacontea si ritrovò insieme ai Cinquemestoli che prima aveva rigettato come alleati, mentre la Lega Nordecumana dovette rassegnarsi a convivere con i detestati Plebosignorili. Su questa labile alleanza si fondò dunque il governo di Gandalf.
Tutti costoro giurarono infine lealtà al Grigio Pellegrino, che per lunghi anni aveva difeso il castar, la moneta corrente – e con esso tutto l’Eriador – dalle conseguenze della crisi gravissima che aveva messo a dura prova l’Unione dei Regni a ovest di Mordor dopo l’anno diciannovesimo della Seconda Era Repubblicana.
Per un anno e mezzo durò la navigazione a vista di Gandalf fino a quando, poco prima di mezz’estate, Marmadoc dei Cinquemestoli si alzò con i suoi e abbandonò l’aula ove sedevano i rappresentanti dei mezzuomini, per non assecondare i propositi del Grigio Pellegrino. Sdegnato, Gandalf allora salì al Colle del Conte per rinunciare all’incarico e quando il Conte gli chiese di ritornare in aula per richiedere a tutti un nuovo giuramento di lealtà, Bungo dei Forzacontea e Tobaldo della Lega Nordecumana posero come
condizione l’esclusione dei Cinquemestoli dal patto.
Così, cadde tutto. Gandalf se ne andò disgustato e i tre, Bungo, Tobaldo e Marmadoc, si ritrovarono a brindare con l’Oscuro Signore per la caduta del Grigio Pellegrino, l’ultima difesa dei mezzuomini dalle brame di Mordor…
(Continua. Forse…)
CRASI DI IDENTITA’
Mi sento in dovere di segnalare il dibattito sull’identità di genere (cioè sul come stabilire se si è maschio o se si è femmina) apparso a puntate nel mese di giugno sul quotidiano La Repubblica. Non proprio una priorità con una guerra sulla porta di casa e una crisi economica globale a cui sopravvivere, ma il surrealismo e la nientologia non conoscono barriere.
Mi limito a qualche nota sul contributo che ha innescato il dibattito – quello della filosofa morale Michela Marzano, riferimento imprescindibile del politicamentecorrettismo militante – il 6 giugno scorso, perché è quello che ha tracciato il solco.
Cito: “non è più possibile trincerarsi dietro l’idea secondo la quale alla base delle molteplici differenze che attraversano l’umanità ci sarebbe sempre e solo la differenza sessuale: quella differenza iscritta nel corpo”.
Sorprendente. Abbiamo passato secoli a demolire le ragioni dell’anima per costruire quelle del corpo, perché il corpo era innegabile e incontrovertibile mentre l’anima no. Adesso, una Nèmesi impietosa spinge a demolire le ragioni del corpo per costruire quelle del genere, Perché? Perché il corpo è troppo innegabile e troppo incontrovertibile. Inquietante.
Ma andiamo avanti. Se il corpo non basta più a decidere, quale è il criterio per stabilire se si è maschi o femmine? Cito ancora: “l’identità di genere è la percezione precoce, profonda e duratura di sé come uomo o donna”. Detto altrimenti: io sono maschio se mi sento profondamente e durevolmente maschio, sono femmina se mi sento profondamente e durevolmente femmina. Ovvero: ciò che siamo dipende da ciò che sentiamo di essere. O anche ciò che sentiamo di essere coincide con ciò che siamo effettivamente. Ciò
significa che se Adolf Hitler si sentiva profondamente e durevolmente il messia della razza ariana, allora, lui era effettivamente il messia della razza ariana. Come chi si sente profondamente e durevolmente Napoleone, è effettivamente Napoleone. E chi si sentisse profondamente e durevolmente il gatto con gli stivali o il gabbiano Johnatan Livingstone, sarebbe effettivamente il gatto con gli stivali o il gabbiano Johnatan Livingstone.
