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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

24. Noumeno elettronico

Nella dimensione quantistica, un elettrone, dopo sollecitazioni sperimentali inaudite, può mettere a nostra disposizione o la sua posizione o la sua velocità. Da qui a immaginare che l’elettrone, se ha velocità, non ha posizione e se posizione non ha velocità, lo scivolamento è inevitabile. Soprattutto se non c’è chiara e definitiva consapevolezza che posizione e velocità sono qualcosa di rilevante per noi, non per l’elettrone. Da ciò segue che il paradosso di un elettrone veloce senza posizione o immobilmente posizionato, non è nella cosa ma in ciò che noi ne diciamo.
Immaginando una forma di realismo quantistico, si dirà che il mondo quantistico è accessibile solo per sprazzi probabilistici – noumeno kantiano che, a seguito di una ontologia opportunamente architettata a giustificazione, ci si disvela nella misurabilità discontinua dei suoi fenomeni. Di contro, una forma di nominalismo quantistico dirà che la teoria è un’architettura complessa per tentare di dire ciò che quella medesima teoria dice che non è possibile sapere – come l’angelologia di Dionigi Aeropagita. In questo caso ipotizziamo il noumeno dopo aver deciso che il fenomeno è fenomeno di un noumeno e, nell’impossibilità di misurare il rapporto fra noumeno e fenomeno, il noumeno diventa alla fine qualcosa di ridondante e trascurabile, bastando il fenomeno a se stesso.
Se l’elettrone esista o non esista quando non lo misuriamo, è problema decisamente nostro e non dell’elettrone. In termini kantiani, particolare appropriati al caso, la questione si potrebbe tradurre: può esistere il noumeno senza un fenomeno che lo manifesti? O anche: è possibile che il noumeno non esista quando un fenomeno non lo manifesti? Da qui a porsi la questione se il noumeno esista davvero anche in presenza del fenomeno, il passo è immediato. Se l’elettrone esiste solo quando lo misuriamo e proprio perché lo misuriamo, non c’è alcuna necessità di ipotizzare un noumeno elettronico che supporta l’elettrone fenomenico. E, per conseguenza, mantenendo lo schema kantiano, l’elettrone di cui si misurano posizione o velocità non sarà fenomeno di un noumeno elettronico, ma fenomeno della teoria che così prescrive – teoria-noumeno, quindi.
Il che ci riporta all’inesorabile circolo vizioso nominalistico: se noi costringiamo l’elettrone a esistere solo in presenza di prove sperimentali definite, l’esito della prova ci dirà molto sulla prova, ma nulla su ciò di cui la prova dovrebbe essere prova. L’inaccessibilità del noumeno è premessa alla sua irrilevanza e, diventato irrilevante il noumeno, a noi non resta che giocherellare con i fenomeni. E poiché per quanti fenomeni si accumulino, non riusciranno mai a diventare noumeno, è inevitabile che, diventato irrilevante il noumeno, si dissolva per conseguenza anche il fenomeno, che era sua manifestazione.

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