skip to Main Content
Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

12. Uguali a zero

Trattamento uguale per tutti i docenti, a prescindere. Dal merito, ovviamente.
E’ tornato a soffiare per un attimo un vento d’altri tempi che si credeva ormai relegato dalla storia nel lungo elenco delle catastrofi dovute all’incapacità di pensiero minimamente complesso – vento del sessantottismo più puro e duro, per il quale la proprietà privata è un furto da punire e il merito una patologia da estirpare.
Ed è tornato a soffiare nella sua patria d’elezione, la scuola, devastata dal sindacalismo e dalle logiche del pubblico impiego, le quali ne hanno modificato la finalità e il senso: non più ragazzi da formare, ma professori da sistemare.
Uguaglianza, allora.
Il problema è vecchio di due secoli e mezzo, da quando Jean Jacques Rousseau mise sul mercato letterario i suoi pruriti, le sue frustrazioni, le sue ossessioni. Incapace di pensiero complesso, trovò però una platea immensa, per il principio che il simile tende a stare con il simile.
La logica – cioè il pensiero complesso – suggerirebbe che in un contesto di diseguaglianza,  trattare ugualmente i disuguali perpetua la diseguaglianza. In un contesto di diseguaglianza, l’unico modo per uguagliare sarebbe trattare disugualmente i disuguali.
Solo in un contesto di uguaglianza, trattare ugualmente conserva l’uguaglianza. Però così si mette il carro davanti ai buoi: cioè si dà per premessa la conseguenza da conquistare.
La storia ha dimostrato che la logica non è un punto di forza del sessantottismo di ogni tempo e nemmeno dei suoi più o meno consapevoli nostalgici. Altrimenti si sarebbero accorti  che il fallimento inesorabile dell’egualitarismo è già scritto nella sua definizione.
Proviamo a spiegare, nella certezza di non convincere nessuno di coloro, da tempo accuratamente addestrati a evitare ogni tentazione di pensiero razionale.
Perché ci sia uguaglianza fra gli uomini, bisogna che qualcuno definisca il modello di uomo a cui attenersi. Logico.
Più il modello è definito e dettagliato, maggiore sarà l’uguaglianza. Logico.
Però più è complicato, più c’è possibilità di non andare d’accordo su quale sia il modello giusto. Logico.
Allora atteniamoci a un modello più semplificato possibile, per avere unanimità. Così torniamo a Rousseau: il buon selvaggio. Gli aborigeni australiani e  gli Yanomani dell’Amazzonia sono perfetta realizzazione dell’ideale egualitario. Vuol dire: uguaglianza invece di civiltà. La quale civiltà ha un sacco di difetti e amplissimi margini di miglioramenti. Ma offre infinite prospettive. L’uguaglianza degli aborigeni e degli Yanomani invece è così da sempre. Non ha bisogno di prospettive. A ciascuno la scelta.
Fine della predica.
Tornando alla nostalgia sessantottarda di essere Yanomani senza però rinunciare a Facebook: dare lo stesso a tutti significa negare quella diversità che su altri fronti invece i nostalgici abbaiano di voler difendere e includere.
Significa spegnere l’iniziativa, lobotomizzare la creatività, impedire il miglioramento.
Significa diventare prodotti sociali fatti in serie su scala industriale.
Significa negare il principio di giustizia, che è dare a ciascuno il suo, non dare lo stesso a tutti.

Back To Top