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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

7. Poveri ma uguali

Mentre, a destra, chi ha vinto le elezioni deve fare i conti con l’iperattivismo di un alleato perdente e con le incontinenze senili di un alleato non-vincente, a sinistra è il momento delle Grandi Domande.
Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?
Domande che a destra non sfiorano nemmeno l’intelletto più raffinato – bisognerebbe in effetti sapere almeno leggere e scrivere, oltre che a saper fare di conto (elettorale) – ma che a sinistra si pone anche chi intelletto non ha affatto.
Le risposte che l’intelligentsija organica sta dando sull’agorà virtuale messa a disposizione dal quotidiano La Repubblica, sono come al solito penetranti nell’analisi di ciò che non ha funzionato e desolantemente fuori tempo e fuori luogo nell’indicare possibili vie d’uscita.
Ne segnaliamo una fra le tante per aiutare il dibattito.
Mentre Ricolfi si affanna vanamente a suggerire che è l’antifascismo e l’egualitarismo sono campane crepe (si dice così qui in paese) che mascherano l’inesorabile nulla sottostante, i capicorrente più occhiuti stanno spingendo affinché si riprenda il dialogo con Giuseppi Conte, interrotto a suo tempo per il mancato appoggio al Governo Draghi.
Il dialogo coi cinquestelle è indubbiamente  un obbligo cui si arriva per esclusione di tutti gli altri, ma c’è anche dell’altro. Proviamo a chiarire. Giuseppi, sull’onda borbonico-meridionalistica per la quale il mantenimento del cittadino è dovere dello Stato ed è diritto del cittadino saccheggiare lo Stato nel caso che lo Stato sia inadempiente (ma anche a prescindere), ha inopinatamente riscoperto il tema della povertà – onore al merito. Così, con l’avvicinarsi dell’inverno delle bollette, mentre Letta giocava all’antifascista, Giuseppi si è riciclato come baluardo a difesa dei poveri invocando le virtù magiche del reddito di cittadinanza. Il quale, fra gli altri meriti, ha quello di incoraggiare a disoccuparsi, in modo da agevolare lo Stato nell’adempimento del suo dovere prioritario, cioè mantenere il cittadino. Insomma, la disoccupazione come virtù civica.
Così, in nome del venerabile e inossidabile istituto della clientela già previsto dal diritto romano, Giuseppi ha acquistato voti in prevalenza nel Regno  delle Due Sicilie nella logica della compravendita rigorosamente statuita dall’antichissima istituzione.
Ora: che succede alla sinistra se perde i poveri?
In fondo non succede nulla: a guardare alle cose (e non a ciò che ne dice l’intelligentsija organica), se il povero è convinto della possibilità di potersi riscattare da sé, non guarda certo a sinistra. Se aspetta il riscatto da altri – padrino locale o Stato che sia – c’è chi opera in questa direzione con ben maggiore efficienza che il PD (o qualsiasi altra reincarnazione della sinistra).
Il che pone inesorabilmente la questione se la sinistra abbia mai davvero avuto a che fare con la questione della povertà. E pone anche, inesorabilmente, la risposta: in fondo no. Perché alla sinistra è sempre interessata l’uguaglianza e non la povertà.
La ragione è quasi banale: combattere le diseguaglianze è infinitamente più facile – ed economico – che non combattere le povertà in base al principio secondo cui, per rendere uguali tutti, basta togliere tutto a ciascuno.
Non è difficile dimostrare che una società di eguali sarà sempre una società di poveri. Ed è per questo che a sinistra ci si è dati da fare, a partire almeno da Gramsci,  per sostenere esattamente il contrario, cioè per accreditare l’idea che combattere la povertà significa combattere le diseguaglianze. Basta leggere qualsiasi giornale per notare l’indebita identificazione.
Quindi combattiamo le diseguaglianze.
E la povertà? Per quella c’è sempre l’istituto arcaico della clientela, modernamente ridenominato come politiche assistenziali e minuziosamente edificato come assistenzialismo di Stato da generazioni di giuseppismo più o meno sfrontato e acefalo.

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