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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

18. Dialettica e altri ingranaggi

In un immaginario contesto di contemporaneità sapienziale, si può dire che Pascal riconfigura Heidegger in categorie agostiniane per coprire l’insostenibile tragicità del nostro originario esser-gettati e sentirsi-perduti nell’esistenza. E che Kierkegaard riconfigura invece Agostino secondo le categorie di Heidegger.
Pascal nasce meccanico – come esprit de géometrie – e scopre che nessuna forma di meccanicità può attenuare il tragico dell’esistere. Così diventa agostiniano per farsene una ragione – questo il suo esprit de finesse.
Kierkegaard nasce mistico – come esprit de finesse – e scopre che nessuna forma di religiosità può attenuare il tragico dell’esistere e diventa heideggeriano per farsene una ragione.
Meccanica e mistica, Pascal e Kierkegaard. Un meccanico può essere anche mistico, ma un mistico non riesce a essere anche meccanico. Mistica e meccanica non sono forme simmetriche.
Tuttavia, Agostino e Heidegger sono i primi e ovvi riferimenti per l’uno e per l’altro, e l’uno e l’altro sentiva la propria irrimediabile incompatibilità con il meccanico della sapienzialità dei suoi giorno, Cartesio per l’uno, Hegel per l’altro. Detestavano, come succede, perché condividevano. Pascal è tanto meccanico quanto Cartesio e Kierkegaard è tanto dialettico quanto Hegel. Manca di ricordare che dialettica e meccanica non sono forme così eterogenee come sembrerebbe di dover concludere dall’insofferenza hegeliana per il meccanico.
Hegel è tanto poco mistico quanto lo è Cartesio. L’uno e l’altro sono esprit de géometrie con l’unica differenza della vastità: Hegel ha orizzonti incomparabilmente più ampi di Cartesio. La dialettica di Hegel è rigorosa e inesorabile quanto un orologio a ruote, anzi è addirittura ossessiva e vertiginosamente simmetrica. Quella di Hegel è meccanica fine. Il suo algoritmo ha addirittura forma frattale riproponendo la stessa figura su scale progressivamente crescenti.
Vale poco obiettare che non si danno macchine dialettiche, perché si danno dialettiche meccaniche. Hegel, appunto. Il Meccanico è il funzionare, è l’efficacia sempre identica qualunque variabile venga processata dal medesimo processo. E la dialettica, dalla Fenomenologia alla Logica all’Enciclopedia, è la reiterazione rigida del medesimo algoritmo ternario, la riproposizione della medesima ingranaggeria che processa figure.
Dove la differenza, allora?
Forse semplicemente che Hegel non è interessato a ogni possibile variabile da processare, ma a una sola, la coscienza. Dal che si conclude che la dialettica è la macchina della coscienza. Che, detto altrimenti, è la geometrizzazione dell’esprit de finesse, l’esprit de géometrie che processa l’esprit de finesse. Perché, se lasciato a Kierkegaard e a Pascal, cioè se lasciato a se stesso, l’esprit de finesse diventa malattia mortale. O un memoriale cucito addosso.

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