Indifferentia entis (1/2)
La storia sapienziale dell’Occidente, ha luogo perché le cose sono radicalmente e inesorabilmente indifferenti a ciò che ne diciamo. A tutto ciò che ne possiamo dire.
I primi a tirare la sconfortante conclusione furono i sofisti, portatori (e costruttori) di una forma sapienziale che giudicare per la sua eticità è semplicemente ridicolo e spesso non esente da istrionismo e furfanteria sapienziali.
I sofisti furono i primi (e gli ultimi per lunghissimo tempo) a tirare questa sconfortante conclusione:
una volta liberatasi degli dei, la sapienzialità dei mortali non poteva non liberarsi delle cose, dato che la sapienzialità arcaica era sapienzialità di cose, una per una, nella sua individuità e ingombrante complicatezza. E a regolarsi di conseguenza: se universali e algoritmi per combinarli – che hanno preso fin dall’inizio il posto delle cose e dei loro interminabili elenchi – sono immensamente più manipolabili, perché nasconderselo o fare finta?
Se l’indifferentia rerum ha liberato i Mortali da ogni condizionamento, ciò che ne ha preso il posto è stata la parola computante – logos prima e ratio poi – che sulla sua sola capacità di computazione, non su una inesistente misura nelle e delle cose, ha dovuto fare affidamento. Il campo ormai libero da ogni riferimento a qualcosa di terzo che facesse da riferimento e misura, ha d’altra parte reso possibile ogni possibile combinazione a seguito di ogni possibile manipolazione – dal fiorire delle archai (dall’acqua di Talete al nous di Senofonte) alla raffinazione riduzionista estrema dell’eon, dalle teologia delle forme di Platone alla telologia del mutamento di Aristotele.
Tuttavia, l’irrilevanza delle cose dispensa dal saperne, ma non dal dirne: ed ecco la cosa-universale e il moto-funzionamento disposti in una totalità di cose-universali combinate algoritmicamente in moti-funzionamenti. All’inizio, il tentativo di mantenere le cose-universali come specchio delle cose, ma poi le cose-universali come vicarie delle cose. Platone, sulla scorta di Parmenide, formalizzerà l’inversione con la dottrina dell’incommensurabile superiorità ontologica degli eidos sulle cose per dire le quali erano stati evocati.
(Segue)