Il sacrificio della forma (2/3)
Aristotele non va così lontano nelle conseguenze delle sue premesse. Anche perché la sua ossessione, il suo problema è il moto, come per Platone lo furono i molti.
Nella prospettiva aristotelica la separazione tra forma e fine è irrinunciabile, perché altrimenti non si darebbe moto. E la separabilità comporta, ovviamente, un’autonomia della forma rispetto al fine – se coincidessero, di nuovo, il moto non si darebbe. E’ evidente come Aristotele accordi dignità ontologica (non pari, ma comunque dignità) alla forma. Ma è un’autonomia che è, alla fine, mero pretesto, un mero stabilire una distanza perché vada colmata. L’ambiguità della prospettiva aristotelica sta nel costruire un’ontologia della forma e un’ontologia del fine. E solo dopo aver aperto la questione del fine, si coglie quanto provvisoria sia l’ontologia della forma. Non può negarla, ma non può sottrarla al fine.
Ma se la cosa è mezzo per il proprio fine, non ha propriamente necessità di una forma. Quanto è rilevante la forma di un mezzo, purché adeguata al fine? A meno di mostrare la necessità che il fine comporti una e una sola via per essere conseguito, la forma è un’opzione. Se la cosa vale per ciò che deve essere e non per ciò che è, la forma è solo convenienza in vista del fine.
All’altro capo della storia sapienziale dell’Occidente, Heidegger guardava con timore e tremore alla riduzione delle cose a Bestand a causa dello spirito (tecnologico) del tempo – suo e nostro.
Era perfettamente consapevole che non c’era stato alcun pervertimento nel considerare le cose, anzi l’esser-cosa. E’, semplicemente, il compimento della prospettiva della finalità. Quando a qualcosa si assegna un fine, è inevitabile, per quanto niente affatto conseguente, che quel qualcosa sia riconfigurato come mezzo. La cosa compiuta non è la cosa in attesa di compimento ed è immediato considerare la cosa in attesa di compimento come mezzo per giungere alla cosa compiuta – perché la cosa è ciò che è più alla portata di se stessa, perché rispetto a se stessa la cosa non è un’alterità da adattare, perché usare una cosa per quella cosa stessa è il massimo del principio di economia. Così, l’introduzione della causa finale, istituisce conseguentemente la causa mediale.
Se la causalità finale introduce una separazione nella cosa stessa riducendola a mezzo – a Bestand – a maggior ragione sarà mezzo un’altra cosa (o altre cose) se necessita anche il suo (loro) concorso per il conseguimento del fine.
(Segue)