Il giorno dopo… (1/3)
La sapienzialità dei Mortali, fin dai suoi albori, è testimonianza drammatica dello smarrimento dell’orfano. Degli orfani degli dei. Orfani dell’illusorio esser-dio degli dei ormai tramontati.
Fu forse il loro lutto a impedire che si affermasse l’Unum Necessarium, di ciò che primariamente ed esaustivamente offrisse al loro sguardo il suo esser-dio. Più probabile che invece fosse l’esaltazione, l’entusiasmo nel constatare che si potesse esistere anche dopo il tramonto degli dei a dilazionare a tempo indeterminato la necessità di trovare ciò che gli dei non avevano potuto essere.
L’eon di Parmenide sarebbe stata la via più ovvia, anche perché già compiutamente tracciata.
Non andò così. Forse perché l’Unum Necessarium di Parmenide, immobile e immutabile, poteva in qualche misura pregiudicare la spinta evolutiva dei mortali che avevano appena superato gli dei che non erano dio.
Talete prese la via delle archai i Mortali perché avvertiva che il tempo dei Mortali, ormai fatti uomini, era arrivato. A loro incombeva, dopo l’eclissi degli dei che non erano dio, ritrovarsi a casa propria fra le cose di sempre senza più una tutela – o una seconda possibilità. Dopo il disastro teologico consumato dei Sette, l’ipotesi che l’Unum Necessarium indicato da Parmenide fosse in grado di sostituire definitivamente gli dei, spaventava. E, in fondo, le archai stavano disegnando una prospettiva sapienziale compiuta e sostenibile anche senza gli dei – che Talete scriva panta plere theon è sintomatico: se tutto trabocca di dei, non c’è più nessun dio, se tutto è divino, nulla è divino.
Aristotele disegna compiutamente una prospettiva sapienziale senza alcun orizzonte teologico. In ciò va molto oltre Platone, il quale, nonostante la sua furfanteria sapienziale, rimane l’ultimo nostalgico del divino ormai tramontato – molto più di Socrate, il quale provò senza scudo tutta la durezza della sapienzialità arcaica.
La forma, l’eidos, è la possibilità delle cose e se l’agathon è la forma delle forme, gli dei – il divino – sono i garanti dell’attualità, dell’attuazione delle forme nelle cose, custodi e dispensatori delle forme.
(Segue)