Il giorno dopo… (3/3)
Ciò che evita ad Aristotele di dover risalire all’indietro il flusso del divenire per trovare una ragione, è stata la geniale ipotesi della causa finale. In fondo, se ogni cosa ha compiutezza, quanto è rilevante la questione della Totalità? La Totalità sarà, banalmente, la compiutezza di ogni cosa.
Non si nota mai abbastanza che la prospettiva della causa finale retrocede in secondarissimo piano la prospettiva dell’arché, cioè della causa iniziale. Ciò avviene soprattutto assorbendo la causa iniziale nella causa finale – esemplare il dinamismo cosmico per cui i motori immobili muovono in quanto termine di un tendere spontaneo delle cose.
Aristotele non si chiede mai la causa finale della totalità delle cose. Verosimilmente era per lui un non-senso: la totalità non è una cosa, e come non si dà per lui un super-motore immobile che unifichi i Cinquantacinque, nemmeno si dà una super-cosa – la Totalità, appunto – che unifichi tutte le cose. E che la totalità delle cose sia cosa, è problema affascinante e inquietante che merita attenzione a parte in quanto questione prima di tutto logica – Bertrand Russell ne darà soluzione in termini di prevenzione logica, che equivale a una rinuncia.
Ad Aristotele basta che, coesistendo le cose, coesisteranno a fortiori anche le rispettive cause finali.
Coesistenza, per Aristotele prima di tutto e soprattutto, significa coerenza, incontraddittorietà. Che alla fine si dia un ordine – e se si dà un ordine, si dà anche una forma – di tutte le cose, è per Aristotele quasi banale. Talmente banale da essere altamente rischioso. E Aristotele scivola molto elegantemente sulla questione. Perché forma significa causa formale e la causa formale significa inesorabilmente anche causa finale. La questione della causa finale della Totalità è decisamente imbarazzante anche per uno come lui. Specialmente se la totalità delle cose non è una cosa ed è eterna nonostante il divenire di ogni singola cosa…
Gli dei muovevano la sapienzialità accessibile (e concessa) ai Mortali entro un orizzonte decisamente più ristretto. Era indubbiamente limitante, ma era anche una tutela. Lo sguardo sulla Totalità può accecare. Platone si è salvato con parabole (perché le si chiama miti?) che offuscano l’abbacinante-smarrente consapevolezza della Totalità. Aristotele con l’evitare di guardare.
La sua grande, immensa lezione è che si può metter mano alle cose senza avere un orizzonte teologico. Si può avere un mondo senza nostalgie teologiche.
Rinunciando, è vero, a guardarlo come Totalità.
(Fine)