skip to Main Content
Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

32. La nave dei folli

C’è una maledizione, o comunque un destino, che segna la vicenda della sapienzialità dei Mortali: l’inesorabile sfarinamento, o anzi evaporazione, delle cose – di ciò che pure definiamo cosa – ogni volta che si ritiene di aver detto, sulle cose, la parola definitiva, l’extremum (o primum) verum, di aver messo le mani sull’id quo verius inveniri non potest.
E’ la maledizione del ti esti, del cosa è: quando ci si chiude il cosa è di una cosa, la risposta è sempre la dissoluzione della cosa. La dissoluzione della cosa nella sua (supposta o pretesa) verità. C’è un che di tragico nell’ostinata sapienzialità dei mortali, che parte dal fio anassimandreo che le cose devono reciprocamente pagarsi per esistere e arriva (almeno) fino all’Aufhebung hegeliana.
Verità contro cosa, la verità al prezzo della cosa e la cosa al prezzo della sua verità: nella fisica quantistica, scendendo lungo la scala delle grandezze ci si avvicina davvero all’extremum verum delle cose? Se le cose sono divisibili all’infinito, l’extremum verum è un sogno. Se non lo sono, è sogno la cosa, perché la cosa vera è ciò in cui la cosa si risolve. L’archè non è il principio delle cose, ma ne è la fine – non nel senso della causalità aristotelica, ma nel senso che è svuotamento delle cose, principio che annienta il principiato, nonostante il principiato sia la ragione per cui e di cui si cerca il principio.
E’ la follia all’origine della sapienzialità dei Mortali. Che ricercare l’arché implicasse la dissoluzione di ciò di cui si ricerca l’arché, era insospettabile per Talete: per lui l’arché era qualcosa che stava accanto alle cose, cosa a sua volta, ancorché cosa ultima – extremum verum, extrema res.
Ma non è andata così. Tutti quelli che sono venuti dopo di lui, sono stati segnati dalla maledizione, maledizione che si è manifestata nella follia – questa sì, extrema: afferrato l’extremum verum – acqua o quark – e ritornati sui propri passi per esibire il trofeo, ecco, le cose non c’erano più. Nulla era più, solo l’arché. Ai  sophoi di allora e di sempre non rimase che un’unica cosa da fare: declinare l’arché in tutte le sue possibilità, forme e sfumature per rimpiazzare le cose scomparse.
Così il mondo fu ripristinato e fu un mondo davvero totalmente e compiutamente sorto dalla sua arché. Il percorso dall’arché alle cose non fu un ritorno alle cose, ma una ricostruzione delle cose dal nulla in cui l’arché le aveva precipitate – artificialia in luogo di naturalia. Malinconica tautologia quella per cui le cose testimoniano la loro arché dopo essere state costruire con l’arché, la quale tuttavia non ha evitato, mirabile dictu, che le cose abbiano anche talvolta testimoniato contro la loro arché.

Back To Top