La domanda di Talete
La formulazione completa della domanda la cui risposta inaugurò con Talete la storia della sapienzialità dei mortali in Occidente, potrebbe suonare: “quale è l’arché delle cose, visto che non lo sono né possono esserlo gli dei, dato che sono semplicemente, inesorabilmente, solo degli Immortali?”
Talete avvia il percorso sapienziale con la questione dell’arché per la buona ragione che gli dei – cioè gli Immortali – erano inadeguati a rivestire il ruolo di ragione delle cose. E non potevano esserlo nonostante la minuziosa genealogia di Esiodo e la pia cecità di Omero.
L’immortalità non è marchio e certificazione di divinità, ma semplicemente posizionamento su un gradino ontologicamente superiore della medesima scala su cui si distribuisce l’essere. Talete segna la fine degli dei come principio delle cose quando la sinonimia fra divino e immortale viene meno.
Non solo pone l’arché nell’acqua per la sua assenza di forma che può assumere ogni forma possibile, ma anche perché, come acqua e come l’acqua, l’arché può essere disciolto e diffuso dappertutto: panta plere theon – gli dei sono dappertutto, come l’acqua. Il divino che scalza il dio. Il divino diventa ragione delle cose rimpiazzando il dio.
Non per hybris, come potrebbe sembrare, anche se nulla è più greco della hybris, ma per insufficienza propria del dio, ridotto semplicemente a Immortale. Insufficienza che si è disvelata inesorabilmente man mano che i Mortali affinavano il senso e il sospetto di avere propria collocazione sulla medesima scala dell’essere dove, più in alto sedevano gli Immortali.