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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

25. Destino circolare

Se natura non facit saltus – cioè se in naturalibus ire est ad infinitum – la fisica quantistica è illustrazione esemplare delle possibilità che l’infinito può mettere a disposizione con il meccanismo del rimando continuo.
In principio era l’atomo.
Poi vennero nucleoni ed elettroni nel gradino successivo della scala discendente.
Poi arrivarono i quark.
Infine i gluoni.
Perché non dovrebbe venire altro, poi?
Il rimando a un passo successivo – ascendente o discendente che sia – è la forma basale della nostra sapienzialità. Aristotele l’aveva codificata con la definizione di causa, ma al tempo stesso aveva posto ogni cura perché il rimando non fosse continuo – la confutazione dell’infinito in atto. E’ innegabile che il rimando a un antecedente è la via maestra per uscire dalle trappole aporetiche – c’è sempre un bosone di Higgs per risolvere le contraddizioni di una teoria e cercando opportunamente è sempre rinvenibile in naturalibus qualcosa che si adatta alle prescrizioni della teoria di livello x+1 chiamata in causa per sanare le contraddizioni della teoria di livello x.
Fin qui Aristotele.
Quello che lo Stagirita non poteva immaginare è l’ampliamento e la complessificazione a dismisura dell’apparato teorico e delle procedure sperimentali al punto che è l’apparato teorico a definire le procedure sperimentali. I naturalia non sono più la misura simpliciter di ciò che di volta in volta se ne può dire ma è l’apparato teorico a definire di volta in volta i naturalia.
E il rimando, allora?
È possibile un ire ad infinitum nell’apparato teorico?
Persa la misura che ne potevano dare i naturalia, nulla impedisce all’apparato teorico il rimando infinito. In verità nucleoni, quark e gluoni sono stati prima di tutto necessità imposte dalla coerenza dell’apparato teorico e niente affatto evidenze innegabili e sconcertanti in naturalibus a cui trovare una ragione – la Modernità definisce prima di trovare, anzi prima di cercare, quando in epoca pre-moderna il problema era invece definire ciò che si trovava. Il prossimo stadio sarà di nuovo una necessità imposta dall’apparato teorico a un livello ancora inferiore e perfettamente definita, che indicherà la procedura di ricerca.
Non c’è ragione per porre in linea di principio un limite necessario alla ripetitività di questo meccanismo.
Tuttavia va osservato che a ogni passaggio successivo il moto del meccanismo rallenta, e rallenta di un fattore significativo e probabilmente sempre più significativo. La ragione del rallentamento è la complessità e vastità sempre maggiori dell’apparato teorico che lo innesca: le istanze di cui deve tenere conto per definire la soluzione si moltiplicano e si complicano. In definitiva la complessità rallenta sempre ogni moto.
È verosimile immaginare che ci sia prima o poi un punto di pareggio tra la forza motrice del meccanismo di rimando e la forza inerziale della complessità che lo rallenta. Il rimando allora si blocca e diventa verosimile che sia non più successivo ma circolare: vuol dire che la soluzione della contraddizione non è più ricercata su un piano diverso ma sul medesimo piano. Del resto, il piano del linguaggio è strutturalmente autoreferenziale. E’ verosimile immaginare che i termini che definiscono la circolarità (cioè la doppia, reciproca implicazione) siano una soluzione tanto più adeguata quanto più sono distanti fra loro nella struttura della complessità.
È la verità ultima di Schelling, il quale metteva la forma dell’argomento ontologico – l’autoreferenzialità – come origine necessaria e inevitabile di ogni catena eteroreferenziale.

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