skip to Main Content
Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

Vino nuovo in otri nuovi (1/2)

A un certo punto non è stato più possibile negare che i Mortali evolvono, mentre gli dei di Esiodo e Omero rimango sempre, inesorabilmente e irrimediabilmente gli stessi. Uguali alla fine, a ciò che erano all’inizio.
Ma se ai Mortali è stato dato di evolvere – non dagli Immortali, certamente, se ammettiamo in Loro una minima consapevolezza dei rischi a cui si sarebbero esposti – mentre gli Immortali non evolvono (e verosimilmente non possono evolvere), le relazioni fra gli uni e gli altri non potevano rimanere stabili e immutate come all’inizio, quando furono poste. Prima o poi, quali che fossero, l’architettura relazionale, complessa a volte inestricabile, doveva collassare.
I Mortali evolvono perché, appunto, mortali. Non hanno a disposizione agio a sufficienza per esaurire il loro ciclo completo – il che fa sospettare che quando un mortale viene meno, un potenziale inattuato più o meno vasto venga meno con lui. Forse all’inizio erano immortali – e ciò renderebbe ragione di questo eccesso di potenziale non attuabile e il loro ostinato non rassegnarsi alla morte. Se fu così, a un certo punto, per ragioni che forse non ci saranno mai disvelate, dovettero cominciare a fare i conti con il tempo. Anzi con un tempo inesorabilmente ma strutturalmente insufficiente.
On avendo a disposizione il tempo degli Immortali – gli Immortali, come i Mortali sono irrimediabilmente abitatori del tempo – i Mortali furono costretti a costruirsi una forma sapienziale propria, dato che il loro evolvere li portava a divaricare sempre di più la loro traiettoria rispetto a quella del moto uniforme e immutabile degli Immortali. Gli uomini non hanno il tempo di seguire gli dei nella loro sapienzialità centrata e costruita sui cataloghi e sulle liste, sugli elenchi e le collazioni. (*) Gli dei bastava non dimenticare ciò che accadeva – ciò di cui erano spettatori o anche attori. Con un tempo sufficiente, si può ritenere ogni accadimento, il problema sarà semmai la capacità di memoria.
Ma i Mortali non possono attendere che le cose si dispieghino da sé, che da sé si offrano al loro sguardo.
Nondimeno, il loro evolvere li allontana dagli Immortali ma la loro necessità sapienziale permane.
E se gli Immortali non evolvono con i Mortali, i Mortali dovranno trovare una forma sapienziale diversa e propria.
Fosse l’unica via possibile, fosse quella più economica, o semplicemente quella che si presentò più facile, i Mortali stabilirono che sarebbe stato necessario possedere le cose, tutte le cose, senza doverle enumerare. Possederle non solo perché già essenti o accadute, ma anche – e forse soprattutto – perché e in quanto non ancora essenti, dovendo ancora accadere: possesso sincronico di tutte le cose, o di molteplici totalità di cose, in una cosa, possesso diacronico di una cosa non solo per ciò che è ed è stata, ma anche per ciò che sarà – la cosa come totalità nel suo dipanarsi nel tempo assegnatole.
(Segue)

(*) Eforo di Cuma scrive: “Se fosse possibile assistere personalmente a tutti gli avvenimenti, questa sarebbe di gran lunga la migliore forma di conoscenza” (Felix Jacoby, Die Fragmente der griechischen Historiker, Fr. 110): essere presente a ogni cosa che accade, questa è la sapienzialità del dio.

Back To Top