skip to Main Content
Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

23. Causalità artificiale: divertissement pseudo-aristotelico sulle quattro cause (3/3)

Da un lato, il Bestand, la cosa-non cosa (o non più cosa), cioè la cosa non individua (o non più individua), la cosa dunque informe (o privata della forma) chiede di avere forma. Dall’altro, la riducibilità della cosa a Bestand ne disvela la manipolabilità, l’usabilità – il Bestand è a pieno titolo causa materialis. Come ogni causa materialis è in potenza all’attuabilità da parte di una causa formalis.
Il Bestand – la causa materialis – può essere relativo, se si tratta di una cosa che ha cessato di essere tale – un ramo raddrizzato e appuntito usato per la caccia o per la guerra è ancora un ramo: la cosa è stata privata solo parzialmente della forma. Ma può anche essere assoluto, se non è mai stato cosa. In questo caso non ha mai avuto forma – un blocco di marmo scolpito o dell’argilla diventata mattone.
La forma può essere riconfigurazione di una forma preesistente – adattamento a una sopravvenuta causa finalis – oppure conferimento ex novo.
Adattamento e conferimento ex novo posizionano la forma a livelli ontologici diversificati: l’adattamento si misura con il distanziarsi dalla forma originaria, il conferimento si misura con il grado di complessità.
La piena disponibilità delle cose (e delle non-cose) è il dramma ontologico che ha portato alla piena consapevolezza di sé chi delle cose può disporre e ne può disporre sempre più pienamente: noi. E la nostra storia indica inequivocabilmente quanto ciò che siamo deve a quella consapevolezza: l’ampliamento della nostra capacità di disporre delle cose (e delle non-cose)  ci ha segnati anche ontologicamente – homo faber.
Con la consapevolezza della drammaticità del poter-disporre delle cose (e delle non-cose) sorge e si amplia parallelamente anche la consapevolezza della precarietà della forma: la piena disponibilità delle cose (e delle non-cose), cioè il poterne disporre pienamente, significa proprio che cose e non-cose sono potenza in attesa di una pluralità di forme possibili, causae materiales in attesa di una pluralità di causae formales. Non avendo (le non-cose) o non avendo più (le cose) una forma propria, le une e le altre sono Bestand capace di ogni forma possibile. Questa è la precarietà della forma.
Anche il divenire spontaneo della cosa è segnato dalla precarietà della forma, ma è una precarietà che si dipana nell’ambito della forma propria di quella cosa. La precarietà legata al poter-disporre della cosa e della non-cosa si dispiega invece nel poter-assumere forme diverse, potenzialmente infinite, che equivale al non avere affatto una forma.
Il non avere o il non aver più forma, cioè la riduzione delle cose e delle non-cose a Bestand, è la premessa dell’illusione di poter essere Dio. L’assenza di forma chiama la forma, come se la potenza avesse nostalgia dell’atto. Conferire forme e restituire forme – creatio e redemptio – sono atti che attribuiamo propriamente a Dio. E se noi conferiamo e restituiamo forme attraverso la tecnica, allora l’essere Dio è la finalità ultima e più vera della tecnica.
(Fine)

Back To Top