Il sacrificio della forma (1/3)
Il cardine della sapienzialità aristotelica è dunque il telos e la sua sapienzialità è telologica. E, a ben guardare, una telologia teologica, una teologia della finalità. La quale si costruisce a prezzo della forma – la forma, l’eidos, il cardine della sapienzialità platonica. Il fondo, il fine spossessa la cosa di ciò che la cosa è perché la orienta ad altro che essa non è. E la forma si definisce in relazione al fine, anzi, il fine è la forma e la forma è spossessata da ogni autonomia ontologica. Il ciò-che-è della cosa si subordina al ciò-che-deve essere la cosa e che ancora non è. Difficile salvaguardare dignità ontologica alla causa formale, quando è la finale che determina, a meno che la causa formale sia il nome dello stadio raggiunto dalla cosa lungo il percorso verso il fine, una sorta di istantanea lungo
il corso del conseguimento del fine.
Ma se la causa formale è spossessata dalla causa finale, la cosa diventa mera causa mediale per il conseguimento del fine, instrumentum finis.
Paradossale che la cosa diventi instrumentum sui – uno degli infiniti casi di autoreferenzialità che segnano inesorabilmente, cioè strutturalmente, la sapienzialità dei Mortali. E, paradosso nel paradosso, la cosa può essere sacrificata al suo telos – il ciò-che-è al ciò-che-deve essere, la forma al fine. E se l’esser sacrificata compie effettivamente il fine, allora apparterrà alla sua forma anche l’esser sacrificabile e, il passo è brevissimo, il dover essere sacrificata – bruciare la strega sul rogo per salvare la sua anima.
Terrificante subalternazione e paradosso del fine.
(Segue)