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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

Götterdämmerung (3/3)

Tramontati gli dei perché non potevano essere dio, ci si poteva aspettare che il loro posto sarebbe stato preso da ciò aveva tutto, fin dall’inizio, per essere dio – l’eon parmenideo, l’essere che è e non può non essere, l’unum necessarium.
Non andò così. Si dovette aspettare l’id quo maius cogitari nequit di Anselmo perché si intravedesse questa possibilità, fissata poi definitivamente dall’Aquinate. Plotino introduce, innegabilmente, l’Unum Necessarium, ma ne dice raccontandone la storia, la storia eterna – sublime ma infantile contraddizione che fa da preludio alle innumerevoli e terribili storie dell’eterno che segneranno il percorso della gnosi.
Addirittura, Aristotele clonò cinquantacinque volte l’eon parmenideo per dare motore e combustibile al funzionamento del suo kosmos.
L’anima greca aveva ancora e comunque nostalgia degli dei dopo averli costretti oltre il suo orizzonte sapienziale?
Oppure rigettava alla radice la prospettiva della reductio ad unum – radice ultima che oppose l’ostinazione vittoriosa delle irriducibili poleis elleniche alla dilagante teocrazia orientale?
Ma se fu così, allora unde Parmenides?
La genialità sapienziale di Parmenide non ha precedenti anche se tutta la sapienzialità successiva ne dipenderà – Senofane non è un precedente perché esprimeva un’incompatibilità, un disagio sapienziale, mentre l’eon è la vera opera sapienziale assoluta della storia sapienziale dell’occidente.
(Fine)

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