22. Causalità artificiale: divertissement pseudo-aristotelico sulle quattro cause (2/3)
Tutta la sequenza, per progressiva individuazione e assunzione delle forme di causalità, mostra un triplice salto: il primo è quello fra naturalia e arteacta, i quali più precisamente potrebbero essere definiti come naturalia arteacta – ovvero cose agìte secondo arte. E’ la scoperta della manipolabilità delle cose e dunque della loro usabilità: il fine delle cose diventa l’uso che se ne può fare. L’estendersi del numero delle cose che si rivelano manipolabili-usabili, induce alla conclusione che ogni cosa è manipolabile-usabile.
Il secondo salto è la sostituzione della cosa con l’artefactum: per conseguire fini propri gli artefacta sono più efficaci e immediati dei naturalia. Le cose diventano definitivamente Bestand. È l’inizio della cultura. La manipolabilità non esiste in natura perché richiede di cessare l’essere semplicemente cosa fra le cose e di cominciare a disporre delle cose.
Il terzo salto avviene quando dall’artefactum technicum si passa all’artefactum mechanicum. La differenza sta nella produzione del moto. Un tempio dorico o un inno omerico sono techné di raffinatezza estrema, ma non sono mechaniké. Non producono moto. Il tornio del vasaio o un arco possono essere rudimentali fino alla brutalità, ma producono moto, sono costruiti per produrre moto. Sono mechaniké. Sono costruiti per funzionare. Sono il completo oblio del naturale, del naturale come forma propria. Sono riduzione del naturale a Bestand, a riserva per gli artefacta.
A ben guardare, la riduzione dei naturalia a Bestand poggia su una premessa ontologica troppo poco considerata. La più parte di ciò che noi consideriamo cose, non sono propriamente cose. O lo sono in forma radicalmente diversa. Un albero e un animale sono cose – cioè unità individue definite – l’aria e l’acqua no. C’è dunque una cosalità individua e una cosalità generica. Si può facilmente dimostrare – non è qui il caso – che la cosalità individua sia applica solo al vivente perché è la vita che necessita di individuità definite. Una pietra o un lago montano non sono individui anche se spazialmente delimitati e una nuvola non è individuo anche se unica in un cielo sereno. Propriamente: non ha nemmeno senso porsi il problema dell’individuità se non a proposito del vivente – e dell’artefatto.
L’impiego della cosalità generica non composta né la negazione di cosalità individua – non ne esistono – né la negazione di cosalità generica – è impossibile: l’acqua o l’aria, per quanto le si usi, rimangono aria e acqua. L’impiego della cosa generica, la cosa non-cosa propriamente, è sempre reversibile, non comportando la negazione di individuità (che è sempre negazione irreversibile).
(Segue)