35. La stagnazione della specie (2/2)
Quindi, a meno che si dia distanza infinita fra noi e Loro – gli Immortali allora sarebbero incontrovertibilmente Dio – prima o poi la nostra curva evolutiva verrà a incrociare la loro retta sempre uguale che, per quanto lontana, non è a distanza infinita. La nostra curva non è una retta: disegnando accentuazioni progressive in intervalli di tempo sempre più piccoli, ricorda più il ramo di una parabola.
In un gioco puramente geometrico, il Mortale potrà non solo raggiungere l’Immortale, ma anche superarlo – nessuna curva rincula toccando una retta ma prosegue seguendo il proprio algoritmo – senza che per questo il Mortale cessi di essere Mortale e l’Immortale cessi di essere Immortale.
Si può immaginare che il sorgere della forma sapienziale inauguratasi con Talete fu già in prossimità del punto intersezione fra la nostra curva e la loro retta. Dove – cioè quando – l’una intersecò l’altra, può essere opinabile. Non è opinabile che la intersecò – non l’avesse intersecata, non ci saremmo lasciati alle spalle la sapienzialià del dio, la sapienzialità degli Immortali. Una curva che interseca una retta, poi continua la sua corsa superandola e se ne allontana indefinitamente lasciandola sempre più indietro, sempre più sotto, sul piano geometrico cartesiano. Fino a quando gli Immortali – quando la nostra curva è sufficientemente distante dalla loro retta – tramontano oltre l’orizzonte dei Mortali.
Cogliendo i segni, ma impotenti a piegare le Moire, gli Immortali possono solo opporre ai Mortali la propria superiorità (commensurabile, commensurabilissima superiorità), tentando di rallentare il loro tramonto coll’imputare ai Mortali il peccato di empietà, punendolo conseguentemente e duramente.
Il confronto è fra due livelli di potenza, non fra due livelli ontologici. Il Mortale, evolvendo, supera l’Immortale anche se non può uguagliarlo nell’immortalità – ma forse anche questo è questione di tempo e di evoluzione sempre più accelerata. Tutto ciò ha ovviamente un prezzo, ma è un’altra storia, la più affascinante delle storie.
Resta, intanto, che la hybris è alla fine il segno del limite ontologico degli Immortali, cioè della commensurabilità, della distanza finita – e quindi percorribile in un tempo finito – fra la loro e la nostra condizione di Mortali. Percorribile forse fino all’immortalità?
(Fine)