CALENDIMAGGIO
L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Salvo errori e omissioni, la Costituzione menziona il termine lavoro in tredici articoli. In tre non dice nulla sul lavoro. Negli altri nove (escludendo il primo) entra nel merito: riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro (art. 4); ne promuove la tutela e la formazione professionale (art. 35); impone l’equa retribuzione, la durata della giornata lavorativa, il riposo settimanale e le ferie retribuite (art. 36); afferma la parità di genere di fronte al lavoro e attenzioni specifiche per maternità
e minori (art. 37); stabilisce l’assistenza in caso di impossibilità o impedimenti non sormontabili (art. 38); riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende (art. 46); tutela il posto di lavoro in caso di chiamata a funzioni pubbliche o per il servizio di leva (Artt. 51 e 52); sancisce il diritto di esercitare il lavoro in qualunque parte del territorio nazionale (art. 120).
Anche un ipodotato coglie immediatamente che i Padri Costituenti con il termine lavoro intendevano l’attività alle dipendenze e si cercherebbe invano nella Carta un cenno al fatto che anche l’attività non alle dipendenze, cioè in proprio, sia lavoro. Si proclama la libertà di iniziativa (art. 41), ma non la si definisce lavoro. Il lavoro, per il quale la Costituzione è così sollecita, è quello di chi è alle dipendenze.
Che è poi la tesi fondamentale del Capitale: il lavoro vero, il Lavoro con la elle maiuscola, è quello del proletariato operaio sfruttato e delle masse contadine oppresse – le funzioni impiegatizie sono un incidente di percorso. Ed è in questo spirito che la Costituzione della defunta Unione Sovietica e quella della Repubblica Popolare Cinese, dopo che le rispettive rivoluzioni avevano finalmente dato al popolo ciò che si meritava, nel primo articolo indicarono come fondamento dei rispettivi Stati proprio gli operai e i contadini – a onor del vero il Capitale ignora i contadini perché per Marx il destino della Storia è affidato al Proletariato, il quale per definizione è industriale e cittadino. Tuttavia, nell’urgenza rivoluzionaria, quelli che si erano dati l’incarico di dare al popolo ciò che si meritava – compreso il nostro Gramsci – fecero buone anche le masse rurali.
Dunque, l’attività di imprenditori, artigiani, commercianti, agricoltori, l’attività del vastissimo mondo delle libere professioni – cioè l’attività di chi ha deciso di rischiare in proprio, di rinunciare alle ferie, alle tutele, alla giornata lavorativa fissa, alla certezza della retribuzione – non pare essere il Lavoro a fondamento della Repubblica.
Il che spiega compiutamente perché il Primo Maggio sia diventato fin dall’inizio appannaggio esclusivo della tradizione sindacale e quindi occasione di lotta per ribadire che la proprietà privata è furto.
Ultimamente si è affermato anche come commossa liturgia musicale, per invocare finalmente la proprietà collettiva dei mezzi di produzione – come è noto, chi canta prega due volte.
Non spiega tuttavia perché, per lunghissimi anni, i telegiornali nazionali abbiano mostrato senza essere annegati dal ridicolo e anzi con compiaciuto voyeurismo, le infinite parate del Primo Maggio moscovita nella Piazza Rossa del bel tempo che fu – carri armati, batterie missilistiche, reparti di cielo di terra e di mare. Per di più dando rispettosamente la parola a quella politica che, con chiarezza a me negata, riusciva a vedere la relazione fra Festa del Lavoro e carri armati T-Sessantaquattro da 115 millimetri.
Relazione a tutt’oggi per me oscura, ma forse solo per la mia