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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

Indifferentia entis (2/2)

L’affermarsi dell’universale e della sua infinita combinabilità in algoritmi, è il trionfo dell’artificio.
Dei naturalia, cioè delle cose nella loro irrisolvibile singolarità, non è più interessante sapere – la furfanteria con cui verrà proclamato che individuum ineffabile est.
L’ardua sfida delle cose nella loro brutale, fin troppo spesso opaca e spesso aculeata singolarità, viene abbandonata a favore delle cose-universali delle quali tutto è già dato perché non dipendono dalle cose ma da ciò che configura l’universale – il logos logi(ci)zzante – Guglielmo d’Occam dirà che “proprie loquendo, scientia naturalis non est de rebus corruptibilibus” (Super VIII Libros Physicorum, Prologus).
All’alba della Modernità, Hobbes andrà oltre fino ad affermare che “la scienza si può dare soltanto degli oggetti per i quali è disponibile un modulo di generazione” (A. Gargani, Hobbes e la scienza, cap. 5, 3). Giovanbarttista Vico, anche se di tutt’altra provenienza e con tutt’altra prospettiva, ribadirà con totale convinzione. La philosophia naturalis nel frattempo costruirà minuziosamente quei moduli che dilagheranno lungo tutto l’Ottocento dando forma a un logischer Aufbau der Welt e si arriverà fino definire esaustivamente le cose-universali della fisica (spazio, tempo, forza e via dicendo) attraverso l’uso che se ne fa nella costruzione.
Solo ciò che costruiamo è sapienzialmente posseduto e dunque la Welt, il mondo, è artificio supremo, totalmente e indefinitamente manipolabile.
Un passo ancora e dalla Welt als Aufbau si sarebbe arrivati alla Welt als Spiel, anzi als Gesamtspiel, il gioco totale, cioè il gioco della Totalità – il gioco degli scacchi non necessità di alcun aggancio alle cose. Ed è un mondi definito, coerente e autoreggentesi. Avendo sufficiente visionarietà, se ne potrebbe fare il modello di un mondo.
La sapienzialità dei Mortali , alla fine (cioè fin dall’inizio), è gioco. Ed è questo il prezzo pagato agli Immortali per la rinuncia alla loro forma sapienziale.
Tuttavia, il gioco non necessita di rimandi fondativi. Deve solo funzionare.
Se la forma sapienziale a noi accessibile è gioco, il mondo che ne risulta sarà il Gioco Totale – Gesamtspiel. Mentre le cose, nella loro indomabile individuità, continueranno a rimanere là, opache e indifferenti, ai margini del gioco, spettatrici divertite della nostra ossessività costruttiva.
Cosa siano le cose – cosa noi siamo, perché alla fine il nostro posto è fra le cose nella loro (e nostra) inesorabile singolarità individua – ci è interdetto. Ma in fondo noi siamo per la sapienzialità come gioco e cosa siano le cose non ci interessa fino al punto da scegliere di rinunciare al gioco.
Se non altro perché ci lusinghiamo di esserne i giocatori, anche se, alla fine, anche noi ci ritroviamo ad essere pedine sull’immensa scacchiera del Tutto.
(Fine)

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