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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

Numeri artificiali

Il numero è artificio. Le cose non necessitano di numerabilità per essere cose. Contare le cose è l’unica forma possibile per farle emergere dal continuo, l’unica forma in cui se ne può dire. E’ il logo che introduce la discontinuità nel continuo e dunque anche la numerabilità di ciò che al continuo sottrae.
Così le cose sorgono come conseguenza alle parole che le dicono, perché il logo – la parola dicente – sopprime la totalità del continuo, o meglio, il continuo come totalità nella quale non esistono propriamente cose.
Ma se il numero è artificio, allora anche le cose come tali lo sono.
Il continuo non è naturalmente numerabile, cioè non ha alcuna necessità di numerare se stesso né introdurre in se stesso la numerabilità per far emergere da se stesso le cose.
Così, se en arché c’è la parola, prima del prima c’è il continuo. E poiché anche il prima e il dopo sono emersioni dal continuo sarebbe meno fuorviante dire che in assenza del logo c’è solo il continuo che non ha alcuna necessità di essere diversamente da ciò che è.
Anassimandro aveva opportunamente indicato l’apeiron come condizione pre-logica nella quale entra in scena il logo. Per venti secoli, per il logo non fu un problema anche uscire di scena così come ci entrava.
Solo recentemente, con la Modernità, che avverte come irrinunciabilmente necessario delimitare in forma definitiva – entrare in scena senza il rischio di doverne uscire resistendo così all’usura del continuo che, come chiama sulla scena, toglie anche dalla scena – si osa la contromossa inaudita: definire il continuo.
Ma la definizione è definizione solo della cosa.

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