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Doch ist mir einst das Heilige, das am
Herzen mir Liegt, das Gedicht, gelungen,
willkommen dann, o Stille der Schattenwelt!
zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
mich nicht hinabgeleitet; einmal
lebt ich wie Götter, und mehr bedarfs nicht.
(Hölderlin, An die Parzen)

27. Tramonto dell’Occidente? (2/2)

Che sia destino dell’eterno ritorno o vocazione originaria, volontà di potenza o necessità storica, è irrilevante: l’occidentalizzazione del mondo da parte dell’Occidente è dato incontrovertibile – anche se in una parte più e meno altrove. E verosimilmente ciò segnerà anche la fine dell’Occidente perché tutto sarà in qualche misura Occidente.
Le radici della globalizzazione sono le radici dell’Occidente, dato che la globalizzazione è, inesorabilmente, occidentalizzazione. E per quanto vi possa essere insofferenza verso l’Occidente che occidentalizza, l’insofferenza segue i tracciati della globalizzazione, cioè dell’occidentalizzazione – dalle borse agli armamenti, da internet all’ingegneria gestionale, dall’economia politica alla biometria a scopo medico.
La consapevolezza della totalità, la lettura delle cose in termini di totalità, la possibilità e le tecniche di dominio della totalità una volta che ci si sia impossessati di ciò che rende totalità la totalità: ancora una volta, questo è l’Occidente, questa è la sua spinta spontanea e originaria, irrefrenabile e travolgente. E all’inizio – e come condizione – c’è quella forma sapienziale che ci ha come staccato e allontanato da ciò che poi avremmo chiamato Totalità, mettendo fine alla nostra condizione di essere frazione infinitesima e miserrima di una Totalità che ancora non sapeva di essere tale.
E’ così, che dagli albori nella Grecia arcaica, i Mortali sono diventati la consapevolezza che la Totalità ha di sé medesima, la Totalità che è capace di guardare a sé medesima e, finalmente, di vedersi.
Così, sciogliere l’enigma del sorgere della sapienzialità dei Mortali, significa risolvere l’enigma dell’Occidente e della Globalizzazione.
Come – verosimilmente – la consapevolezza di sé è scoccata come proprietà emergente di un sistema ipercomplesso che gradualmente si chiude de-complessificandosi per dare luogo alla singolarità (perché consapevolezza è prima di tutto fermarsi, arrestare il moto incessante del proprio essere-cosa fra le cose e prendere possesso di sé), così la sapienzialità dei Mortali sorge alla fine della Grecia arcaica è la forma con cui abbiamo chiuso la nostra apertura al fluire delle cose (in fondo siamo e rimaniamo cose fra le cose) e abbiamo preservato un luogo di stasi per guardare il fluire – Parmenide si è collocato stabilmente al centro di quel luogo e tutti gli altri ruotano attorno guardando lui.
La sapienzialità, così, non è mai la voce delle cose – o il disvelarsi di una improbabile aletheia. Ammesso che le cose abbiano una voce, la sapienzialità che ha avuto luogo a partire da Talete è una voce che, fin dall’inizio, ha sormontato quella delle cose – sormontato perché se le cose hanno una voce, nulla può metterla a tacere: solo urlare più forte è consentito. E tuttavia, quel sormontare ha disvelato una verità più radicale ancora di quella favoleggiata da Heidegger: le cose non si oppongono mai a quello che di esse diciamo, qualunque cosa sia quello che di esse diciamo. E dunque ci è concesso, dalle cose, di vedere solo quello che delle cose siamo in grado di dire – ci è concesso perché le cose rimangono totalmente impermeabili e indifferenti a ciò che di esse diciamo, o possiamo dire.
Che noi solo dicendo le cose le abbiamo anche manipolate, è questione che costituisce il vero fascino della nostra storia sapienziale, ma le abbiamo dette (e quindi manipolate) solo perché ci siamo chiusi alle cose. La nostra sapienzialità – checché ne dica la fenomenologia novecentesca – non è mai apertura alle cose, ma sempre e solo chiusura.
Chiudersi alle cose per poterle dire e, per conseguenza, poterle manipolare.
Questo è l’Occidente.
(Fine)

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