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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

15. Mistica della Meccanica (1/3)

Il fascino della Modernità – a partire da Blaise Pascal – è la combinazione inimmaginabile e inesorabile di meccanica e mistica. Perfino Cartesio – meccanico dei moti dell’anima – non fa eccezione, anche se la sua mistica è rigorosa confinata là dove non può nuocere alla meccanica.
Ma è Pascal, il segno del tempo che sta sorgendo e la cifra che segna indelebilmente anche noi, a quattro secoli di distanza.
Pascal sente travolgente e insostenibile il dramma dell’angoscia – la malattia mortale che Kierkegaard racconto e che Pascal visse con tragico senso di colpa, soffocandola più che poté fino a quando poté – che assale con lo smarrimento del sentirsi gettati – Heidegger – sul crocevia di tutti gli infiniti possibili. Quel crocevia è, al di là di tutto, una conquista e forse anche irreversibile, per quando non desiderato e forse anche inatteso. Pascal non fugge e tenta disperatamente di reggere la marea montante dell’infinito con la smisuratezza della sua ossessione religiosa – patologica in quanto ossessione, sospetta in quanto religiosa.
Se c’è una tesi che le Pensées dichiarano senza ombra , è quella che la fede è conseguenza diretta e inesorabile della colpa – pena della colpa. Anzi del senso di colpa. Normalmente è la fede che consegue al senso di colpa, ma per Pascal non può essere così facile. Pascal sente la colpa perché lo smarrimento, la Geworfenheit,  l’angoscia del non potersi più ritrovare, non li trova nell’epistolario paolino né nelle lugubri architetture ontologiche di Agostino. I brividi della febbre di quella malattia mortale sono per lui originari, sono condizione spontanea, sono ciò che noi, più radicalmente e inesorabilmente, siamo.
Dalla prospettiva di Port Royal, l’angoscia dell’infinito è indubitabilmente pena della colpa. Ma è inevitabile, fuori da Port Royal, chiedersi se invece la colpa – cioè il senso di colpa – non sia in verità la forma più lineare ed efficace per decifrare l’insostenibilità dell’angoscia. E’ un sospetto che Pascal fatica a tenere a bada, ma che lo fa esistenzialista ante litteram – certamente il più sofferto e quindi vero.
Se l’angoscia è figlia della colpa, ecco Heidegger spiegato da Agostino. Se la colpa – il senso di colpa – è figlia dell’angoscia, ecco Agostino spiegato da Heidegger.
Ma anche solo a una prima lettura delle Pensées, emerge chiaramente e distintamente quanto poco spazio Pascal conceda all’angoscia dell’esser gettato. E quanto troppo spazio concede invece all’angoscia della colpa. E’ questo che motiva il progetto di quell’Apologia del cristianesimo che nessuno rimpiange lui non abbia scritto. Già dai frammenti che dovevano confluirvi, si nota il dettaglio teologico articolatissimo che lui, esprit de finesse come nessun altro, dispiega con grazia sublime e sospetta.
(Segue)

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