6. SOTTO IL VESTITO NIENTE
“Se gli italiani hanno votato per Giorgia Meloni non significa che essi desiderino il ritorno del fascismo, ma, al contrario, che non lo considerano affatto possibile. Ne consegue che il grande collante dell’antifascismo non è più sufficiente a definire l’identità politica e culturale della sinistra” (Massimo Recalcati, La sinistra e le parole da ritrovare, La Repubblica, 30 settembre 2022).
Alla fine qualcuno l’ha detto. E l’ha detto da sinistra. E l’ha detto all’inizio dell’ennesima rifondazione del PD dopo l’ennesimo disastro elettorale. Tradotto dall’alto elfico nella lingua corrente della Terra di Mezzo, significa che gli italiani hanno votato a destra non perché nostalgici della Buonanima, ma per la ragione esattamente opposta.
Sebbene verità di evidenza abbagliante da un’era, i dem hanno costruito la loro recente campagna elettorale sulla negazione esatta di ciò che è chiaro nel resto del sistema solare. Certo, è dura per il bellaciaoismo militante ammettere che per gli italiani il fascismo sia questione superata come è questione superata il sistema tolemaico o il diritto divino dei re. Vorrebbe dire che la premessa, sulla quale dai tempi di Togliatti la sinistra ha costruito la propria figura riconoscibile e comprensibile (a sé medesima prima di tutto) non esiste più. E se non esiste più, c’è il rischio che non sia mai davvero esistita.
Possibile? Non sarebbe la prima volta che in politica si assiste alla penosa vicenda di Agilulfo: una suggestiva armatura ideologica senza nessuno dentro. Il collante, come lo chiama Recalcati, che dà compattezza all’armatura dentro cui non c’è niente, è sempre stato il dogma destra uguale fascismo. Dogma mai scritto negli annali pubblici delle Botteghe Oscure prima e poi del Nazareno, ma minuziosamente e scrupolosamente diffuso ad personam nelle sezioni locali dallo zelo degli intellettuali organici e dei politbjuro di periferia. Capillarità da una parte, e general-genericità dall’altra, che a ogni stagione ha sempre permesso un amplissimo margine di discrezionalità per reinventarsi il fascismo più utile a seconda della destra a disposizione – da Tambroni a Berlusconi a Orbán.
Fin qui il passato. Poi ti arriva il Recalcati di turno, il quale suggerisce di considerare il fascismo capitolo chiuso, chiuso come la teoria dei cinque elementi e quella dei quattro umori corporali. Forse così la sinistra può tentare di uscire dall’autismo cui l’ha condannata la fede nella propria superiorità morale. Ma una volta superato il bellaciaoismo, evaporerebbe definitivamente anche il toccante e irrinunciabile vestito sotto cui non c’è mai stato nulla. Il cupo destino del socialismo francese, che è già passato per il calvario della consapevolezza del proprio niente, è lì in agguato.
E’ alquanto probabile che il suggerimento di Recalcati non verrà aspramente contestato. Da un lato, bisognerebbe almeno saper leggere e scrivere. Dall’altro, chi sa leggere e scrivere, è probabile che lo ignori senza il minimo scrupolo, secondo una prassi gesutitica consolidatissima a sinistra. Resta che, fino ad ora, la sinistra ha avuto assoluta necessità del fascismo – cioè della destra fascistamente reinterpretata secondo bisogno. Ultima fatica ermeneutica, quella di Enrico Letta, il quale in campagna elettorale ha evocato lo spettro del presidenzialismo, omettendo di ricordare che la Francia in cui si era sdegnosamente autoesiliato, è Stato presidenzialista e in ottima salute democratica nonostante il lepenismo. Magari non se n’era nemmeno accorto. Ad ogni buon conto, dipingere il presidenzialismo come anticamera di sicure derive fascisteggianti, ha solo rafforzato l’equivoco elettorale che fonda la prassi politica del nostro Paese: cioè che gli italiani vanno a votare chi li rappresenta credendo di andare a votare chi li governa. Il presidenzialismo sarebbe semplicemente la possibilità di votare chi ci governa e non chi ci rappresenta.
Ma questo è solo l’ultimo caso di antifascismo creativo. A questo punto, anche a un infante apparirebbe chiaro che, con possibilità illimitate di reinventarlo, il fascismo non morirà mai, garantendo così all’infinito l’inesistenza militante della sinistra. Recalcati ha cercato di dare timidamente la sveglia. Difficile che ne venga qualcosa di diverso da sbadigli e depressione. E dalla millesima rifondazione della sinistra. Cioè, ancora, depressione e sbadigli. Nulla di inaspettato se, per dire qualcosa di sinistra, lo stesso Recalcati è costretto, nel suo intervento, a tradurre in sinistrese la triade Dio-Patria-Famiglia.