Con tutto ciò, rimane da capire come sarà possibile sentirsi profondamente e durevolmente qualcosa, dopo aver cancellato (filosoficamente e politicallycorrettamente) il corpo e l’anima: in effetti, dopo il Cogito ergo sum di Cartesio e l’Io di Fichte che si autorelaizza all’infinito, il “chettesenti a fra’?” non pare gran che come fondamento di un nuovo umanesimo.
Lontanissima dal porsi il problema, la filosofa chiude imperterrita con un appello alle coscienze della sinistra. Cito ancora: “forse, è giunto il momento che la sinistra faccia un esame di coscienza”, perché “la complessità della realtà e le contraddizioni dell’esistenza necessitavano una lettura non semplicistica dell’identità di genere”.
Per avere conferma di quanto sia improbabile che a sinistra si facciano letture semplicistiche di cose complicate, basta ricordare quante volte la sinistra abbia fatto letture complicate di cose semplicissime – un esempio potrebbero essere le abissali differenze che separano LEU da Articolo Primo.
Non resta che ricordare, se mai la sinistra dovesse fare l’auspicato esame di coscienza, anche il dolore dei peccati e il proponimento di non commetterne mai più, come insegnava il vecchio catechismo.
CORTOCIRCUITO
Segnalo un caso da manuale nella storia della circonvenzione di incapace – nella fattispecie, il lettore del quotidiano La Repubblica.
Antefatto: all’inizio di giugno, una trentina di magrebini aggrediscono cinque ragazze italiane sul treno che tornava da Gardaland.
Michela Marzano, laicissima filosofa morale di riferimento della sinistra inclusivista e arcobalenista, commenta la vicenda su La Repubblica del 6 giugno. Nel pezzo, confezionato con la solennità di una nuova Lettera ai Corinzi, dice sostanzialmente tre cose: primo, l’azione dei magrebini è da condannare; secondo, bisogna però distinguere peccato e peccatore; terzo, l’accusa della destra, cioè che la sinistra ha avuto scarsa attenzione al fattaccio perché paladina degli immigrati, è falsa.
La prima cosa è ovvia, la seconda è cristianissima, per la terza, bastava elencare quando e dove la sinistra si sarebbe pronunciata sul caso per rispondere all’accusa. Invece la filosofa elenca le ragioni per cui la sinistra è tenuta a farlo. A tutt’oggi, rimane ancora dubbio se la sinistra l’abbia fatto o no.
Fin qui, nihil sub sole novum.
Ma nei tre giorni successivi, sul medesimo giornale, compaiono nell’ordine: 1) un pezzo a firma di Karima Moual che cita lacrimevoli casi di mancata integrazione di immigrati (7 giugno); 2) una inchiesta a firma di Brunella Giovara che allarga la platea dei casi lacrimevoli (8 giugno); 3) un commento di Conchita De Gregorio che considera lacrimevole di default la condizione dell’immigrato evocando la banlieue parigina (9 giugno). Conclusione: non è chiaro se la sinistra sia stata tiepida nella condanna ma è certo che è stata caldissima nelle attenuanti generiche.
Tutto qui? No. La questione vera sta altrove.
Perché quello che è successo dalle parti di Peschiera pone un problema ideologico-politico potenzialmente deflagrante. Provo a spiegare. Difesa della donna e accoglienza dell’immigrato sono due cause egualmente sante per l’inclusivismo arcobalenista. Tuttavia, a Peschiera, è successo che la santa causa degli umiliati e offesi dall’imperialismo occidentale e capitalista, si è trovata a voler saltare addosso alla causa delle umiliate e offese dal maschilismo occidentale e capitalista: ora, non dovrebbero gli umiliati e offesi di tutto il mondo unirsi e fare causa comune contro i medesimi nemici di classe invece di aggredirsi fra loro? E come possono due cause essere ugualmente sante se si è costretti a scegliere l’una o l’altra?
