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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

22. I due alberi (2/3)

Perché immortalità e sapienza siano mutualmente incompatibili, è questione che si può lasciare al momento in sospeso – il dato inoppugnabile rimarrebbe anche se ne possedessimo la ragione.
Più accessibile – e forse interessante – è azzardare ipotesi sulla ragione della nostra scelta. Scelta sciagurata per ciò che ne è conseguito (ma, in una certa misura, anche per Jahweh), ma forse meno empia di quanto potrebbe sembrare se si considerasse davvero l’alternativa, cioè un’immortalità insapiente e dunque insipiente.
Da subito, viene spontaneo ipotizzare che l’incompatibilità non sia poi così assoluta se nel Giardino di Eden, Jahweh ha piantato l’uno e l’altro albero. Certo, Lui è Jahweh e noi siamo terra che viene dalla terra. Lui può reggere il peso della contraddizione, noi possiamo reggere solo uno dei due corni.
Eppure, non si può ignorare la domanda se l’immortalità sia davvero una scelta sopportabile per noi che siamo terra presa dalla terra.
Forse il nostro sguardo è falsato dall’essere figli della colpa, ma è decisamente più sopportabile la sapienza che l’immortalità per terra che viene dalla terra.
Ma la questione è quanto mai contorta.
Se all’inizio ci è stata posta davanti la scelta, significa che eravamo capaci sia dell’una che dell’altra. E fin qui, tutto combina. Non combina invece che dopo la nostra scelta ci sia rimasto l’insopprimibile desiderio (desiderium naturae lo chiama l’Aquinate soggiungendo peraltro che non potest esse inane) di immortalità. A parte la possibilità che l’immortalità non coincida necessariamente con il non-morire, rimane che se avessimo scelto l’immortalità verosimilmente saremmo rimasti col desiderium (altrettanto naturale) della sapienza e davanti a noi si sarebbe aperta una prospettiva di interminabile nostalgia e negazione di qualcosa da cui ci sentiamo spontaneamente e irresistibilmente attratti.
Quale delle due prospettive – sapienza senza immortalità o immortalità senza sapienza – sia la più dura, non è facile giudicare.
(Segue)

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