25. Nascita dell’eterno (2/2)
Se i Mortali hanno necessità di dare un disegno ai loro giorni, allora hanno bisogno di un fondale su cui tracciarlo. Quel fondale, fino a un certo punto della storia dell’Occidente, sono sempre stati gli dei. Il fondale è ciò che separa e preserva dal nulla e separa e preserva nella misura in cui è stabile e incontrovertibile. Vuol dire che non bastano dei che siano semplicemente Immortali – così miseramente commensurabili con noi Mortali – ma necessitano dei che possano essere Dio, dei che siano indiscutibili e inconfutabili, cioè incommensurabili e inattingibili, dei a cui poter guardare da infinitamente lontano.
Che abbiano un nome – o questo o quel nome – o che non ne abbiano, che siano uno o molti, non è così rilevante, all’inizio. E’ rilevante, all’inizio, come premessa e cardine di tutto, la stabilità incompromissibile del fondale, l’intangibilità, l’assolutezza della superficie ontologica su cui poter continuare a disegnare la forma del proprio mortale esistere.
Parmenide coglie l’abbacinante necessità del fondale, della integrità non alterabile del fondale. E lo delinea per spoliazione di tutto ciò che può, in qualsiasi forma o misura, comprometterne la irrinunciabile incommensurabilità rispetto a ciò cui i Mortali possono arrivare.
L’eon di Parmenide è costruito con oro passato infinitamente volte nel crogiolo, fino a lasciarvi – la Grande Opera – solo ciò che non può essere altrimenti, definitivamente e immutabilmente – compatta assolutezza del fondale a forma di sfera su cui ogni disegno è tracciabile senza compromissione alcuna della superficie.
L’essere di Parmenide non ha bisogno di dei – è già Dio. Che sia la dea a portarlo alle porte della rivelazione finale, non la rende necessaria all’essere, la rende necessaria, eventualmente, al Mortale che guarda oltre Lei. Se gli dei non possono essere Dio, tanto peggio per gli Dei: e per Parmenide gli dei non sono e non possono essere Dio. Sono al di qua, sulla nostra stessa riva. Tutt’al più possono indicarci l’altra riva.
Ogni dio che ambisca ad essere Dio, dopo Parmenide, avrà stabilmente i tratti dell’eon, con poche trascurabili aggiunte, e infinite variazioni sul tema.
Se e quanto Parmenide sia stato consapevole di aver detto di Dio, è questione irrisolvibile. Ma anche chi è venuto dopo di lui, solo raramente ha avuto piena consapevolezza che dire dell’essere è inevitabilmente dire di Dio.
(Fine)