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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

36. PAUVRETÉ, ÉGALITÉ, FRATERNITÉ

Sopravvissuto all’ennesima lamentazione giornalistica sul caro-tutto e la conseguente impossibilità dei redditi più bassi a esercitare il proprio diritto all’ombrellone causa le diseguaglianze reddituali, mi è tornata alla memoria una discussione di qualche anno fa con un amico proprio sull’idea di uguaglianza. Convinto egualitarista lui, convinto antiegualitarista io, siamo ovviamente rimasti ciascuno della propria opinione.  Ho provato allora a raccogliere la mia opinione in una forma leggibile, così da poter indurre qualcuno a qualche riflessione in proposito
Disuguaglianza significa banalmente differenza. Se il mio reddito è 1000 e lo confronto con un reddito di 5.000, la disuguaglianza sarà dell’80% (in meno). La disuguaglianza aumenta se il mio reddito rimane 1000 e l’altro reddito va per esempio a 10.000 (passa dall’80% al 90%). Chiaro: aumenta il reddito più alto e il reddito più basso rimane uguale. Disuguaglianza ancora maggiore se il reddito più basso diminuisce. Poniamo invece il caso che il reddito più basso passi da 1.000 a 1.500 e il reddito più alto passi da 5.000 a 15.000: anche in questo caso la differenza passa dall’80 al 90% e quindi aumenta la diseguaglianza, ma la disuguaglianza è aumentata nonostante il reddito più basso sia aumentato.
Banale, ovviamente, ma  decisivo, perché c’è chi non accetta a prescindere che qualcuno guadagni più di qualcun altro e c’è chi invece si preoccupa di avere ciò che gli serve per una vita almeno dignitosa: a mio padre, operaio metalmeccanico e cottimista impenitente, non interessava assolutamente niente quanta disuguaglianza ci fosse fra il suo reddito e quello del suo padrone: gli interessava costruire una casa tutta sua e far studiare i suoi figli e il suo problema era la povertà, non la disuguaglianza. E proprio grazie alla disuguaglianza degli Anni Sessanta del Novecento lui ha potuto farsi una casa tutta sua e far studiare i suoi figli, mentre oggi, grazie alla lotta per l’eguaglianza, nessun operaio metalmeccanico è più in grado di farsi una casa tutta sua e a fatica riesce a far studiare i figli.
È una questione di giustizia, obietta qualcuno: una troppo grande disparità nei redditi grida vendetta al cospetto di Dio (così si diceva una volta). A parte la difficoltà insuperabile nel definire un limite oltre a cui la disparità diventa troppa (chi lo può definire? su quali basi? ecc.), sarebbe bene non dimenticare mai  che giustizia è dare a ciascuno il suo, non a ciascuno la stessa cosa.
Proviamo  a sintetizzare:
1)  l’idea di disuguaglianza è relativa, per non dire equivoca;
2)  la disuguaglianza può aumentare anche se aumentano i redditi più bassi;
3)  disuguaglianza e povertà non coincidono;
4)  uguaglianza e povertà sono grandezze inversamente proporzionali;
5)  scegliere l’uguaglianza significa optare per la povertà;
6)  scegliere la lotta alla povertà significa accettare la disuguaglianza.
I regimi comunisti di ogni tempo hanno colto perfettamente il punto: siccome è impossibile per lo statalismo di Stato realizzare l’uguaglianza arricchendo tutti, perché non realizzarla impoverendo tutti? Sempre uguaglianza è ed è infinitamente meno impegnativo. Se poi si riesce a chiamarla essenzialità, sobrietà, rifiuto del superfluo, ne facciamo anche una virtù morale, raccogliendo il consenso cattolico dei fan Papa Francesco. Così si compie anche l’ideale cattolico della fratellanza – che per i predetti fan consiste non nel dovere della solidarietà ma nell’essere uguali davanti a Dio come davanti alla legge.
La questione drammatica che il perbenismo ideologico del politicamente corretto non vede è che, politicamente, o si sceglie di combattere la diseguaglianza o si sceglie di combattere la povertà.
Se si sceglie di combattere la diseguaglianza, si opta per la povertà – che può andare bene a Maurizio Landini e a Papa Francesco ma non andava bene a mio padre, proletario metalmeccanico di lunghissimo corso e cottimista impenitente.
Se si sceglie di combattere la povertà, bisogna mettere in conto la disuguaglianza, perché creare ricchezza è affidato all’iniziativa del singolo: il singolo a sua volta,  per creare ricchezza deve coinvolgere a vario titolo e in vario grado anche gli altri, rendendoli partecipi della ricchezza prodotta in misura proporzionale al loro apporto. Di qui le inevitabili diseguaglianze.
Non è possibile combattere contemporaneamente povertà e disuguaglianza. Ovvio quindi che questo sia diventato il sogno segreto della sinistra (e inconfessabile perché dicono che il comunismo sia morto): lo Stato che quadra il cerchio, lo Stato che combatte la povertà combattendo le disuguaglianze, lo statalismo come principio guida dell’economia,  omettendo di dire che tutte le economie a pianificazione statale sono miseramente fallite. Ma tant’è. Non è vietato sognare né vendere l’elisir dell’eterna giovinezza al popolo bue. Il che permette a Elly Schlein di continuare a giocare con le bambole nel suo mondo fantastico e al popolo bue di credere nella salvezza che viene dallo Stato. Per questo, chi a Sinistra non è bue, non è fan di Papa Francesco e ha passato l’età delle Barbie, preferisce parlare di disuguaglianze senza nemmeno provare a parlare di povertà.
