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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

36. Il Soggetto sottinteso (1/3)

Se Tommaso d’Aquino fosse stato uno storico della filosofia, nell’affrontare Parmenide e nel constatare che per lui esiste solo il noein, l’intelligere, avrebbe commentato più o meno come segue.
Per Parmenide non esistono propriamente gli intellecta. Soprattutto non esiste l’intelligens. Esiste l’atto, non l’agente. Se l’esse è originariamente e univocamente l’essens – l’essente, cioè l’agente l’essere – l’intelligere è intelligere e basta e non si dà un intelligere di un intelligens.
Porre un agente dell’intelligere, del noein, terremoterebbe in verità tutta la dorica architettura di Parmenide – e la dea non ne fa cenno nel suo discorso – perché sarebbe impossibile sostenere la perfetta univocità parmenidea dell’esse, dato che einai te kai noein, esse et intelligere, sono il medesimo. Ma porre un agere senza un agens finisce col rendere impossibile un discorso qualsiasi anche sull’agere.
Evidentemente Parmenide considerava irrilevante l’intelligens. E forse per come immaginava lui l’intelligere, davvero non era necessario un intelligens. È necessario allora ipotizzare un agere senza un agens, nella prospettiva di Parmenide? Il noein parmenideo è un intelligere absolute, senza vincoli, senza condizioni, senza causalità. Semplicemente è, come il suo esse. E per giunta è anche un intelligere senza intellecta – sarà Platone, poi, a compiere questo passo fatidico. Rimanendo tuttavia nell’ambito dell’ontologia parmenidea, è sostenibile l’ipotesi che il suo intelligere possa essere un seipsum intelligere – cioè che l’intelligere sia anche intellectum – è il passo che farà Aristotele con il suo noesis noeseos semplicemente traendo un’ovvia conseguenza dalla premessa parmenidea. Da notare, di sfuggita e con qualche sconcerto, che il passo salta totalmente la conseguenza ancora più ovvia e immediata – per noi – della premessa parmenidea: cioè che l’intelligere seipsum sarebbe prima di tutto consapevolezza di sé.
Tornando all’intelligens del tutto ignorato da Parmenide, non si può non notare che affermare l’identità di noein ed einai – o anche solo una meno pretenziosa adaequatio rei et intellectus – viene immensamente più facile in assenza di un intelligens, di un agens intelligere. L’intelligens è inevitabilmente causa di perturbazioni, un tertium fra esse e intelligere che innesca una specie di ontologico problema dei tre corpi alla fine inestricabile – una ovvietà (apparente) come un esse intelligens esse è inimmaginabile da Parmenide, anche perché, data la sua equazione, non vi si potrebbe mettere di fronte un intelligere essens intelligere che è palese tautologia: einai e noein non sono simmetrici e se non sono simmetrici ancora meno possono essere identici.
Tommaso, con la sua predilezione per i paralleli, suggerirebbe nella sua esegesi parmenidea che, come l’intelligere non è actio intelligentis, l’azione di un intelligens, così l’esse non è actio essentis, l’azione di un essente, ma l’una mero actus intelligendi e l’atra mero actus essendi.
Poiché per Parmenide l’esse non è acuts ma status, dato che agire importa divenire, moto dal non-essere all’essere e poi di nuovo al non-essere, se si afferma la loro identità (di nuovo saltando la conseguenza più ovvia e immediata: che cioè l’intelligere è actus e non status e che quindi è ardua l’identità fra i due)  allora tutto ciò che si predica dell’esse (cioè che l’intelligere predica dell’esse) dovrà valere anche per l’intelligere, che sarà dunque uno, immobile, eterno, rotondo.
(Segue)

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