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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

Götterdämmerung (2/3)

Aristotele seppellisce definitivamente la sapienzialità olimpica, spegnendo ogni nostalgia dell’età arcaica. Con lui la sapienzialità dei Mortali diventa architettura consolidata che non necessita nemmeno di quella sorta di rapporto di buon vicinato ontologico che ancora si avverte chiaramente – per timore di colpi di coda, non certo per devota sottomissione – in Platone.
L’orizzonte aristotelico, oltre i quali gli Immortali sono stati esiliati, è difeso dalla causalità finale – causalità e finalità essendo cardini e vertici della genialità sapienziale dello Stagirita. Il suo kosmos telocentrico sarà per venti secoli il kosmos dell’Occidente.
Il telos è ciò che tiene in scacco le cose e le consegna alla sapienzialità dei Mortali. Gli Immortali non conoscevano né causalità né finalità. E’ quasi banale vedere la causalità nel contesto della sapienzialità dei Mortali come corrispondente della genealogia nel contesto della sapienzialità degli Immortali – allora ancora dei. La finalità è invece mero non senso per un Immortale, cioè per chi non ha fine e dunque nemmeno compimento. Per chi ha solo inizio, c’è solo la generazione – dunque la genealogia. E dopo la generazione c’è solo il permanere di ciò che è generato.
La finalità è dunque il contrassegno più specifico della sapienzialità dei Mortali. E’ il rimedio che hanno immaginato per tentare di oltrepassare il limite, drammatico, del tempo a loro concesso.
Gli Immortali vedono le cose affacciarsi sulla scena dell’essere e uscirne. Tutte le cose, se non è Loro misurato il tempo. I Mortali no. Vedono sempre e solo alcune cose, e della più parte non vedono né l’affacciarsi sulla scena dell’essere, né l’uscirne.
La causa finale fissa la cosa al di là del suo divenire perché dà la totalità della cosa.
La causa formale dà il ciò che è della cosa e quella efficiente il da dove sorge la cosa. Non ciò che la cosa è chiamata ad essere. Possedere il ciò che è chiamata ad essere è irrinunciabile, dopo che gli dei sono tramontati oltre l’orizzonte. Prima, erano Loro a possedere il ciò che è chiamata ad essere della cosa – non che se ne facessero qualcosa, perché l’immortalità rendeva irrilevante ogni cosa.
Ma per i Mortali, possedere il ciò che è chiamata ad essere di una cosa è cruciale perché significa possedere la cosa senza doverne seguire la completa vicenda sulla scena del divenire.
La causa finale è esattamente questa chiamata della cosa ad essere quello che è, chiamata che mette in moto il necessario a che la cosa sia quello che è chiamata ad essere.
E’ la premessa della sapienzialità dei Mortali, della nostra sapienzialità di uomini dell’Occidente – non abbiamo tempo, dunque dobbiamo prendere una via più breve, anzi la via più breve.
(Segue)

Nota a margine

La causa finale istituisce necessariamente la causa mediale. Aristotele non ne parla ma la pone, e la pone duplice: eidos e yle, causa formale e causa materiale, atto e potenza individui. Con la causa iniziale, cioè la causa efficiente, si configura uno schema triadico – iniziale-mediale-finale – decisamente più in linea con l’ossessione aristotelica della mesotes, ma lo sdoppiamento della causa mediale si rende necessario perché il dare ragione definitiva del divenire, cioè il percorso della cosa dal suo sorgere al suo compimento, è a carico della causa mediale.

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