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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

70. Complessità in serie, complessità in parallelo – Serial and Parallel Complexity

Il Meccanico è dinamismo in serie. L’Organico è dinamismo in parallelo. Anzi, parallelismo di dinamismi la cui unità, raggiungendo un certo livello di integrazione, diventa Organismo, contemporaneità di un alto numero di dinamismi – digerire mentre si respira o cantare mentre si cammina. Nonostante la contemporaneità, i dinamismi in parallelo sono autonomi, o sempre in atto o attivabili in qualsiasi momento. Le incompatibilità sono minime – e possibili solo per via della loro distanza reciproca (in senso relazionale) – e l’attivazione di un dinamismo non preclude l’attivazione contemporanea di uno o più altri e nemmeno la richiede.
Il meccanico nasce rigidamente sequenziale e tale rimane, per quanto complesso (o complessificabile). Una macchina può fare più operazioni in contemporanea solo come esito di attivazioni in serie gestite da un dinamismo specificamente dedicato. Il parallelismo meccanico è sopravvenuto e indotto, mai spontaneo e originario. Ed è mimetico – specchio che riproduce meccanicamente, cioè incastrando attivazione in serie, ciò che l’organico presenta in parallelo.
La contemporaneità spontanea e originaria dei dinamismi è ciò che rendo l’Organico organismo, cioè uno, cioè compiuto. Un meccanismo non è mai uno perché non è mai davvero compiuto: è sempre espandibile, è sempre complessificabile – si possono sempre aggiungere dinamismi autonomi attivabili da uno o più altri dinamismi, senza riguardo né coinvolgimento di tutti gli altri.
L’unità dell’Organico nell’organismo, il Vivente – cioè la sua identità – è la contemporaneità, cioè l’essere in parallelo di tutti i suo dinamismi: niente è mai inattivo nel Vivente. Se lo fosse, il Vivente non ne avrebbe necessità. Che un dinamismo sia attivo in primo piano o sullo sfondo non lo rende meno attivo. L’interazione contemporanea e costante di tutti i dinamismi del Vivente rendono possibile, tramite retroazioni – conseguenze delle attivazioni che ricadono su altri dinamismi – la riconfigurazione del Vivente. Il Vivente si disegna costantemente, si ri-disegna costantemente. Un ri-disegnarsi perlopiù attraverso minime differenziazioni. Poiché il ri-disegnarsi attraverso retroazioni è costante e necessario, il Vivente evolve. Evolve perché strutturato originariamente e spontaneamente in parallelo.
L’unità del meccanico nel meccanismo, la Macchina, proprio perché mai compiuta, è sempre provvisoria e quindi mai veramente unità perché sempre passibile di ampliamento o di riduzione o di complessificazione o di semplificazione. La sua struttura originariamente e rigidamente in serie non consente retroazioni – è sempre diacronia e mai sincronia, cioè contemporaneità – non consente alla Macchina di disegnarsi e quindi nemmeno di ri-disegnarsi attraverso differenziazioni anche minime.
Il meccanico è  ripetizione costante e invariabile di se stesso. La Macchina non evolve. In ciò è il suo limite, dal punto di vista dell’essere, ma anche il suo punto di forza, dal punto di vista del divenire: la stabilità e la permanenza. Non si troverà mai di più, ontologicamente, in una Macchina che funziona. Ma non vi si troverà mai di meno.
Che Parmenide, nella sua teoresi dell’einai, avesse oscuramente e inconsapevolmente presente una Macchina?
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The Mechanical is serial dynamism. The Organic is parallel dynamism—or rather, a parallelism of dynamisms whose unity, upon reaching a certain level of integration, becomes Organism: the simultaneity of a large number of dynamisms—digesting while breathing, or singing while walking. Despite this simultaneity, dynamisms in parallel are autonomous, either always in act or activatable at any moment. Incompatibilities are minimal—and possible only by virtue of their reciprocal distance (in a relational sense)—and the activation of one dynamism neither precludes the simultaneous activation of one or more others, nor requires it.
The mechanical arises as rigidly sequential and remains so, however complex (or capable of being complexified) it may become. A machine can perform several operations simultaneously only as the outcome of serial activations governed by a specifically dedicated dynamism. Mechanical parallelism is derivative and induced, never spontaneous or original. It is mimetic—a mirror that mechanically reproduces, that is, by interlocking serial activations, what the organic presents in parallel.
The spontaneous and original simultaneity of dynamisms is what makes the Organic an organism, that is, one, that is, complete. A mechanism is never one because it is never truly complete: it is always expandable, always capable of being complexified—one can always add autonomous dynamisms activatable by one or more other dynamisms, without regard for or involvement of all the others.
The unity of the Organic in the organism—the Living, that is, its identity—is the simultaneity, that is, the being-in-parallel of all its dynamisms: nothing is ever inactive in the Living. If it were, the Living would have no need of it. That a dynamism is active in the foreground or in the background does not make it any less active. The constant and simultaneous interaction of all the dynamisms of the Living makes possible, through feedback—consequences of activations that fall back upon other dynamisms—the reconfiguration of the Living. The Living continually draws itself, continually re-draws itself: a re-drawing that occurs mostly through minimal differentiations. Since this re-drawing through feedback is constant and necessary, the Living evolves. It evolves because it is originally and spontaneously structured in parallel.
The unity of the mechanical in the mechanism—the Machine—precisely because it is never complete, is always provisional and therefore never truly unity, since it is always liable to expansion or reduction, to complexification or simplification. Its originally and rigidly serial structure does not allow feedback—it is always diachrony and never synchrony, that is, simultaneity—and thus does not allow the Machine to draw itself, nor to re-draw itself even through minimal differentiations.
The Mechanical is the constant and invariable repetition of itself. The Machine does not evolve. In this lies its limit, from the point of view of being, but also its strength, from the point of view of becoming: stability and permanence. One will never find more, ontologically, in a functioning Machine—but one will never find less.
Did Parmenides, in his theorization of einai, have obscurely and unconsciously in mind a Machine?

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