8. Demeriti nel merito
Riassumiamo traducendo dal sinistrese l’articolo sulla bufalinità del merito secondo Michela Marzano (La Repubblica, 4 novembre 2022).
Il merito è un mito. Anzi no, una bufala.
Primo perché è di difficile definizione.
Vediamo. Agostino diceva a suo tempo che se nessuno gli chiedeva cosa è il tempo, lui sapeva benissimo che cos’era. Se però qualcuno glielo avesse chiesto e lui avesse voluto definirlo, non sarebbe stato in grado di farlo. Se vale per il tempo, figuriamoci per il merito. Più un altro mezzo milione di altre cose con cui abbiamo a che fare quotidianamente e che saremmo in gravissime difficoltà a definire. Stando alla filosofa, anche il tempo sarebbe un mito. Anzi una bufala. Qualche filosofo ha fatto finta, in effetti, che non esistesse, ma dopo un po’ (di tempo), anche lui, come tutti, ha tirato le cuoia.
Secondo, perché il successo non è mai ascrivibile solo al merito.
Ci sono le circostanze: cioè c’è chi parte più favorito e chi meno. Dunque non è possibile stabilire se il successo sia da ascrivere al merito o alle circostanze. Dunque il merito è un mito. Anzi una bufala.
Sillogismo non proprio barbara – che sarebbe quello più perfetto e inattaccabile – ma che mostra con indubitabile chiarezza come i filosofi, commentando sui giornali, passino inesorabilmente dall’argomentazione all’omelia.
Per argomentare che successo e merito non sono grandezze proporzionali, non serviva l’autorità ci Goethe o di La Rochefoucauld allegata dalla filosofa a suffragio della tesi.
Che siano grandezze inversamente proporzionali, non basta a dimostrarlo il nepotismo di docenti universitari e primari ospedalieri.
Non potendo la filosofa morale immaginare l’esistenza di un’umanità che opera costantemente in un ambiente competitivo e che l’intelletto ci è stato gentilmente offerto soprattutto per affrontare e gestire le circostanze, si ferma al rimpianto per le promesse disattese dell’égalité – cioè unicuique idem rendere, rendere a ciascuno non il suo, ma a tutti la stessa cosa.
Povera filosofia morale.
Così, invece di chiedersi se non sia l’égalité a essere mito e bufala, dato che ci siamo evoluti proprio nella lotta quotidiana per gestire le circostanze, invita a ritornare all’Ottantanove parigino, del quale la sua memoria ricorda solo un terzo – l’égalité, appunto.
Riscoprire l’uguaglianza, dunque.
Per farla breve: siccome il merito alla fine non conta – è mito e bufala – e i nostri giorni sono decisi dalle circostanze, dimentichiamo il merito e uniformiamo le circostanze. Non solo quelle che configurano le condizioni di partenza, ma anche quelle che disegnano ogni singola tappa del nostro percorso. Circostanze iniziali e circostanze d’esercizio.
Se tutti possono contare sempre sulle medesime circostanze, il merito diventa irrilevante.
Così realizzeremo il sogno finale all’Ottantanove parigino, cioè dell’uguaglianza: diventare intercambiabili. Cioè non solo l’uno vale uno, ma addirittura l’uno vale l’altro. Così, a parità costante di circostanze iniziali e di circostanze d’esercizio, saremo finalmente è veramente uguali.
Come un pupazzetto di plastica stampato in milioni di pezzi, che non soffre quando il suo merito non viene riconosciuto.