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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

77. Per se, per aliud, pro aliquo (1/3)

Forse George Berkeley sbagliava nell’immaginare la perceptiopercipi et percipere – come condizione di possibilità (per dirla con Kant) dell’esse. Eppure obbligò la Modernità a un salto irreversibile, le cui premesse erano state poste da Cartesio, anche se fu necessario un secolo per esplicitare, tematizzare e accettare l’inevitabile conclusione. E obbligo la Modernità a una riscoperta forzosa quanto inconsapevole di Parmenide, se si lascia al suo fatuo destino il castello di carte psicomeccanico che sta sotto la diade percipi-percipere, specchio esatto (e sospetto) della diade cogitari-cogitare.
1. Il salto irreversibile è stato il sospetto (ineliminabile per i successivi tre secoli e mezzo) che ci sia qualcosa di più originario dell’esse – incredibilmente (o consapevolmente?) quanto radicalmente ignorato dall’Eleate: cioè il qualcosa a cui l’esse si manifesta, qualunque cosa sia quel qualcosa a cui l’esse si manifesta. L’equivalenza che contestualmente pone fra einai e noein, oltre a indicare in via definitiva che quel qualcosa è un qualcuno, dichiara inconfutabilmente che l’esse non è aboslute: l’esse è sempre, inevitabilmente, necessariamente un essere-per-qualcuno e quel qualcuno è quel qualcosa capace di accogliere, di abbracciare l’essere in quanto essere, di immedesimarsi con l’essere restandovi di fronte – spettacolo, dramma, sacra rappresentazione che, in quanto tali, esigono uno spettatore. Ciò cui lo spettatore assiste potrebbe darsi (o forse no?) anche senza spettatore. Ma non sarebbe più, per ciò stesso, spettacolo, dramma, sacra rappresentazione.
Così, l’essere è sempre essere-per-qualcuno. Se poi quel qualcuno sia esso stesso parte dello spettacolo, è questione che la linea platonica (senza mai affrontare tuttavia esplicitamente il tema) risolve negando e che la linea aristotelica risolve (consapevolmente e inevitabilmente) affermando.
2. Vicolo cieco l’uno e l’altro, perché se la linea aristotelica si impantana nel paradosso di Russell – il paradosso (ma lo è veramente?) dell’autoreferenzialità – per cui il qualcuno-per-cui-l’essere-è-per qualcuno deve essere essere e al tempo stesso non esserlo, appartenere senza appartenere e potendo dichiarare la propria appartenenza solo scoprendo di non appartenervi, la linea platonica si impantana nell’inconcludenza strutturale a ogni dualismo, che è sempre un fissare, tematizzare il problema illudendosi che ciò possa anche esserne la soluzione: tenere separati due corni della contraddizione, si condanna a due narrazioni inevitabilmente parallele e certifica così la propria incapacità di dare ragione dell’unica narrazione con cui abbiamo davvero a che fare – raddoppio del problema invece che soluzione.
3. Berkeley (chissà con quanta consapevolezza ontologica) affidava alla perceptio nella brutalità chiara e distinta delle due forme – percipi e percipere – la verità celata che l’esse può darsi solo come e in quanto esse pro aliquo, essere-per-qualcuno. Sullo stesso versante di Cartesio, ma su un livello decisamente più basso – quello della perceptio invece della cogitatio – Berkeley ripropone il tema dell’esse che Cartesio con la sua res cogitans – molto più cogitans che res – aveva trattato come archeologia sapienziale. A dispetto delle Meditationes de prima philosophia, l’esse è ignorato a favore di entia di sicuro maggior interesse – Dio, res extensa, anima e corpo, eccetera.
Nemmeno l’ombra di un sospetto che accanto al cogitare ci sia un cogitari, che accanto a una res cogitans ci possa essere una res cogitata – liquiderà il tema dell’uno e dell’altra nella più arcaica delle forme, quella di Platone e di Agostino: le idee innate sono la res cogitata – cioè non cogitata della res cogitans, ma che la res cogitans rinviene – che dovrebbe mediare fra cogitatio ed extensio. Mediazione alla fine non necessaria perché la res extensa non necessita di essere pro aliquo, ma è per se. Simpliciter et totaliter. Non richiede alcun riconoscimento, come non lo richiede la chora platonica o la hyle aristotelica, tant’è che nessuna delle tre si dà così com’è, in se, sempre e solo in re. Cioè in via di mera ipotesi.
