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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

26. Tramonto dell’Occidente? (1/2)

Un salto all’altro capo della nostra storia sapienziale, solo per segnare il (provvisorissimo) punto d’arrivo e delimitare, per non perdersi lungo il tragitto, contorto come nessun altro..
L’Occidente nasce con lo strappo sapienziale compiuto (quanto consapevolmente non lo sapremo mai) da Talete sul confine fra Oriente e Occidente. Talete guarda verso la Grecia e non verso l’Asia. Ciò che Platone per primo chiamerà filosofia è la forma sapienziale dell’Occidente. Forma unica e non ripetibile a meno di non diluire l’una o l’altro.
Ed eccoci all’altro capo della nostra storia sapienziale: l’occidentalizzazione del mondo, cioè la globalizzazione. Detto troppo su occidentalizzazione, troppo poco si è detto su mondo.
La definizione di mondo non si trova in naturalibus e non sorge spontaneamente. Non è il nome che si dà a una cosa che si presenta, chiara, distinta, definita. Mondo è una costruzione. Ed è costruzione niente affatto banale. Per di più, non è  nemmeno indispensabile – le Upanishad o l’I-Ching non ne portano traccia.
Parlare di mondo significa aver acquisito il senso della totalità e aver acquisito il senso della totalità significa che, parlando in una certa forma di una certa cosa, quel parlarne vale per tutte le cose possibili.
Ecco: la totalità. La totalità è il discrimine. La totalità è ossessione tipicamente occidentale ed è il marchio della nostra forma sapienziale fin dagli inizi. Panta plere theon, scrive Platone riferendo una delle tesi di Talete – panta, cioè tutte le cose, la totalità delle cose, la totalità, insomma. E da Talete, secondo che scrive Aristotele, è cominciata la ricerca delle archai panton, e le archai sono archai se e solo se – e proprio perché – lo sono dei panton cioè dei tutti – che in un secondo momento diventerà il kosmos, la totalità ordinata delle cose. Va detto che commentatori e critici si sono accaniti quasi sempre sull’arché e quasi mai sui panta, dimenticando che se l’arché non è arché dei panta (panton), non è nemmeno arché, mentre i panta continuano ad essere panta anche senza arché – o con arché in via di definizione.
L’Occidente è sorto con l’ossessione della totalità. E l’Occidente ha perseguito nella sua storia l’allargamento del proprio orizzonte – colonizzando fino a quando ha potuto, esportando saperi e tecnica quando non ha più potuto.
La globalizzazione è l’ultimo esito dell’ossessione totale dell’Occidente – è irrilevante come andrà a finire. Ci siamo arrivati, e ci siamo arrivati perché l’Occidente ha spinto inesorabilmente in quella direzione. Va da sé che allargare l’orizzonte fino a includere il mondo – la totalità definitiva, allargare la quale è al momento impossibile – significa nel frattempo costruire, anzi, ri-costruire, o meglio ancora, riconfigurare il mondo a propria immagine e somiglianza, a immagine e somiglianza di chi ha visto per primo il mondo come mondo, cioè come totalità.
(Segue)

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