66. Ontologia dell’efficacia – Ontology of Effectiveness (1/2)
La meccanicità è il paradigma dell’efficacia. Una macchina ha senso, significato e valore solo se è efficace. Efficacia implica definizione di un processo, sezionamento del processo in un numero finito di fasi, identificazione del sotto-processo che definisce ciascuna fase, reiterazione del sezionamento fino a raggiungere in processi semplici, cioè non ulteriormente sezionabili, definizione e combinazione di una componentistica ultima la cui combinazione e interazione danno luogo al processo semplice (si possono chiamare processori semplici), assemblaggio dei processori semplici in processori composti, fino alla ricostruzione completa del processo definito inizialmente.
1. L’efficacia dell’assemblaggio finale è data dal suo funzionamento. Accade di solito che a opera finita la macchina non funzioni. Non è in discussione il percorso seguito, ma una o più soluzioni date ad ogni passaggio del percorso e più la struttura è complessa, più alta è la probabilità che non funzioni, cioè che sia inefficace. In effetti, non esiste una forma codificata per generare efficacia in ambito meccanico e non vale affatto che se ciascun processore funziona, allora funzionerà anche la totalità assemblata dei processori.
La complessità può essere inefficace anche se compiutamente assemblata. La complessità può assolutamente essere inefficace. Il percorso di divisione è condizione necessaria del funzionamento – un meccanismo senza componenti non può funzionare – ma mai condizione sufficiente. L’efficacia non è semplicemente il risultato necessario dell’esatto percorso a ritroso. Anzi è un risultato tanto meno necessario (cioè tanto più probabile) quanto più complesso è il percorso iniziale di divisione.
Meccanizzare – cioè tradurre in componentistica assemblabile e interagente – non comporta efficacia immediata proprio per via della complessità. Un componente a1 perfettamente integrato nel processore A, che funziona anche grazie a quel componente, può dare luogo a retroazioni contraddittorie – quindi bloccanti l’efficacia del meccanismo – in un altro processore B a causa di una qualche incompatibilità, non prevedibile in fase di sezionamento, con un componente b1 di B.
2. Va da sé che il meccanismo è indefinitamente modificabile ed è sempre possibile riconfigurare un componente perché eviti retroazioni contraddittorie. Il problema drammatico è trovare il componente in una struttura complessa. Problema tanto più drammatico quanto più è complesso il meccanismo – ma questa è tutt’altra storia. Vale tuttavia la pena notare che meno componenti anomali si trovano nel meccanismo, maggiore è la sua unità. E che l’unità del meccanismo è perfetta (cioè non ulteriormente perfettibile) quando, rimuovendo uno qualsiasi dei componenti, cessa di funzionare. Significa cioè che il meccanismo è costruito con tutti e soli i componenti necessari.
Rimane che un meccanismo è comunque una forma di complessità e una complessità è tanto più unitaria quanto meno ridondanze possiede. La ridondanza, anche se neutra rispetto al funzionamento, è segno e indice di imperfetta integrazione fra i componenti, cioè di imperfetta unità.
Normalmente un meccanismo nasce ridondante. È probabilmente il prezzo da pagare per raggiungere l’efficacia – normale quando il processo da meccanizzare sia un processo non ancora tentato. Un procedere per tentativi ed errori è inevitabile anche in ambito meccanico. Ciò non significa che la meccanizzazione sia un processo di semplificazione di una iniziale complessità. La ridondanza può essere occasione di nuove opportunità mantenendo così costante il livello di complessità. Ma più spesso accade che alla semplificazione per un verso corrisponda una complessificazione per un altro, perché il meccanismo aggiunge funzionalità alla funzionalità iniziale pur mantenendo identiche dimensioni complessive.
(Continua)
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Mechanicity is the paradigm of effectiveness.
A machine has sense, meaning, and value only if it is effective.
Effectiveness implies the definition of a process, the partitioning of that process into a finite number of phases, the identification of the sub-process that defines each phase, and the reiteration of this partitioning until reaching simple processes—that is, processes no longer divisible—followed by the definition and combination of an ultimate set of components whose combination and interaction give rise to the simple process (these may be called simple processors), and then the assembling of simple processors into composite processors, until the complete reconstruction of the process initially defined.
1. The effectiveness of the final assembly is given by its functioning.
It often happens that, once the work is completed, the machine does not function. The sequence of steps followed is not in question, but rather one or more of the solutions adopted at each stage—and the more complex the structure, the greater the probability that it will not function, that is, that it will be ineffective. In fact, there exists no codified method for generating effectiveness in the mechanical domain, and it is by no means true that if each processor works, the assembled totality of processors will also work.
Complexity can be ineffective even when perfectly assembled. Complexity can indeed be utterly ineffective. The path of division is a necessary condition for functioning—a mechanism without components cannot function—but never a sufficient condition. Effectiveness is not simply the necessary result of following the exact reverse path. On the contrary, it is a result all the less necessary (that is, all the more improbable) the more complex the initial process of division.
To mechanize—that is, to translate into assemblable and interacting components—does not entail immediate effectiveness precisely because of complexity. A component a₁, perfectly integrated in processor A, which functions precisely thanks to that component, may produce contradictory feedback—thus blocking the effectiveness of the mechanism—in another processor B, due to some incompatibility (not predictable during the phase of partitioning) with a component b₁ of B.
2. It goes without saying that the mechanism is indefinitely modifiable, and it is always possible to reconfigure a component so as to avoid contradictory feedback.
The dramatic problem lies in finding the component within a complex structure—a problem all the more dramatic the more complex the mechanism itself. Yet it is worth noting that the fewer anomalous components there are within the mechanism, the greater its unity. And that the unity of the mechanism is perfect (that is, no longer perfectible) when, upon removing any one of its components, it ceases to function. This means that the mechanism is built with all and only the components necessary.
Nevertheless, a mechanism is always a form of complexity, and a complexity is all the more unified the fewer redundancies it possesses. Redundancy, even if neutral with respect to functioning, is a sign and indicator of imperfect integration among the components—that is, of imperfect unity.
Normally, a mechanism is born redundant. This is probably the price to pay in order to achieve effectiveness—normal when the process to be mechanized has not yet been attempted. Trial and error is inevitable even in the mechanical domain. This does not mean that mechanization is a process of simplification of an initial complexity. Redundancy may provide the occasion for new opportunities, thus keeping the overall level of complexity constant. But more often, simplification in one respect corresponds to complexification in another, because the mechanism adds functionality to the original functionality while maintaining identical overall dimensions.
(To be continued)