(continua)
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Perhaps George Berkeley was mistaken in imagining perceptiopercipi and percipere—as the condition of possibility (to use Kant’s phrase) of esse. And yet he forced Modernity into an irreversible leap, whose premises had already been laid by Descartes, even though it took a century to make explicit, to thematize, and to accept the inevitable conclusion. He also compelled Modernity to a forced, though largely unconscious, rediscovery of Parmenides—if we abandon to its vain fate the psychomechanical house of cards that lies beneath the dyad percipi–percipere, the exact (and suspect) mirror of the dyad cogitari–cogitare.
1. The irreversible leap was the suspicion (ineliminable for the next three and a half centuries) that there is something more originary than esse—something incredibly (or perhaps consciously) and yet radically ignored by the Eleatic: namely, the something to which esse is manifested, whatever that something to which esse is manifested may be. The equivalence he simultaneously establishes between einai and noein, besides indicating definitively that this something is in fact a someone, declares irrefutably that esse is not absolute: esse is always, inevitably, necessarily a being-for-someone. And that someone is that something capable of receiving, embracing being as being, identifying itself with being while standing before it—a spectacle, a drama, a sacred representation which, as such, demands a spectator. What the spectator beholds might indeed exist (or perhaps not) even without the spectator; but it would, by that very fact, cease to be spectacle, drama, sacred representation.
Thus, being is always being-for-someone. Whether that someone is itself part of the spectacle is a question that the Platonic line (without ever explicitly confronting the issue) resolves by denying, and that the Aristotelian line resolves (consciously and inevitably) by affirming.
2. Both, however, end in a blind alley: while the Aristotelian line sinks into Russell’s paradox—the paradox (if it really is one) of self-reference—whereby the someone-for-whom-being-is-for-someone must both be being and not be, must belong and yet not belong, and able to declare its belonging only by discovering that it does not belong, the Platonic line founders in the structural inconclusiveness of every dualism. Every dualism fixes and thematizes the problem, while deluding itself that this could also be its solution: keeping the two horns of the contradiction separate, it condemns itself to two inevitably parallel narratives, and thereby certifies its inability to account for the only narrative we truly have to deal with—a doubling of the problem rather than its resolution.
3. Berkeley—who knows with what degree of ontological awareness—entrusted to perceptio, in the raw clarity of its two forms, percipi and percipere, the hidden truth that esse can be given only as and insofar as esse pro aliquo, being-for-someone. On the same side as Descartes, but on a decidedly lower level—that of perceptio rather than cogitatio—Berkeley restated the theme of esse which Descartes, with his res cogitans (much more cogitans than res), had treated as a kind of sapiential archaeology. Despite the Meditationes de prima philosophia, esse is neglected in favor of entities of greater interest—God, res extensa, soul and body, and so on.
Not even the shadow of a suspicion that alongside cogitare there might also be a cogitari, that beside a res cogitans there might be a res cogitata—he dismisses both under their most archaic form, that of Plato and Augustine: the innate ideas are the res cogitata—that is, not cogitata by the res cogitans, but discovered by it—meant to mediate between cogitatio and extensio. A mediation ultimately unnecessary, because res extensa does not need to be pro aliquo: it simply is, simpliciter et totaliter. It requires no recognition, just as neither Plato’s chōra nor Aristotle’s hylē requires any; indeed, none of the three ever presents itself as it is, in se, but always and only in re—that is, hypothetically.
(to be continued)

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