skip to Main Content
Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

30. As you like it

Non si considera con il necessario sospetto la troppo evidente ovvietà che il sorgere della sapienzialità dei Mortali ci sia giunto per infinitesime testimonianze incastonate in ciò che ne hanno detto coloro che – a partire da Aristotele – ne hanno detto interessatamente. Frammenti millesimali fuori contesto o dal contesto inimmaginabile, specie per il tempo che precede Parmenide. La sapienzialità agli albori è per noi sapienzialità del frammento. Quanto la collazione dei frammenti di un testo sia rappresentativa del tutto da cui è stata tolta, è definitivamente e irrimediabilmente ignoto, sia quanto alla quantità che alla qualità. E’ noto solo che il frammento era rilevante per colui che lo riporta – il quale verosimilmente aveva accesso diretto al testo nella sua completezza. E ancora più rilevante se si accontenta di citarlo da una citazione.
Fra ogni possibile dubbio su cosa sia stato il panorama di cui sopravvive solo una quota infinitesima dalla quale non è derivabile nemmeno a grandi linee un’approssimazione del tutto, è indubitabile il condizionamento decisivo che gli iniziatori hanno esercitato già sugli immediati successori, diventando riferimenti imprescindibili, sempre più imprescindibili man mano che successori sempre più successivi li prendevano a riferimento.
Per un paradosso in fondo meno bizzarro di quanto possa a prima vista apparire, più quegli iniziatori sono diventati imprescindibili, meno di loro si è conservato. C’è una ragione per cui si sia conservata la Theogonia di Esiodo e non i Peri physeos di Talete o Anassimandro – e nemmeno quello di Parmenide, nonostante una quota di frammenti di eccezionale ampiezza rispetto agli Ionici?
Nonostante Platone e soprattutto Aristotele ne avessero codificato la rilevanza decisiva, anzi canone iniziale della forma sapienziale succeduto a quella arcaica del dio, a parte le testimonianze che ne hanno sostenuto la canonizzazione, i poemi degli iniziatori vanno perduti irrimediabilmente. Come se la consacrazione rendesse pleonastiche le ragioni per cui ad essa si giunge.
Forse il poema non era la veste più congrua per la sorgente sapienzialità – la poesia è territorio esclusivo del dio e l’esametro la forma dell’epifania sapienziale del dio e Platone, per quanto mitopoietizzante e devoto, abiura il verso e opta convintamente e irreversibilmente per la prosa dialogica. Alla fine, Platone e Aristotele hanno deciso ciò che era rilevante fra quanto era stato detto prima di loro – e Platone addirittura in forma paradigmatica quando a ciò che lui scrive è affidato ciò che Socrate ha detto. Sempre che Socrate abbia sempre solo detto, secondo il dubbio argomento (avallato anche da Giorgio Colli) che la parola detta è superiore alla parola scritta, in ritardo di due secoli rispetto a quando la sapienzialità dei Mortali era passata dalla parola detta dei Sette alla parola scritta del Peri physeos.
A ben guardare, quello che è successo nel caso Socrate è quello che è successo in tutti gli altri: ne sappiamo solo quello che altri ne hanno riferito. Che nel riferire di Talete o Anassimandro o Eraclito o Senofane, venga riferito che sono stati anche autori di testi scritti, in fondo è accidente di poco rilievo. L’individuità è talmente ineffabile che si presta a qualsiasi manipolazione immaginabile. Perfino nel caso di uno come Hegel, che ha riscritto il mondo e la cui riscrittura è perfettamente conservata, è stato possibile dare versioni plurime e incompatibili a seconda di chi ne ha scritto, mostrando quanto dipenda da chi scrive ciò che si scrive, qualunque cosa si scriva. A maggior ragione di Talete e Senofane, i quali altro non sono se non quello che ne ha scritto chi è venuto dopo di loro.

Back To Top