Verità meccanica
Se nelle cose si cercano atti e potenze (perché più immediati da immaginare), nelle cose si troveranno atti e potenze. E la Totalità sarà la totalità degli atti e delle potenze, dell’attuale e dell’attuabile. E nella Totalità non vi saranno che attuati e attuabili.
Se nelle cose si cercano numeri e figure (perché chiaramente e distintamente – cioè univocamente – maneggiabili), nelle cose si troveranno indubbiamente numeri e figure. E la Totalità sarà la totalità dei numeri e delle figure, del numerabile e del figurabile. E nella Totalità non vi saranno che numerati e numerabili, figurati e figurabili.
Se nelle cose si cerca ciò che funziona (perché incontrovertibile e inconfutabile: un’automobile non sarà mai falsa, anche se non necessità di avere alcuna verità), nelle cose si troverà ciò che funziona.
Ma poiché fra le cose nulla propriamente, funziona perché solo l’artefatto propriamente funziona, le cose che si troveranno saranno solo quelle ricostruibili come unità funzionanti per assemblaggio di componentistica more geometriae et computationis. Non cose che rendano ragione delle cose, ma artefatti meccanici che rendono ragione delle cose – del resto, le cose non esistono per rendere ragione o per averne una.
La vera, radicale conquista della Modernità è che l’artefatto meccanico si trova al di là (o al di qua, è lo stesso) del vero e del falso. L’artefatto meccanico non è confutabile – non perché opponga ragioni inoppugnabili, ma semplicemente perché è ridicolo ipotizzare che un’automobile sia falsa.
O vera.
L’artefatto meccanico è definitivo. E se definitivo può essere stabilmente tenuto come ragione definitiva della cosa. Alla fine non è la verità a misurare l’artefatto meccanico, ma l’artefatto meccanico a misurare la verità. Vero è l’artefatto meccanico che funziona.
La Modernità ha posto la verità della Totalità nell’artefatto meccanico – ingranaggi e pulegge così come masse e forze. All’inizio, appena staccatisi dalla sapienzialità del dio, si era tentato di promuovere cose a ragione delle cose, l’acqua o l’aria, il fuoco o la terra. Ma si trattò di cose universali e quindi solo remotamente cose: le cose non sopportano una sapienzialità ossessionata dal trovar ragioni. Le cose sono indifferenti a ciò che ne diciamo o ne possiamo dire. Sono cose e basta. Non si possono mettere cose a misurare cose: se una cosa diventa misura, escluderà tutte le cose che non può misurare. E immaginare una cosa che possa misurare ogni cosa possibile, condanna a una ricerca senza fine.
Indifferentia rerum. Le ragioni e le misure sono necessità della nostra forma sapienziale, non delle cose. Ragioni e misure sono l’esprit mécanique della nostra sapienzialità, assi cartesiani indispensabili per costruire ciò che poi potremo chiamare davvero cose. Al riparo da ogni sorpresa dalle cose che invece troviamo. E alla fine, dell’artefatto meccanico, se funziona, sia esso costruito con ingranaggi e pulegge oppure con funzioni a n variabili, non è necessario dare alcuna ragione.