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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

19. Ontologia dell’ingranaggio

Non c’è nulla di più meccanico dell’omne quod movetur ab alio movetur (Summa theologiae, I, q.2, art. 3).
E non c’è nulla di più industriale che il principio di individuazione definito come materia signata quantitate (De ente et essentia, 2).
La trasmissione del moto dal movente al mosso è la funzione formale e formante dell’ingranaggio. L’ingranaggio è in effetti il movente diretto (e spesso anche il mosso diretto) di una sequenza finita di trasmissione. Di ascendenza aristotelica, il teorema del moto è configurato perfettamente per il moto artificiale, nel quale movente e mosso sono compiutamente identificabili.
Tra gli artefacta si dà necessariamente trasmissione del moto perché nessun artefactum ha un suo moto naturale derivante dal suo essere ciò che è, ma nella ricostruzione aristotelica della trasmissione del moto, lo stesso accade anche ai naturalia, nessuno dei quali ha un moto naturale come ha un luogo naturale – il moto inerziale sarà scoperta del più meccanico dei fisici anche se poi, per non osare di fingere ipotesi, lo equiparerà alla quiete, che è immobilità in attesa del passaggio all’atto, destinata a rimanere tale se non interviene un terzo esterno.
La premessa vera della meccanica dell’omne quod movertur ab alio moevetur è l’immobilità dei mobili, che rimarrebbero perennemente mobilia senza diventare mai mota in assenza di moventia che muovano la capacità di moto dei mobilia. Il moto non è mai possesso, ma è solo trasmesso. Nella fisica meccanizzata di Aristotele, l’unico movens che ha un suo motus naturalis è il primum movens a cui si deve, per via di trasmissione causale gerarchica, ogni moto possibile dei mobilia.
E una volta cessata la motio del movens il motum ritorna ad essere mobile fino a successiva trasmissione del moto. È lo schema del moto a ingranaggi: un ingranaggio gira solo se un altro ingranaggio lo fa girare, altrimenti il meccanismo rimane una rete di mobili che nulla muove al moto, trama di mobili immobili destinata alla immobilità se niente la mette in moto.
La Totalità aristotelica, per quanto la si voglia accreditare come spontaneamente animata dalle forme, è una totalità che subisce il moto e lo subisce fino a che il movente lo comunica, perché la vocazione dell’essere, per tutta la storia della Grecità a partire da Parmenide, è vocazione all’immobilità. Il moto è un subire, una passio rerum che rende il moto sempre e comunque un moto ontologicamente violento.
Un meccanismo smisurato che non ambisce ad altro che ad essere spento.

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