Per evitare turbe ideologiche che potrebbero risvegliare il senso critico, urge allora intervenire e ristabilire la verità: il fattaccio in fondo non sussiste. Quello che è successo è solo una dinamica sovrastrutturale originata da cause strutturali. Colpevole non è il branco perché la causa strutturale (e dunque la vera colpa) è ancora e sempre il sistema, Perché il sistema non accoglie, non integra, non equalizza. Perché il sistema è capitalista, imperialista e maschilista. Per di più, bianco, adulto ed etero. Quindi se un peccatore c’è, quello è il sistema.
Non il branco, che è solo una dinamica sovrastrutturale. Così le due sante cause, una delle quali è saltata addosso all’altra, tornano in sintonia: tutti vittime del sistema. I militanti dell’inclusivismo arcobalenista possono tornare a sonnecchiare.
Fino a quando un giorno potrebbe succedere che a Lampedusa si raduni una folla di donne per protestare contro altri sbarchi di immigrati.
CALENDIMAGGIO
L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Salvo errori e omissioni, la Costituzione menziona il termine lavoro in tredici articoli. In tre non dice nulla sul lavoro. Negli altri nove (escludendo il primo) entra nel merito: riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro (art. 4); ne promuove la tutela e la formazione professionale (art. 35); impone l’equa retribuzione, la durata della giornata lavorativa, il riposo settimanale e le ferie retribuite (art. 36); afferma la parità di genere di fronte al lavoro e attenzioni specifiche per maternità
e minori (art. 37); stabilisce l’assistenza in caso di impossibilità o impedimenti non sormontabili (art. 38); riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende (art. 46); tutela il posto di lavoro in caso di chiamata a funzioni pubbliche o per il servizio di leva (Artt. 51 e 52); sancisce il diritto di esercitare il lavoro in qualunque parte del territorio nazionale (art. 120).
Anche un ipodotato coglie immediatamente che i Padri Costituenti con il termine lavoro intendevano l’attività alle dipendenze e si cercherebbe invano nella Carta un cenno al fatto che anche l’attività non alle dipendenze, cioè in proprio, sia lavoro. Si proclama la libertà di iniziativa (art. 41), ma non la si definisce lavoro. Il lavoro, per il quale la Costituzione è così sollecita, è quello di chi è alle dipendenze.
Che è poi la tesi fondamentale del Capitale: il lavoro vero, il Lavoro con la elle maiuscola, è quello del proletariato operaio sfruttato e delle masse contadine oppresse – le funzioni impiegatizie sono un incidente di percorso. Ed è in questo spirito che la Costituzione della defunta Unione Sovietica e quella della Repubblica Popolare Cinese, dopo che le rispettive rivoluzioni avevano finalmente dato al popolo ciò che si meritava, nel primo articolo indicarono come fondamento dei rispettivi Stati proprio gli operai e i contadini – a onor del vero il Capitale ignora i contadini perché per Marx il destino della Storia è affidato al Proletariato, il quale per definizione è industriale e cittadino. Tuttavia, nell’urgenza rivoluzionaria, quelli che si erano dati l’incarico di dare al popolo ciò che si meritava – compreso il nostro Gramsci – fecero buone anche le masse rurali.
Dunque, l’attività di imprenditori, artigiani, commercianti, agricoltori, l’attività del vastissimo mondo delle libere professioni – cioè l’attività di chi ha deciso di rischiare in proprio, di rinunciare alle ferie, alle tutele, alla giornata lavorativa fissa, alla certezza della retribuzione – non pare essere il Lavoro a fondamento della Repubblica.
Il che spiega compiutamente perché il Primo Maggio sia diventato fin dall’inizio appannaggio esclusivo della tradizione sindacale e quindi occasione di lotta per ribadire che la proprietà privata è furto.
