17. Mistica della Meccanica (3/3)
L’esprit de géométrie è lo spirito di questo mondo: spirito dell’infinita abissalità in cui ci si trova gettati e dire qualcosa di Dio è il tentativo dell’esprit de finesse per rendere meno insopportabile lo smarrimento del risvegliarsi all’improvviso nell’abisso vuoto e silenzioso intorno a noi, dove l’essere è indistinguibile dal nulla. Sedici secoli di teologia sono evaporati in quel nulla – per naturale consunzione, certo, ma anche perché un vuoto infinito continua a essere vuoto infinito con qualunque cosa, di qualunque grandezza, si tenti di riempirlo.
La sapienzialità dei mortali è fin dall’inizio sapienzialità del peras, del limite e del limitato e sedici secoli di immaginata sapienzialità dell’infinito, dell’illimite, mostrano, all’alba della Modernità, il fallimento dell’ossimoro. La sapienzialità del Mortali non può che essere sapienzialità del peras. Spingersi oltre significa esporsi al dolore smisurato e vano dell’infinito. La sapienzialità che ci ha reso quello che siamo, come non deve nulla agli dei degli inizi, non deve nulla nemmeno al Dio di Abramo: questo è il tragico di Pascal. La sapienzialità dei Mortali nasce come esprit de géométrie e non come esprit de finesse. E solo come esprit de géometrie ha potuto tenere testa al dissolversi della sapienzialità del dio, all’inizio dell’Occidente, e al consumarsi della sapienzialità di Dio, all’inizio della Modernità.
La sapienzialità dei Mortali è inesorabilmente algoritmica – funzioni che combinano variabili, cioè forme che combinano universali – perché nasce come esprit de géometrie: non c’è sapienzialità nell’esprit de finesse, indubbiamente più appagante per altri versi, ma non su quello sapienziale.
L’algoritmo funziona senza bisogno di Dio – questa è l’empietà che Pascal ravvisa e la ragione ultima dello spezzarsi della sua anima – perché l’esprit de géometrie , a differenza dell’esprit de finesse che urla la sua invocazione a Dio, basta a se stesso. E se non ha bisogno di Dio – esti Deus non sit – a maggior ragione non avrà bisogno degli uomini – etsi homo non sit. E’ vero che, dal punto di vista dell’esprit de finesse, la poderosa macchina della nostra sapienzialità algoritmo va eternamente alla deriva nell’infinito, con e senza di noi, ma i suoi ingranaggi, i suoi leverismi non si usurano nell’andare alla deriva. L’esprit de géometrie è la nostra eternità, l’unica eternità che possiamo permetterci.
Dei che sono tramontati perché non erano Dio. Il divino che è tramontato perché non era Dio. Dio che è tramontato perché era Dio – o non lo era abbastanza. Questa è la curva della nostra sapienzialità, la curva che disegna la nostra traiettoria nella deriva infinita intravista da Pascal.
Dio, il Dio di Pascal e di Agostino – Deus absconditus et terribilis, absconditus quia terribilis – per sedici secoli ha trattenuto la sapienzialità dei mortali al di qua del passo inesorabile che con il Seicento è stato compiuto. Compiuto con abissale dolore perché quei sedici secoli avevano nel frattempo dato cittadinanza sapienziale all’infinito. Chi poteva prevedere che in quell’infinito, disabitato da Dio, ci si poteva perdere?
Alla fine rimane solo la meccanica. Rimane solo l’esprit de géometrie nell’abisso dell’infinito che si è spalancato sotto il passo incerto di Pascal. L’esprit de finesse può essere la salvezza dall’angoscia, ma non è sapienzialità. La nostra sapienzialità è meccanica, come meccanico è Aristotele quando, disegnando la trasmissione dei moti dal primum movens ai mobili inferiori, in fondo sta disegnando il dinamismo di un tornio.
(Fine)