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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

Precarietà degli Immortali (3/3)

Vendetta, dunque, tremenda vendetta dei Mortali contro gli Immortali. E Parmenide, dopo che Senofane aveva aperto brutalmente la strada, ne è l’accorto, solenne e pio autore.
L’eleate fa raccontare alla dea – una degli Immortali, perché si circonda di korai e di cavalle – l’essere che è e non può non essere. L’essere che, come non ha termine, così non ha nemmeno cominciamento.
Gli Immortali forse non avranno termine, ma di sicuro, secondo la loro genealogia tracciata dal piissimo Esiodo credendo di far loro onore, hanno avuto cominciamento. Ma non è solo l’aver cominciamento che li allontana smisuratamente dall’essere che è: gli Immortali non potranno mai rivendicare, come l’essere che è, il non poter non essere. E dal suo non poter non essere, che l’essere trae il suo non aver cominciamento come il suo non aver termine.
Anche per gli Immortali, coloro che si erano accreditati ai Mortali come dio senza esserlo, l’essere intravisto e cantato da Parmenide (quanto diverso è il suo canto da quello di Esiodo!) è oltre ogni commensurabilità – a tal punto che una medesima incommensurabile distanza dall’eon accomuna Mortali e Immortali.
Se dunque, argomentando con Parmenide, gli dei possono non essere, gli dei sono non-necessari. E se sono non-necessari, sono inesorabilmente condannati al divenire come l’ultimo dei Mortali. Un divenire più lento e infinitesimale forse, o un divenire costretto a rigenerarsi in perpetuo per poter essere, ma non meno inesorabile.
E’ la vendetta sapienziale dei sophoi: l’essersi accorti della miseria dei loro dei, della loro commensurabilità con i Mortali perché meramente Immortali.
Parmenide ha condotto la più dirompente, spettacolare, inattaccabile delle azioni sapienziali:
sancire, una volta per tutte, senza più possibilità di discussione ulteriore, la totale, definitiva, imprescindibile incommensurabilità dell’esser-dio rispetto a ogni possibile altro.
Solo l’unum necessarium è davvero dio. Non un dio o il dio, ma Dio.
E che sia la dea – una dea, una Immortale – a narrare la gloria dell’unum necessarium, non può che essere la più sottile delle irrisioni.
(Fine)

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