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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

41. Vittime sintattiche – Syntactic victims

Aristotele imputa a Socrate la definizione della definizione.
Perché mai proprio Socrate?
Perché mai il sofista, divenuto ancora più sofista in nome del dio?
Perché mai il rinunciatario della sapienzialità dei mortali, colpito sulla via di Delfi dal dardo avvelenato di Apollo, tardivamente convertito alla sapienzialità arcaica, devastatore della sapienzialità dei mortali attraverso il suo esito più estremo – la sofistica, appunto?
La sofistica, a ben vedere, operava in assenza di definizioni. La sua forza inarrestabile era il pollachos legetai di una medesima parola – radice prima dell’aequivocitas entis che solo una precarissima autodisciplina nel dire riuscirà, di tanto in tanto, a convertire in analogia entis.
La possibilità di argomentare a un tempo a sostegno e in contrario a una medesima cosa sotto lo stesso aspetto, riposa saldamente sulla mancanza di un perimetro definito, appunto, e dunque condivisibile di quella cosa.
Gli interlocutori di Socrate, non usi a questo dettaglio iniziale – e questa era la trappola di Socrate – non ne coglievano la decisività ai fini del confronto dialogico che ne seguiva. Quando se ne accorgevano, era troppo tardi. Ma anche se Socrate avesse consentito a ridare un’altra possibilità all’interlocutore ritornando indietro fino all’inizio del confronto e consentendogli di definire altrimenti la cosa, non sarebbe cambiato nulla: l’interlocutore, non uso alla definizione (non a questa o quella definizione), sarebbe stato in ogni caso inchiodato alla definizione che avesse scelto.
L’irresistibilità argomentativa dei dialoghi platonici sta nella costruzione di un perimetro definitorio quasi a insaputa dell’interlocutore e nel mascherarne il potenziale distruttivo nei confronti di tutto ciò che in quel perimetro non rientrava o poteva non essere fatto rientrare.
Va da sé che è totalmente irrilevante se le definizioni di Socrate fossero le migliori possibili o addirittura quelle vere (qualunque cosa significhi la verità di una definizione): la definizione è sempre e comunque una efficientissima trappola argomentativa ad excludendum. La verità non c’entra nulla: il processo argomentativo efficace è sempre questione di sintassi, mai di semantica – lo diventerà con la Modernità, ma solo perché il nostro sogno inconfessato di moderni sarà quella di ridurre la semantica alla sintassi.
Vinto nell’agone dialettico, l’interlocutore era una vittima offerta al dio di Delfi che aveva consacrato a sé il nolente Socrate, il quale, grazie alla stupidità abissale di Cherefonte, fu condannato a offrire incessantemente  sacrifici ad Apollo.
Il dialogo platonico è un sacrificio. E come tutti i sacrifici impone violenza sulla vittima, che sia toro o agnello.
E Socrate, sacerdote controvoglia del dio, non ha risparmiato né il toro né l’agnello.

Aristotle imputes to Socrates the definition of the definition.
Why Socrates in particular?
Why this sophist, who became even more sophist in the name of the god?
Why on earth would the renouncer of the wisdom of mortals, struck by Apollo’s poisoned bolt on the way to Delphi, belatedly converted to archaic wisdom, devastator of the wisdom of mortals through its most extreme outcome – sophistry, indeed?
Sophistry, looking more closely, operated in the absence of definitions. Its irrepressible force was the pollachos legetai of the same word – the first root of the aequivocitas entis that only a very precarious self-discipline in saying will succeed, from time to time, in converting into analogia entis.
The possibility of arguing at the same time in support and against the same thing under the same aspect rests firmly on the lack of a defined and therefore shareable perimeter of that thing.
Socrates’ interlocutors, not used to this initial detail – and this was Socrates’ trap – did not understand its decisiveness for the purposes of the following dialogic competition. As soon as they realized its decisiveness, it was too late. But even if Socrates had consented to give the interlocutor another chance, by going back to the beginning of the  dialogic competition and allowing him to define the thing differently, nothing would have changed: the interlocutor not used to definition in general (and not to this or that definition) would in any case be nailed to the definition he had chosen.
The argumentative irresistibility of the Platonic dialogues lies in the construction of a defining perimeter almost unbeknown to the interlocutor and in masking its destructive potential towards everything that does not fall within that perimeter or can be not-included.
It goes without saying that it is totally irrelevant whether Socrates’ definitions were the best possible ones or even the true ones (whatever the truth of a definition means): the definition is always and in any case a very efficient ad excludendum argumentative trap. The truth has nothing to do with it: the effective argumentative process is always a question of syntax, never of semantics – it  will become so with Modernity, but only because our secret dream of moderns will be to reduce semantics to syntax.
Won in the dialectical arena, the interlocutor was a victim offered to the god of Delphi who had consecrated to himself the unwilling Socrates, and Socrates, thanks to the abyssal stupidity of Chaerephon, was condemned to incessantly offer sacrifices to Apollo.
Platonic dialogue is a sacrifice. And like all sacrifices it imposes violence on the victim, be it bull or lamb.
And Socrates, this unwilling high priest of the god, spared neither the bull nor the lamb.

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