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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

23. I due alberi (3/3)

Una fantateologia consolatoria sussurra che se avessimo continuato con l’Albero della Vita, la sapienza di Jahweh ci sarebbe stata data un sovrappiù. Non pare che, da sé, l’immortalità sia madre di sapienza, mentre invece si fa sempre meno immaginaria la possibilità che la sapienza sia madre di immortalità – è la via che la Modernità ha imboccato, fra sussulti angosciati dal punto di vista psicologico e incessante sospingersi in avanti dal punto di vista tecnico.
E tuttavia la forma sapienziale degli dei della Grecia arcaica è decisa proprio dalla loro immortalità: senza l’incombere del tempo, gli Immortali possono presenziare all’accadere di ogni cosa – di sempre più cose, in infinitum. Non necessitano di algoritmi, universali o funzioni che siano, perché la loro può permettersi di essere una sapienza della singolarità, delle singole cose, di sempre più cose singole, una per una. Senza fretta, senza l’ansia del tempo misurato ai propri giorni.
L’Albero della Conoscenza è stata per noi la via brevior, anzi brevissima, alla sapienza, senza dover attendere i tempi dell’immortalità.
Che il peccato dei progenitori sia stato in verità un peccato di impazienza?
Se fosse così, i conti tornerebbero e avrebbe una ragione lo sforzo discreto ma immane che la nostra sapienzialità di mortali sta compiendo per recuperare ciò che, con la scelta nel Giardino di Eden, ha irrimediabilmente perduto.
Il quadro apre una prospettiva fantateologica non meno sconvolgente di quella adombrata dai Padri della Chiesa. Se si combinassero mitologia olimpica e mitologia edenica, cioè se per un attimo si immaginassero appartenenti ad un medesimo contesto tutto ancora da dettagliare, verrebbe quasi ovvio concludere che, in un passato per noi inimmaginabile, gli dei che noi abbiamo conosciuto in Grecia – chiamiamoli con il loro nome: gli Immortali – possano essere stati anch’essi in un Giardino di Eden ma che al serpente abbiano opposto la loro scelta di continuare a ignorare l’Albero della Conoscenza. Loro, i Primi Nati, potrebbero aver scelto l’Albero della Vita, conquistando goccia a goccia la sapienzialità degli individua, delle cose una a una, per incessante accumulazione.
Chi sarebbero allora gli Immortali, se non i Primogeniti di noi Secondogeniti, i nostri fratelli maggiori, che non furono mai cacciati dal Giardino di Eden?
In questo orizzonte fantateologico, noi, i Secondi Nati, i Fratelli Minori, per un tempo non quantificabile avremmo convissuto con i nostri fratelli maggiori ignorando chi fossero veramente.
Così la fantateologia dei Due Alberi. Suggestiva e sconvolgente. In misura tuttavia inferiore che  nell’ipotesi secondo cui l’albero al centro del giardino sia stato in verità uno solo (A. Magris, Il mito del giardino di ’Eden, III).
(Fine)

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