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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

БЕЛЛА ЧАО

Ho conosciuto il Venticinque Aprile in quinta elementare. Da un maestro di aperta fede maoista, che ci fece cantare per mesi Fischia il vento e disapprovò sprezzante il libro Cuore, che mi era stato regalato da mio padre, in quanto letteratura borghese (disse proprio così).
Alle medie, fra pagine e pagine grondanti di commozione bellaciaoista dedicate alla Resistenza, scoprii poche righe seccate e forzate che ricordavano l’avanzata degli anglo-americani. E appresi chi era stato a smontare pezzo a pezzo la macchina bellica nazifascista.
Al liceo, un professore di storia e filosofia di ottusissima fede sessantottarda e di rara insipienza, ridusse il programma di filosofia e di storia dell’ultimo anno alla lettura (di gruppo) delle lettere dei condannati a morte della Resistenza. Forse nemmeno sapeva che fra il trentanove e il quarantacinque c’era stata una guerra mondiale.
Fu così che, negli anni dell’università, cominciai a sospettare che Resistenza e Liberazione non fossero sinonimi.
Dopo la laurea, partecipai per dovere patrio a parecchie manifestazioni del Venticinque Aprile: dato che nessuno degli oratori ufficiali accennò mai al ruolo degli anglo-americani dal quarantatré al quarantacinque, il sospetto divenne certezza definitiva. Certezza definitiva che la Resistenza era stata una cosa e la Liberazione un’altra; che i Resistenti (quelli che si erano opposti al nazifascismo) erano stati una cosa e che i Liberatori (quelli che avevano sconfitto il nazifascismo) erano un’altra; e che, ahimè, il Venticinque Aprile non era giorno di festa per i Liberatori, ma per i Resistenti.
Mi fu chiaro anche che, attraverso opportuni silenzi e calcolate omissioni, una capillare rete di intellettualismo organico aveva imposto la tesi che i Resistenti erano stati i Liberatori. L’equazione, infatti, in un solo colpo cancellava fatti storici ideologicamente molto imbarazzanti (l’impegno bellico degli alleati in Italia) e lasciava campo libero l’antiamericanismo (e antioccidentalismo) che la sovietizzazione della gran maggioranza dei Liberatori perseguiva convintamente. Ragioni ampiamente sufficienti (specie la seconda) a
motivare il fatto che il Venticinque Aprile, divenuto subito proprietà privata di quei Liberatori, non avrebbe mai potuto essere una festa di unità nazionale.
Caduto il Muro di Berlino nell’Ottantanove, non pare siano stati fatti grandi sforzi per de-sovietizzare il Venticinque Aprile. La vicenda del presidente dell’ANPI in queste settimane di guerra in Ucraina, mostra la forza incredibile del riflesso condizionato imposto a suo tempo dai Resistenti riguardo a tutto ciò che viene da Mosca (da Togliatti a Putin). E mostra l’anacronistico pleonasmo di un’associazione fondata – per essere buoni – su opportuni silenzi e calcolate omissioni, la quale ormai, a causa di uno storico gesuitismo da Lettres Provinciales, ha ampiamente sfondato il muro del ridicolo.
(25 aprile 2022)

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