Il giorno dopo… (2/3)
Aristotele fa piazza pulita delle nostalgie teologiche di Platone (quanto sincere, è questione da indagare a parte), senza esitazioni e senza rimpianti.
Platone, parmenideo anche dopo il parricidio sapienziale, vede i Molti come una sorta di concessione, di eccezione strappata all’Uno – è la sua nostalgia teologica di un divino che sia dio.
Se a essere non è solo l’Uno, che una sia almeno la Totalità di ciò che è.
Assassinato dalla generazione sapienziale precedente, Parmenide è questione che Aristotele guarda con sovrano distacco, non avvertendo minimamente la colpa di ciò che ex anankes, di necessità (quindi, alla fine, incolpevolmente), Platone è stato costretto a fare.
Quanto poco sia interessato Aristotele all’unità – che la Totalità sia davvero una – appare di evidenza abbacinante nella moltiplicazione dei motori immobili: non è la Totalità ragione delle cose, ma ogni cosa ha la sua ragione. Alla fine, quasi per ovvia consequenzialità, se ogni cosa ha una ragione, tutto avrà una ragione – unica o articolata, è sotto questo aspetto irrilevante. Totale e irrevocabile negazione di ogni prospettiva teologica.
E’ di altrettanta evidenza che, fuori da un orizzonte teologico, le cose siano decisamente più accessibili che non la Totalità e che i Molti siano decisamente più alla portata che non l’Uno. Se poi percorrendo la via dei Molti, si giungerà a intravedere l’Uno tanto meglio (forse) – decisamente peggio è motivare i Molti partendo dall’Uno, questione che segna tutta la storia della sapienzialità occidentale e che nessuno risolvere in forma minimamente convincente.
Aristotele è allora per una teogonia al contrario, nella quale perfino l’Uno diventa Molti (cinquantacinque, per l’esattezza) e mai, in alcun passo né in alcuna tradizione collaterale, Aristotele si è mai posto il problema di un super-motore immobile che conferisse unità ai Cinquantacinque. Paradossalmente è il mosso – cioè il complicato sistema dei cieli – a conferire unità ai moventi.
(Segue)