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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

21. I due alberi (1/3)

In Grecia, gli dei dell’età arcaica misuravano la loro sapienza ai Mortali – oracoli quando venivano interpellati e invasamenti quando venivano invocati. Nulla di stabile o di definitivo. Fin troppo spesso, inezie. Quanto era rilevante per i Mortali la sapienza se era confinata a episodi per qualcuno? Dispensare sapienza per frammenti significa che i Mortali non ne erano capaci e se non ne erano capaci, potevano essere quel che erano anche senza sapienza. Ricorrere al dio era circostanza estrema. La quotidianità non esige sapienza. I mortali non necessitavano di sapienza per la quotidianità. E la quasi totalità passava tutti i suoi giorni senza aver mai chiesto al dio un oracolo né aver avuto parte a un riturale misterico. Ciò che è episodico, ciò che è a richiesta, non è mai una necessità.
Come ha potuto diventare rilevante, allora, necessaria e dirimente, la questione sapienziale, allora?
Come ha potuto segnare, a un certo punto, la divaricazione di percorsi fino a quel punto paralleli – quello degli dei e quello dei Mortali? Come ha potuto originare una frattura ontologica – il tramonto degli dei oltre l’orizzonte visibile dei Mortali?
Nel Giardino di Eden i progenitori vivevano di ciò che offriva l’Albero della Vita e fu proibito loro di prendere ciò che offriva l’Albero della Conoscenza del Tutto – il bene e il male.
Fu drammatico e maligno suggerire loro che l’albero proibito li avrebbe resi come Jahweh.
Ma perché Jahweh non sussurrò mai ai progenitori che era l’Albero della Vita a renderli simili a Lui – almeno nell’immortalità?
E quanto mentì il serpente, sussurrando che prendendo dall’albero proibito sarebbero divenuti simili a Jahweh – almeno nella conoscenza del tutto?
Chi ha tentato i progenitori? Il serpente sussurrando forse una verità, oppure Jahweh che piantò un albero da proibire?
Le porte del Giardino di Eden si sono chiuse irreversibilmente alle spalle di chi ha osato la somiglianza con Jahweh. Forse il Genesi ha raccontato ciò che Esiodo, nella sua genealogia del tutto, non ha osato raccontare. O che forse aveva dimenticato.
Rimane che per noi osare quella somiglianza significò rinuncia all’immortalità. Ciò che in Jahweh si trovava unito – immortalità e conoscenza del tutto – a noi fu posto come alternativa.
(Segue)

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