31. Parabole platoniche
Quelli che Platone racconta, quando la sua fatica sapienziale si ritrova col fiato corto quanto ad argomenti, non sono miti. Sono parabole. Il mito la verità deriva da ciò che si suppone accaduto – e che per ciò si racconta. Nella parabola è l’accadere che vien fatto derivare dalla verità che si ritiene di dover presentare – e che perciò non è affatto necessario che accada, bastando solo che possa accadere.
Che la parabola poi possa originare da un mito – o un mito da una parabola – è questione che merita altra e specifica attenzione.
Aristotele – quello degli scritti esoterici, dato che degli essoterici, che si immaginano di derivazione platonica per tesi e forma, non possiamo dire nulla di compiuto e non congetturale – quando non trova argomenti semplicemente va oltre parlando d’altro. O si accontenta di ragioni che non lo sono.
Platone, quando non trova, costruisce. Ciò che rende sospette e inaccettabili, in fondo, le sue parabole, non è la forma parabolico-narrativa: è il loro incastrarsi senza sbavature, senza aggiustamenti o riserve, negli iati che il suo argomentare – adulterato ma serratissimo – non riesce a colmare. Così il racconto chiude perfettamente il vuoto presentandosi come poetica e spesso geniale ipotesi ad hoc.
La parabola della caverna è complessa e studiatissima in ogni dettaglio – tutto deve corrispondere e nulla può essere lasciato in ombra o indeterminato. Nessun mito è esente da ombre o da indeterminazioni, le une e le altre essendo marchio inconfondibile della loro genuinità, cioè del loro non essere stati confezionati ad hoc. E sono proprio le ombre e le indeterminazioni ad attrarre, perché alludono a una sapienzialità che non dipende da noi.
Che non tutto si possa dire argumentative, che anzi il veramente rilevante non si possa davvero dire argumentative, non è né scandaloso né inaspettato. Wittgenstein, tuttavia, a norma di Tractatus, di fronte a ciò che non si può dire avrebbe taciuto, invece di inventare come fa Platone. E anche Aristotele, pur senza raggiungere l’estremo del Tractatus, si ferma dove si ferma l’argomentare. Né l’uno né l’altro sono intaccati da velleità sacerdotali-oracolari come lo è Platone, la cui narrativa è assimilabile più a suggestioni neotestamentarie che esiodee. Ma il mito è forma sapienziale non più ammessa dopo lo strappo di Talete – per questo Esiodo non è annoverato fra i sophoi.
Che Platone abbia fatto ricorso alla narrazione quando la dialettica si spegne, fa parte dell’istrionismo del personaggio. Ma che alle sue parabile sia stato dato il credito che è stato dato, nonostante la posizione inequivocabile di Aristotele subito dopo di lui, non può che indurre al sospetto. Il sospetto che, al fondo della sapienzialità inaugurata in proprio dai Mortali, stia ancora e sempre la nostalgia per la sapienzialità del dio.