9. Convergenze parallele
Dem e Cinquestelle – sinistra storica e sinistra per caso – all’assalto della decisione delle destre di abolire il Reddito di Cittadinanza. Terreno di scontro non il disastro dei conti e la recessione incombente, ma un duplice, inoppugnabile, opposto argomento.
A destra si dice che il RdC è incentivo alla disoccupazione.
A sinistra si dice che il RdC è argine alla povertà.
Il problema è proprio l’innegabile verità dell’una e dell’altra tesi: ecco perché a destra non si nega che il RdC possa essere argine alla povertà e a sinistra non si nega che il RdC possa essere incentivo alla disoccupazione. Non avanzando nessuna delle parti argomenti diretti contro la tesi opposta, ognuna si limita ribadire la propria verità. Che in effetti è inoppugnabile.
Se entrambe le affermazioni sono vere, non resterebbe che concludere che arginare la povertà è inevitabilmente anche incentivo alla disoccupazione e che incentivare la disoccupazione è però lanche argine alla povertà.
Vuol dire che disoccupazione e povertà sono grandezze inversamente proporzionali: disoccupazione in cambio di lotta alla povertà e lotta alla povertà in cambio di disoccupazione.
É una questione di logica, non di politica.
Il meccanismo apparentemente perverso è perfettamente coerente con la prospettiva della Sinistra storica (nella quale includeremo planetoidi, asteroidi e meteoriti politici in cui si è negli anni frantumata) per cui lo Stato deve fare da camera di compensazione del dilettantismo della politica che vuole pianificare la storia. Soprattutto consente alla Sinistra di mantenere integro l’irrinunciabile risentimento verso l’impresa, che si radica nella nostalgia primordiale della proprietà comune dei mezzi di produzione.
Intervenire a valle con il RdC evita dunque di dover intervenire a monte con sgradevolissimi provvedimenti a favore dell’impresa. Meglio sussidiare chi non trova lavoro che rischiare di promuovere chi lo potrebbe offrire.
Questo per la Sinistra storica.
Discorso diverso perla Sinistra occasionale del cinquestellismo. Il quale ha idee molto vaghe – per la precisione: nessuna – su cosa sia un’impresa e la sua funzione, ma in compenso ha sempre avuto richieste assistenziali molto dettagliate da sottoporre allo Stato. Prospettiva assolutamente in linea con la sensibilità politica di un elettorato culturalmente e storicamente costruitosi sull’istituto della clientela, e dunque totalmente incapace di immaginare che per distribuire ricchezza, è necessario prima produrla.
Dal lato della Sinistra storica, la convergenza dimostra che non serve avere le medesime ragioni per essere d’accordo. Dal lato del cinquestellismo la convergenza dimostra che, per essere d’accordo, non serve affatto avere ragioni. Da tutti e due i lati, invece, meglio lo Stato che l’impresa.
Bisogna riconoscere, per completezza di informazione, che da nessuno dei due lati si ha l’inverecondia di proclamare che coi sussidi si crea occupazione. Del resto, creare occupazione significa per gli uni sostenere la prospettiva capitalistica e per gli altri minare la logica clientelare.
Così non è la geometria, ma è la storia che confuta definitivamente il Quinto Postulato di Euclide. E le parallele, dopo ventitré secoli, hanno finalmente potuto convergere.