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Having survived yet another journalistic lament about the high cost of everything and the resulting inequality for lower-income earners, due not only to rising prices but also to income inequality, I recalled a discussion I had with a friend a few years ago about the very idea of equality. He, a committed egalitarian, and I, a committed anti-egalitarian, obviously both of us held our own opinions. Then I decided  to put my opinion into a readable format so I could inspire someone to reflect on the matter.
Inequality means trivially difference. If my income is 1,000 and I compare it to an income of 5,000, the inequality will be 80% (less). Inequality increases if my income remains 1,000 and the other income goes for example to 10,000 (from 80% to 90%). It’s clear: the higher income increases, and the lower income stays the same. It’s clear that inequality becomes greater even if the lower income decreases.
Now let’s say, however, that the lower income goes from 1,000 to 1,500 and the higher income goes from 5,000 to 15,000: in this case too, the difference goes from 80 to 90%, thus increasing inequality, but the point is that inequality has increased despite the increase in the lower income. Trivial, of course, but crucial, because there are those who simply don’t accept that someone earns more than someone else, and there are those who, completely uninterested in comparisons, are concerned with having what they need for at least a decent life.
My father, a metalworker and an unrepentant pieceworker, cared nothing about the inequality between his income and that of his boss: he was interested in building his own house and sending his children to school. His problem was poverty, not inequality. And it was precisely thanks to the inequality of the 1960s that he could build a home of his own and send his children to school, while today, thanks to the great strides toward equality, no metalworker is able to build a home of his own and barely manages to send his children to school. It’s a question of justice, some could object  that a too great income disparity cries out to God for vengeance (so they used to say). Aside from the insurmountable difficulty in defining a limit beyond which the difference becomes too much (who can define it? On what basis? etc.), it would be good to never forget that justice means to give each person their due, not to give each person the same.
So let’s try to summarize:
1) the idea of inequality is relative, or rather ambiguous;
2) inequality can increase even if lower incomes increase;
3) inequality and poverty do not coincide;
4) equality and poverty are inversely proportional quantities;
5) Choosing equality means to opt for poverty;
6) Choosing to fight poverty means to accept inequality.
Communist regimes of all times got the point perfectly: since it’s impossible for State statism to achieve equality by enriching everyone, why not achieve it by impoverishing everyone? Equality is still there, and it’s infinitely less bothering. If we can then call it essentiality, sobriety and rejection of the superfluous, we also make it a moral virtue, garnering the Catholic consensus of Pope Francis’s fans. This also fulfills the Catholic ideal of brotherhood – which for the aforementioned fans consists not in having solidarity but in being equal before God and before the law.
The dramatic issue that ideological respectability of politically correct fails to see is that, from the political point of view, you either choose to fight inequality or you choose to fight poverty. If we choose to fight inequality, we opt for poverty—which may be fine with a leftist labor leader like Maurizio Landini and Pope Francis, but wasn’t fine with my father, a longtime proletarian metalworker and an unrepentant pieceworker.
If we choose to fight poverty, we must take inequality into account, because creating wealth is entrusted to the initiative of the individual: the individual, in turn, to create wealth must involve others in various ways and to varying degrees, making them share in the wealth produced in proportion to their contribution. Hence the inevitable inequalities.
It’s impossible to fight poverty and inequality simultaneously. It’s obvious, then, that this has become the Left-wing’s secret dream (and unmentionable because they say communism is dead): the State that squares the circle, the State that fights poverty by fighting inequality, statism as the guiding principle of the economy, omitting to mention that all state-planned economies have failed miserably. But so it is. It’s not forbidden to dream or sell the elixir of eternal youth to the common sheep-like people. This allows Elly Schlein to continue playing with dolls in her fantasy world, and the sheep-like people to believe in the salvation that comes from the State. For this reason, the Left-wing politicians who are not sheep-like, who are not fans of Pope Francis, and who are too old for dolls, prefer to talk about inequality without even trying to talk about poverty.

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