33. Anima more geometrico
La furfanteria sapienziale del più seducente dei seduttori – davvero il Divino Seduttore – celebra una delle sue glorie più luminose, quando nel Menone maieutizza uno schiavo facendolo geometrizzare innativamente per confermare la sua ipotesi anamnestica riguardo all’anima.
In verità l’anamnesi geometrica – ponendo che sia inoppugnabile – dimostrerebbe al più che lo schiavo possiede intuitività geometri\4ca e capacità di computazione. La domanda ovvia che raramente ci si pone, è perché la geometria, perché il Divino Furfante non abbia maieutizzato lo schiavo portandolo a riscoprire il bene o la virtù. Il sapere geometrico è disegnato da Platone come paradigma sapienziale che certifica l’origine dell’anima, suggerendo tacitamente che la nostra capacità sapienziale in genere è certificazione della condizione (e della vicenda) ontologica dell’anima.
Valga quel che valga la dimostrazione, indicativa (e suggestiva) è la scelta della geometria come paradigma sapienziale. È l’alba del more geometrico, della via geometrica alla sapienzialità. Alba che non diventerà mai giorno fino a Spinoza, nonostante non esista percorso egualmente sicuro ed egualmente indubitabile per l’ontologia o l’etica – ognuno traccerà il proprio e nessuno lo traccerà more geometrico.
Quanto sia geometrizzabile – o in genere, matematizzabile – la forma sapienziale dei Mortali, è stato mostrato dalla Modernità. In fondo tutto è algoritmizzabile. Avendo abolito le cose riconfigurandole come ciò che noi ne possiamo dire, nulla vieta, in loro assenza, di dirne anche algoritmicamente, more geometrico. Come si potrebbero opporre le cose, dal momento che sono tramontate oltre il nostro orizzonte sapienziale?
Per di più, dirne algoritmicamente è dirne definitivamente, perché la forma dell’algoritmo è definitiva, cioè si regge da se medesima, è la forma della definitività. Questa è la ragione vera dell’esito cui è pervenuta la maieutizzazione dello schiavo.
Il Divino Seduttore, in fondo, aveva scelto non a caso la geometria. Per le stesse ragioni, non è un caso che Euclide abbia potuto fare con la geometria quello che nessuno ha potuto fare con l’ontologia o l’etica.
La furfanteria di Platone è nel combinare le cose in forma tale che la geometria diventi un discorso sull’anima. In fondo, che lo schiavo abbia saputo geometrizzare, non dice nulla sulla sua anima. Dice molto sulla geometria e dice ancora di più sulle capacità mistificatorie del Divino Seduttore.
Gli enti geometrici, così come quelli matematici, sono per Platone le cose che hanno preso il posto delle cose. Perché hanno la stessa inoppugnabilità. Così può succedere che l’anima si trovi a proprio agio con numeri e figure, una volta liberata dalle catene della caverna – le cose di cui numeri e figure hanno preso il posto sono solo ombre proiettate sul fondo della caverna.
Per supremo paradosso, numeri e figure sono tanto inoppugnabili quanto manipolabili – manipolando numeri si ottengono numeri e manipolando figure si ottengono ancora figure, inoppugnabili della medesima inoppugnabilità di numeri e figure di partenza. Nulla di più adatto per rimpiazzare le cose con opportune configurazioni, dopo che abbiamo perso di vista le cose, quando ci siamo inabissati nella Grande Opera di trovarne una ragione. Ragione che le ha divorate per rigurgitarle riconfigurate imagine et similitudine sua, per numeri e figure, da Platone (anzi, da Pitagora) a Galileo e a tutta la Modernità.