Ultimamente si è affermato anche come commossa liturgia musicale, per invocare finalmente la proprietà collettiva dei mezzi di produzione – come è noto, chi canta prega due volte.
Non spiega tuttavia perché, per lunghissimi anni, i telegiornali nazionali abbiano mostrato senza essere annegati dal ridicolo e anzi con compiaciuto voyeurismo, le infinite parate del Primo Maggio moscovita nella Piazza Rossa del bel tempo che fu – carri armati, batterie missilistiche, reparti di cielo di terra e di mare. Per di più dando rispettosamente la parola a quella politica che, con chiarezza a me negata, riusciva a vedere la relazione fra Festa del Lavoro e carri armati T-Sessantaquattro da 115 millimetri.
Relazione a tutt’oggi per me oscura, ma forse solo per la mia
БЕЛЛА ЧАО
Ho conosciuto il Venticinque Aprile in quinta elementare. Da un maestro di aperta fede maoista, che ci fece cantare per mesi Fischia il vento e disapprovò sprezzante il libro Cuore, che mi era stato regalato da mio padre, in quanto letteratura borghese (disse proprio così).
Alle medie, fra pagine e pagine grondanti di commozione bellaciaoista dedicate alla Resistenza, scoprii poche righe seccate e forzate che ricordavano l’avanzata degli anglo-americani. E appresi chi era stato a smontare pezzo a pezzo la macchina bellica nazifascista.
Al liceo, un professore di storia e filosofia di ottusissima fede sessantottarda e di rara insipienza, ridusse il programma di filosofia e di storia dell’ultimo anno alla lettura (di gruppo) delle lettere dei condannati a morte della Resistenza. Forse nemmeno sapeva che fra il trentanove e il quarantacinque c’era stata una guerra mondiale.
Fu così che, negli anni dell’università, cominciai a sospettare che Resistenza e Liberazione non fossero sinonimi.
Dopo la laurea, partecipai per dovere patrio a parecchie manifestazioni del Venticinque Aprile: dato che nessuno degli oratori ufficiali accennò mai al ruolo degli anglo-americani dal quarantatré al quarantacinque, il sospetto divenne certezza definitiva. Certezza definitiva che la Resistenza era stata una cosa e la Liberazione un’altra; che i Resistenti (quelli che si erano opposti al nazifascismo) erano stati una cosa e che i Liberatori (quelli che avevano sconfitto il nazifascismo) erano un’altra; e che, ahimè, il Venticinque Aprile non era giorno di festa per i Liberatori, ma per i Resistenti.
Mi fu chiaro anche che, attraverso opportuni silenzi e calcolate omissioni, una capillare rete di intellettualismo organico aveva imposto la tesi che i Resistenti erano stati i Liberatori. L’equazione, infatti, in un solo colpo cancellava fatti storici ideologicamente molto imbarazzanti (l’impegno bellico degli alleati in Italia) e lasciava campo libero l’antiamericanismo (e antioccidentalismo) che la sovietizzazione della gran maggioranza dei Liberatori perseguiva convintamente. Ragioni ampiamente sufficienti (specie la seconda) a
motivare il fatto che il Venticinque Aprile, divenuto subito proprietà privata di quei Liberatori, non avrebbe mai potuto essere una festa di unità nazionale.
Caduto il Muro di Berlino nell’Ottantanove, non pare siano stati fatti grandi sforzi per de-sovietizzare il Venticinque Aprile. La vicenda del presidente dell’ANPI in queste settimane di guerra in Ucraina, mostra la forza incredibile del riflesso condizionato imposto a suo tempo dai Resistenti riguardo a tutto ciò che viene da Mosca (da Togliatti a Putin). E mostra l’anacronistico pleonasmo di un’associazione fondata – per essere buoni – su opportuni silenzi e calcolate omissioni, la quale ormai, a causa di uno storico gesuitismo da Lettres Provinciales, ha ampiamente sfondato il muro del ridicolo.
(25 aprile 2022)