Gravitazione ontologica
L’irresistibile fascino della complessità è il suo presentarsi come disfacimento più o meno accentuato di una unità originaria senza che quell’unità venga mai meno. Se è così, la complessità può sgretolare all’infinito l’unità senza mai cancellarla. E l’unità ha una resilienza tendenzialmente infinita, che impedisce al suo disfarsi di diventare mero caos – i molti che comunque non possono fare e ameno dell’uno.
La complessità sarebbe così l’insopprimibile tensione dell’unità a mantenersi come tale in non importa quale stato di dispersione – quasi un diminuire di spessore per aumentare in estensione – a definitiva testimonianza che l’unità è strutturalmente insopprimibile.
In fisica si afferma che la capacità di attrazione gravitazionale tende a zero con l’allontanarsi dal centro, ma non si annulla mai – Einstein aggiunge che la gravità deforma lo spazio in modo tale che un corpo qualunque tenda a scivolare verso il centro di attrazione a qualunque distanza si trovi.
L’unità, rileggendo ontologicamente l’analogia, è l’essere che per quanto disperso tende inesorabilmente a scivolare indietro verso l’origine se non costantemente sollecitato ad allontanarsene. Così, la complessità tende strutturalmente a collassare nella semplicità originaria se non sollecitata a complessificarsi ulteriormente.