Il sacrificio della forma (3/3)
Se è indiscutibile che Aristotele immaginò la separazione dell’attesa del compimento (o l’orientamento al compimento) dal compimento per giustificare il moto – cioè finalità a prezzo della forma – è altrettanto indiscutibile che una totalità compiuta è anche una totalità immobile – cioè forma a prezzo della finalità.
Aristotele era per una sapienzialità del telos, non dell’eidos. E non pare che la riconfigurazione della cosa a strumento – cioè della forma come mezzo – non sia stato problema rilevante – né rilevato.
Così, mentre il primato della forma in quanto epifania del bello, spingeva Platone verso una totalità prima di tutto bella, il primato del fine in quanto condizione necessaria e sufficiente del moto, spingeva Aristotele verso una totalità prima di tutto funzionante – il funzionare di qualcosa è il muoversi adeguato di questo qualcosa perché consegua compiutamente il proprio fine – anche se non pare sia stata questione per lui rilevante indagare se totalità abbia poi un suo proprio fine.
La forma subordinata al fine, ha dunque ragione di radicale provvisorietà e dunque precarietà – cioè, in fondo, di radicale medialità – eccetto che eidos e telos coincidano, come verosimilmente è nel caso del cinquantacinque motori immobili. In entrambi i casi, è da chiedersi tuttavia che necessità abbiamo di un eidos (dato che il telos non è in discussione).
La provvisorietà e precarietà della forma è specchio puntuale della provvisorietà e precarietà delle cose: ciò che conta è dare ragione del divenire, anche a prezzo della forma, cioè a prezzo della definibilità della cosa. Il fine dissolve la forma e le cose contano non per ciò che sono ma per ciò che sono chiamate a essere. E far coincidere forma e fine non salva la forma né la sua necessità.
Immaginare – per salvare la forma – che il fine sia la forma finale della cosa, significa immaginare anche una forma iniziale e una insostenibile sequenza di forme intermedie. Un vicolo cieco impercorribile. Che di fatto Aristotele non ha imboccato. A lui interessava una totalità funzionante, non una totalità bella. Volendo andare con Aristotele oltre Aristotele, il funzionare adeguatamente è la compiuta bellezza della totalità.
(Fine)